venerdì 8 dicembre 2017

Un giorno a Nisida, tra panettoni e parole






È sempre bello entrare nel Laboratorio di Pasticceria. Ma a dicembre di più. Un profumo di Natale avvolge e rallegra. Nello spacco, tra la prima e la seconda parte della mattinata, facciamo un salto con alcune colleghe. 

Il maestro pasticcere, Ciro, sta tagliando l’impasto dei roccocò per formare le ciambelline (90 grammi ciascuna) da mettere al forno. Un ragazzo sta infilzando i panettoni per metterli a testa in giù (per me fu una scoperta che bisogna farli stare così per evitare che si affloscino), un altro li sta bucherellando per riempirli di crema al cioccolato bianco o nero, un altro ancora ne sta inscatolando alcuni pronti per la consegna. 

E. dice che è ancora emozionato per quello che ha scritto due giorni prima, rispondendo all’invito di una delle autrici che partecipano al nostro Laboratorio di Scrittura. Che è stato molto difficile per lui tirare fuori alcuni ricordi tristi, che non voleva neppure farlo, ma poi gli è venuto così e, alla fine, si è sentito meglio: perché riuscire a scrivere, anche di cose troppo pesanti, le fa diventare più leggere.

Torniamo in aula. Col primo gruppo avevamo letto un racconto pubblicato in uno dei nostri libri di qualche anno fa, con il nuovo gruppo ne leggiamo un altro. I ragazzi sono curiosi di leggere quello che i loro compagni hanno scritto e cercano la correlazione tra quegli scritti e il racconto che l’autore ne ha tratto. 

S. sintetizza un altro racconto, sempre tratto da uno dei nostri libri, che lui sta leggendo in camera la sera: è quello che gli è piaciuto di più.

C. chiede di partecipare al gruppo di scrittura, ne parlerà con la sua educatrice.

A., che ha iniziato a farne parte da poco, vuole tornarci. Lo dice con una luce timidamente felice negli occhi. 

Anche lui, due giorni fa, ha scritto una storia pesante. Ci sono dolori così atroci. Drammi che spezzano la vita o le danno percorsi sbagliati.

E le parole sono così fragili. Talvolta così inutili.

Eppure. Svuotano, lasciano più nudi e, nello stesso tempo, rivestono. Di un calore buono. Di una briciola di speranza.

lunedì 4 dicembre 2017

Avvento a Capodarco






Mi capita di iniziare l’Avvento nella Comunità di Capodarco, dove sono stata invitata a parlare di Nisida al XXIII Seminario per i giornalisti, organizzato da Redattore sociale. 
Gratitudine che si aggiunge a gratitudine.

Conoscere un po’ di più le gravi problematiche sociali che attraversano il nostro paese, ti ricorda che, nel tuo piccolo, hai anche tu responsabilità del mondo.

E che tra i tuoi doveri, nonostante tutto, c’è quello della speranza.

L’Avvento è il participio passato più presente e futuro che esista.

mercoledì 29 novembre 2017

La frontiera di Alessandro Leogrande




Alessandro Leogrande con Gioacchino Criaco alla Feltrinelli di Napoli, 6 luglio 2017

Ho cominciato a leggere La frontiera di Alessandro Leogrande il giorno in cui è stata annunciata la sua morte. 

La frontiera è un libro quasi intollerabile su quella linea sottile che separa ed unisce il mondo nostro, quello libero, democratico, ricco, e quello dei vari Sud del mondo, illiberali, antidemocratici, poveri, da cui partono le migliaia di persone per approdare, quando non muoiono in mare, da noi. 

Racconta il dolore illimitato che percorre il mondo, senza che noi ne abbiamo sufficiente attenzione, consapevolezza e cura (chi di noi ricorda, per esempio, che l’Eritrea, da cui provengono così tanti immigrati, è stata una nostra colonia?)

Leogrande racconta storie terribili nella loro nudità. Con parole precise e miti.

Il suo è un libro che fa star male. 

E che andrebbe letto per aprire gli occhi su realtà che troppo spesso scivolano davanti ai nostri occhi: un distacco, un’indifferenza, un’ignoranza su cui il futuro non ci assolverà.