giovedì 17 agosto 2017

Immagini dalla prima serata di La Calabria si racconta -Conversazioni d'Autore a Pellaro e San Filippo



Tanta gente per Mimmo Gangemi intervistato da Aldo Varano: l'autore de La signora di Ellis Island e de Il giudice meschino (di cui, n ei prossimi mesi, arriverà in libreria il quarto volume) e il direttore di Zooumsud hanno inaugurato la rassegna La Calabria si racconta -Conversazioni d'Autore a Pellaro e San Filippo.




Per la seconda serata,  venerdì 18 agosto, alle ore 21, nel cortile della scuola elementare Cassiodoro di Pellaro, si confronteranno Antonio Calabrò e Pasqualino Placanica. Prelibatezze dolciarie a cura di Gianna e le sue sorelle. Mostra fotografica a cura di Opera d'Arte.









mercoledì 9 agosto 2017

La Calabria si racconta a Pellaro e a San Filippo







La narrativa calabrese (da Mimmo Gangemi a Gioacchino Criaco, ad Angela Bubba, a Domenico Dara, e Vins Gallico e tanti altri) non ha i limiti della narrativa regionale: è buona narrativa italiana e, in alcuni casi, supera anche i confini nazionali.

I lettori calabresi, invece, raggiungono sì i vertici delle classifiche, ma quelli in negativo: sono pochissimi, una percentuale preoccupante per lo stato di salute culturale della regione.

Non sono poche le iniziative delle istituzioni, delle scuole, di librerie ed associazioni che cercano di sviluppare la lettura in Calabria.

Giuseppe Laganà ed io ne promuoviamo una nella periferia sud di Reggio.

Giovedì 17 agosto, alle 21, nel cortile della scuola elementare Cassiodoro, Aldo Varano intervisterà Mimmo Gangemi. Venerdì 18 agosto, alle 21, si intervisteranno a vicenda Antonio Calabrò e Pasqualino Placanica. Sabato 19, alle 21, nella piazza della chiesa di San Filippo, lo faranno Giuseppe Laganà e Ada Murolo, con la presenza di Erasto Trujillo.

E poiché cultura e coltura hanno la stessa radice, le conversazioni saranno accompagnate da assaggi doc preparati da Gianna e le sue sorelle.

Sia scrivere che leggere sono attività solitarie. O, meglio, partono come attività solitarie ma trovano compimento nella comunità. Uno scrittore senza lettori può produrre anche un capolavoro, ma sarebbe un capolavoro muto. Ed ogni lettore, in realtà, fa rete con gli altri lettori in quello che è un processo collettivo di comune crescita di intelligenza e sensibilità. 

Ogni volta che autori e lettori si incontrano si apre un’opportunità di arricchimento reciproco, di pensieri nuovi che possono nascere e dare a ciascuno una carta in più per affrontare l’avventura che tutti ci accomuna: quella della vita, nel tempo e nello spazio che ci tocca attraversarla.



venerdì 4 agosto 2017

Memoria del cuore. Racconti della guerra 1915-1918 di Corrado Alvaro





«Io ero allora uno e un milione; non ero un uomo, ma tutti gli uomini.»

Non hanno quasi mai un nome proprio i protagonisti dei quindici racconti della guerra 1915-1918 di Corrado Alvaro, recentemente pubblicati, a cura di Anne-Cristine Faitrop-Porta, da Città del Sole con il titolo Memoria del cuore. Sono, semplicemente, un soldato, un tenente, un ufficiale: «L’umanità dei soldati era tutta eguale, ognuno credeva di compiere un atto diverso dagli altri, e tutti evidentemente ripetevano lo stesso atto, dicevano le stesse parole, volevano la stessa cosa.»
Giovani senza un volto, senza caratteristiche particolari. Tutti avvolti nei ruvidi panni militari, i pesanti scarponi ai piedi, eppure come immersi in una bolla d’irrealtà: «Pareva che la notte dovesse durare fino a quando il treno non fosse arrivato a destinazione nella zona di guerra; una notte artificiale; invece verso Bologna schiarì, venne l’alba solita, uguale a tutte le albe del mondo, serena. Eppure c’era gente che partiva per la guerra, attraverso la strada ferrata aperta e tormentata come una piaga, e partiva lo stesso ora che il sole mostrava tutto chiaro, le vigne cariche di frutti, e le stoppie del grano vendemmiato.»

L’unica concretezza è quella della natura, in particolare le zone dell’Isonzo «che avevano, nel tempo della guerra, nomi tanto armoniosi: Salicetto, Villanova, e che so io, tutti nomi che sapevano di donna e di libertà, perché la guerra, a quelli che la cominciavano, aveva sentore di libertà e di donna», e il susseguirsi delle stagioni: «Era l’estate; la terra gialla a perdita d’occhio, gli alberi lontani divenuti grigi e selvaggi in quella solitudine: e qui stavamo con un senso di malessere, come se ci vedessero da tutte le parti mentre eravamo intenti a rimpulizzirci, se non altri ci vedeva l’occhio chiaro del sole.»

Nella natura, soldati e ufficiali, figli di, o molto spesso, essi stessi contadini, ritrovano sprazzi di normalità: «Era bello vedere come la terra si riveli e si confidi a poco a poco, a camminarvi si ritrovino i luoghi intimi e caldi, come in un viso la bocca, le porte afose delle stalle, i giardini e gli orti, le fratte e i boschetti; e tutte queste piccole cose sulla superficie liscia della pianura acquistano un valore, un senso, una grandezza d’infanzia. Qui era la vita, le faccende d’ogni giorno, le ore degli orologi, i santi e Dio che si pregano. Gli animali confortatori degli uomini, ripetevano l’immagine della vita con un senso familiare e grottesco, compagni delle donne e dei bambini cui li legava una segreta amicizia.»

Ma il sentimento più diffuso è un senso di provvisorietà: un’urgenza di vita: «Allora il giovane ufficiale cominciò ad avere voglia di tutto, come se in una giornata potesse bere il mare. Quante cose gli sfuggivano e gli mancavano, quante cose non aveva mai conosciuto» e, insieme, un’attesa di morte: «Domani non sarebbe stato più qua, nessuno si sarebbe accorto che lui era sparito.»
Il rimpianto del passato trabocca nell’evanescenza del futuro: «Non capiva perché doveva, proprio lui, camminare per giungere in linea. Gli pareva d’essere un grano sfuggito alla misura del mercante. Fu quello il momento in cui si ricordò della sua vita. A rivedere gli anni trascorsi, le fatiche durate, i dispiaceri di casa sua, la fatica di studiare, tutto insomma il suo passato mantenuto integro e onesto, era preso da sbigottimento e pentimenti.»

Lo sfumare della vita prende corpo e volto di donne: «I soldati pensavano alle donne non per altro che per avere qualcuno cui dire tutto, e le cose più primitive che venivano loro in mente, perché le donne avevano tempo e parevano capire; essi volevano sentire che esistevano, che avevano un passato, che il mondo non era proprio finito, e bastava sapere che donne esistevano ancora per ascoltare quello che era di troppo nel cuore, e quasi tutte cose indifferenti, lontane, che tornavano in mente a quei giorni.»
L’incontro con una donna, le sue vesti, il suo sorriso, le sue parole, resta il ricordo-sogno impalpabile che accompagna i militari, il loro unico, flebile legame con l’ipotesi che ci sia ancora un domani.

Meritoria la scelta di Città del Sole di pubblicare i racconti di guerra di Corrado Alvaro.

Racconti che, forse, non hanno uguali nel panorama della letteratura bellica. Non c’è, qui, nessuna battaglia, nessun gesto eroico o antieroico, nessun riferimento ideologico. Esclusa qualche battuta, manca addirittura la guerra, strage indicibile e impensabile: «Arrivò strisciando fino a noi la staffetta che portava la posta. Da fuori ci scrivevano come se non accadesse nulla, ci parlavano delle solite cose, dei parenti e degli amici, delle nostre terre lontane, dei campi e del raccolto. La guerra non esisteva. Essi non sapevano immaginarla; neppure noi del resto, perché non riuscivamo mai a raccontarla com’era.»

Ma c’è, nella sua nudità, l’animo stranito, deprivato delle normali coordinate spazio-temporali, di una generazione di ragazzi costretti ad affrontare l’inutile strage: ragazzi che sentono sbocciare in loro la gioventù nello stesso tempo in cui essa stessa può appassire e, addirittura, morire.

Alvaro tratteggia questo stato d’animo con estrema delicatezza, dando toni e coloriture d’acquarello ai suoi racconti. Stile sobrio, lirico senza un filo di retorica, nessuna parola oltre il necessario, Alvaro celebra una gioventù che si trovò a vivere un’esperienza personalmente incomprensibile e destabilizzante. E, con dignità, difese, dalle buche delle trincee «al riparo come in un alvo materno» una terra appresa come propria: «Quando scorse le Alpi capì veramente che cosa fossero le porte della patria. La pianura si aggrappava alla barriera come una bella donna che dorma tra le braccia dell’amato.»


giovedì 3 agosto 2017

Pomeriggio d'inizio agosto






Pomeriggio d’inizio agosto. Mi sembra di stare nel forno, come quando, da bambina, mi facevano entrare a raccogliere le briciole del pane biscottato. Ma, quello, era un caldo quasi tiepido, questa è arsura che brucia le vene.

Sotto un tronchetto della felicità diventato albero ombroso, conversazione tra cugini che vivono tutti fuori e tornano il Calabria in vacanza.

Il figlio di F. scopre che sto in carcere. La notizia lo sorprende e lo turba.

Cosa hai fatto di così grave per stare in carcere?

Provo a prenderla con ironia:

Prima mi sono laureata, poi ho preso una specializzazione…

Mio cugino N. scherza:

E che c’era bisogno di tanto? Facevi una rapina… Anche se con una rapina, trent’anni non li facevi…

Ma il bambino non ride. Gli riesce difficile il concetto di carcere minorile. Non gli pare possibile che ragazzi abbiano fatto cose così gravi da.

Io non ho fatto niente…

Mentre parliamo, dal cellulare arriva la notizia che nel carcere minorile di Airola ci sono stati dei problemi e che, con urgenza, il ministro Orlando ha nominato direttore protempore il direttore di Nisida.

Gli faccio tutti i miei auguri, di cuore.

Buon vento, direttore. Fresco. Respirabile.