lunedì 31 dicembre 2012

Buon 2013


 
Per il brindisi di Capodanno, il galateo prevede spumante e battute, possibilmente divertenti, ed esclude riferimenti di carattere politico.

Eppure. Tra poco più di cinquanta giorni, il Nuovo Anno avrà per noi tutti, un momento decisivo alle elezioni, quando si tratterà di scegliere il presente e il futuro del Paese. Con tutti i relativi corollari: lavoro, istruzione, sanità, trasporti, comunicazioni, agricoltura, industria, cultura, ricerca, innovazione, diritti e doveri.

Per questo, oltre quelli, a ciascuno, di serenità personale, mi piacerebbe esprimere un altro augurio: buon voto a tutti.

Ovvero: che ciascuno voti, come è naturale che sia, chi ritiene. Ma che lo faccia in coscienza: perché, e solo perché, quella scelta gli appare come la più giusta per l’intera comunità.

La corretta coscienza di ciascuno non contiene in sé la sicurezza che, di fatto, la scelta finale sarà quella buona per il Paese. Ma farebbe, comunque, fare un balzo in avanti alla moralità dei nostri pubblici comportamenti.

E già questo darebbe al 2013 un tocco di “Anno buono”.
 
  
ps la mia scelta l'ho già espressa e la ripeterò ancora parecchie volte...

 

mercoledì 26 dicembre 2012

Vacanze reggine

 
 
Mettiamo che, in questi ultimi giorni dell’anno, siate tornati per qualche giorno nella periferia reggina, provenendo da Napoli. Vi pare che l’incubo dei cumuli di spazzatura spariti ormai dalla città partenopea (come, è un altro discorso), si siano trasferiti da queste parti, invadendo spazi che chiamare strade sarebbe improprio, visto che, in realtà, sono solo grandi buche circondate da pezzi di asfalto: insomma, se non ci appizzate le gambe e/o le ruote della macchina, potete considerarvi fortunati.
 
Naturalmente, avete già letto, e nei caratteri cubitali che la notizia merita, quanto ha scritto la Corte dei Conti: ''ACCERTATE CONDIZIONI PER DISSESTO. PROCEDIMENTO SOSPESO E RIMESSO ALLE SEZIONI RIUNITE DELLA CORTE PER SAPERE SE IL PIANO DI RIEQUILIBRIO INTRODOTTO CON LA LEGGE 213/2012 (APPROVATA LO SCORSO 7 DICEMBRE) SOSPENDA O INTERROMPA LA PROCEDURA ANCHE IN PRESENZA DI SUSSISTENZA DI CONDIZIONI DI DISSESTO''.
 
Rimbombi funebri che acquistano accenti di più dolente concretezza nelle tante persone che incontrate e che vi raccontano come NON va il loro lavoro. La lista di quelli che hanno perso la propria occupazione è così lunga che vi scoppia in testa. Un elenco che, in parte non trascurabile, sfugge anche ai rilievi statistici, giacché si tratta di persone che lavoravano in nero. Insomma, la situazione è anche peggiore di quello che si legge.
 
Vi capita anche, da qualche parte, di partecipare ad una Messa e di dover ricordare come, in un suo libro, molti anni fa, l’allora cardinale Ratzinger abbia scritto che una seria prova dell’esistenza di Dio è la permanenza della fede cristiana di fronte alle migliaia e migliaia di omelie non precisamente adeguate che i fedeli ascoltano la domenica. E’ indubbiamente vero che, insieme a forti carenze ci sono grandi eccellenze, ma se la chiesa reggina è afona rispetto a grandissimi problemi, anche questi aspetti andrebbero, al suo interno, discussi seriamente.
 
 
 
E vi capita di vedere gli scavi di Occhio, a Pellaro. Anzi, no, non vedete nulla, perché quel piccolo gioiello, inaugurato in pompa magna, è totalmente ricoperto da cespugli altissimi di erba del sole, nome luminoso per piante che, mi dicono, risultano velenose per gli animali.
 
In tutto questo, non vi sono mancati né petrali né crespelle, che non sono soltanto prelibatezze culinarie, ma segni di una cultura contadina ormai dispersa eppure alta. E neppure conchiglie da raccogliere con davanti l’Etna con i suoi morbidi veli bianchi scintillanti al sole. E, già alle nove del mattino, per strada, la temperatura natalizia è stata tale da farvi togliere il giubbotto.
 
E vi è tornata in mente la domanda solita eppure urgente. Se ci stanno in circolazione un po’ di persone di spalle larghe e di buona volontà per ri-costruire questa terra, che aspettano a farsi avanti? Nel caso, il 2013 sarebbe decisamente migliore.
 
 
 
 
 
Su Zoomsud sono stati anche pubblicati:
 
 
 
 
 
 
 

 

lunedì 24 dicembre 2012

L'importanza di un'Agenda



Chi aveva pensato, tempo fa, quest'immagine-vignetta voleva, con ironia, far scegliere il Calendario al posto dell'Agenda.

Ora ci sono tutte e due.

Il Calendario può gradevolmente accompagnare i prossimi mesi dei reggini.

L'Agenda può cambiare il Paese.

La Storia è lenta, lentissima; ma, talvolta, ha accelerazioni (quasi) improvvise.
Non prive di incognite e di rischi.
Ma che portano in sé la potenzialità di un grande passo in avanti.

domenica 23 dicembre 2012

Con Monti

 
 
Mario Monti dimostra, alla conferenza stampa  di fine anno ancora in corso, di essere stato, in questi mesi, il più grande Presidente del Consiglio italiano dopo Alcide De Gasperi.
 
Se vorrà andare avanti, l'Italia dovrà ripartire dalla sua Agenda.
 
E, poiché è il momento di schierarsi: io sto con lui. 

mercoledì 19 dicembre 2012

Duecentoventicinquegiorni. E il resto



Degli otto “racconti per Nisida e l’Unità d’Italia”, Duecentoventicinque giorni è l’unico che affronti il presente.

Dopo i “racconti per Nisida” e prima dei “racconti per Nisida isola d’Europa” – sviluppatisi nell’ambito del progetto Nisida come Parco letterario sulla scia dei tantissimi grandi, da Omero a Dumas, da Cervantes a Berlioz, dalla Serao a Marai che, nel corso dei secoli, hanno narrato la nostra piccola isola – la seconda tappa della trilogia, edita da Mario Giuda, non poteva che essere dedicata a quelli della torre.

L’idea della seconda raccolta era, infatti, quella di restituire concretezza di persone ad alcuni patrioti che hanno contribuito all’unificazione del nostro paese anche passando qualche anno della loro vita nella torre di Nisida quali prigionieri politici nell’ultima fase del periodo borbonico e che, oggi, per i più, non sono che nomi di vie, di piazze, di scuole.

Era stato chiesto a sette autori di lavorare con i ragazzi, in una sorta di Scuola di Scrittura, per ricostruire, tra realtà e fantasia, l’esperienza nisidiana di Poerio, Settembrini, Nisco, Pironti, Castromediano, come omaggio tutt’altro che retorico a quanti hanno lottato, e lottano, per l’Unità e  la Costituzione.

All’ottavo, ovvero a Mario Gelardi, era stato affidato un compito diverso: quello di scrivere, con i ragazzi, un racconto sull’Italia e in particolare sul rapporto Sud-Nord, che avesse carattere di contemporaneità e, insieme, di soggetto adatto ad una piccola rappresentazione teatrale.

Venne scelto il tema del viaggio in treno da Napoli verso il Nord; un percorso che facesse intravvedere i problemi e le attese dell’oggi.


La rappresentazione del testo, preceduta da un breve Reading tratto dagli altri sette racconti – con la regia dello stesso Mario Gelardi – è stato così un momento importante delle numerose iniziative che, nella primavera del 2011, in concomitanza con le celebrazioni per il 150 anniversario dell’Italia unita, si sono soffermate, a Nisida, sul valore dell’Unità e della Costituzione.
 
Un’esperienza, quella della messa in scena teatrale, vissuta molto positivamente dai ragazzi che chiesero di elaborare e mettere in scena, con la supervisione di Mario, un nuovo testo, costruito da loro in tutti i passaggi (soggetto; dialoghi; scenografia ecc. ecc.). Cosa effettivamente avvenuta a conclusione dell’anno scolastico 2010-2011.

Quanto a Mario Gelardi, il suo legame con Nisida, iniziato quando, da direttore artistico di Presente indicativo ha più volte ospitato i nostri lavori, continua tuttora.

Nella prossima primavera, sarà Caracò a pubblicare il nostro nuovo libro, anche grazie alla cessione a favore di attività culturali dell’IPM dei diritti d’autore di La giusta parte. Libro di testimonianza civile edito dalla giovane casa editrice napoletana nell’autunno 2011, che contiene  tra l’altro anche un racconto di Patrizia Rinaldi sulle docenti di Nisida.

Questa la mia Prefazione all'eBook che inaugura la collana BYTE di Caracò editore disponibile gratuitamente: http://www.caraco.it/site/2012/12/18/duecentoventicinque-giorni-un-racconto-omaggio-per-lanciare-la-collana-byte-dedicata-agli-ebook/

martedì 18 dicembre 2012

Il meglio è passato, coraggio


 
Coraggio, il meglio è passato. Una delle fulminanti battute di Flaiano mi è ronzata in mente per giorni come riso amaro a suggello della breve fase in cui (con tutte le problematiche sociali, anche drammatiche, aperte e pur con gli inevitabili limiti ed gli altrettanti evidenti errori) il potere politico è tornato ad essere in Italia – ah, potenza delle parole quando esprimono il loro significato – servizio al Paese.

Ho cercato una possibile fuoriuscita allo sconcerto e allo sconforto nell’inversione della frase: Il meglio è passato, coraggio. Bisognerà mettersi comodi scarponi da viaggio e coprirsi adeguatamente il capo per affrontare pioggia, vento, grandine, fiumare in piena e ogni malutempo.  E provare a continuare, a ricominciare.

Col batticuore che dà ogni strada incerta, ogni bivio che non assicura se  porterà al baratro o alla luce.

(Ma ci sono momenti nella storia in cui l’unica possibilità di potersi continuare a guardare allo specchio senza sentirsi troppo male, è prendere la strada che si ritiene giusta. Costi quel che costi).

A proposito della nostra Costituzione

 
 
 
Ciampi, dopo Cossiga e Scalfaro (che vi è venuto più volte), è stato il terzo presidente della Repubblica a visitare Nisida (il 30 agosto del 2002) e il primo a dare un rilievo particolare alla scuola. Parlando ai ragazzi e agli operatori, il Presidente disse: “Vorrei altresì manifestarvi con quale spirito più in generale ho affrontato questo incontro con voi. Siamo alla vigilia del nuovo anno scolastico. Voglio considerare questa visita come un anticipo del mio saluto agli studenti. Anche per questo, durante la visita odierna, ho tanto insistito sulla possibilità che voi non solo possiate completare i vostri studi delle scuole medie, ma che riusciate anche in questo periodo a proseguire in ulteriori arricchimenti professionali. Questo istituto di Nisida io lo considero soprattutto un luogo di formazione. La formazione è lo strumento fondamentale per dare soluzione al problema lavoro. E in esso dobbiamo investire tutte le risorse disponibili. Ciò è importante per tutta l’Italia intera, ma soprattutto per il Mezzogiorno dove, come è noto, viviamo una situazione in cui grazie a Dio ci sono molti giovani – più giovani in rapporto alla popolazione che si registra nel resto del Paese – ma che purtroppo non è in grado di dare lavoro a tutti i giovani, comportando un alto tasso di disoccupazione giovanile. In questo senso, la preparazione professionale che voi acquisite in questo istituto rappresenta un contributo eccezionale, tanto più importante perché, insieme alle conoscenze tecniche, vi dà modo di avere, nel vostro intimo, la consapevolezza piena dei diritti-doveri di ogni uomo, quale componente di una collettività.(…) Ho apprezzato, quindi, in particolar modo il taglio concreto della vostra preparazione professionale: perché per creare nuove occasioni di lavoro basta ispirarsi e attingere in molti casi alle nostre tradizioni locali, che ci fanno riscoprire tante attività artigianali e produzioni che oggi tornano ad avere interesse economico”.



Disse ancora Ciampi: “Ho voluto regalarvi, tra i tanti doni che vi ho portato , in primo luogo il testo della nostra Costituzione. Perché l’Italia ha una Costituzione che è basata, ed è scritto chiaramente nel suo preambolo, su quelli che chiama i diritti inviolabili della persona umana. (…) Vi ho portato un certo numero di copie della Costituzione italiana, accompagnate da una serie di registrazioni di testimonianze rese da alcuni dei padri fondatori, affinché voi possiate non soltanto leggere il testo della Costituzione, ma anche comprendere in quale spirito essa è nata. riuscendo in tal modo non solo ad amarla ma a comprendere l'importanza dei principi e dei valori che in essa sono affermati, e che sono i valori fondamentali e inviolabili della persona umana. Questa nostra Costituzione della Repubblica, credetemi, è un testo ancora straordinariamente moderno; è vivo e valido tutt’oggi”.

(ndr: il testo è ripreso dalla sbobinatura della registrazione del discorso utilizzata per il numero speciale di Nisida News dedicato alla visita del presidente).



Alcuni giorni dopo, 18 settembre, all’inaugurazione ufficiale dell’anno scolastico 2002-2003, il Presidente Ciampi osservò: “L'impegno contro l’esclusione sociale deve essere rafforzato. E’ bene che il nostro sistema scolastico si interroghi e trovi risposte sull’abbandono del percorso formativo da parte di un numero troppo elevato di ragazze e ragazzi. La scuola italiana può e deve riconquistarli all’istruzione, alla formazione. Voglio leggervi un passo di una lettera che mi ha colpito. E’la lettera dei ragazzi del carcere minorile di Nisida. Sono andato a trovarli poche settimane fa. Mi hanno accolto con queste parole: ‘Qui a Nisida è vero che ci manca la libertà – e la libertà è tutto – ma ci offrono la scuola, i corsi di formazione professionale e tante altre cose. In poche parole ci insegnano a vivere bene e onestamente. Se noi avessimo avuto prima tutte queste attenzioni e soprattutto la cura che per noi dimostrano gli educatori e gli insegnanti dell’Istituto, non diciamo che ci saremmo salvati tutti, ma una buona parte di noi ne sarebbe uscita vincente’. Queste parole ci aiutano a pesare bene il valore che hanno per la società la scuola, lo studio, la formazione”. Per molto tempo un cartellone con queste parole è stato appeso, a Nisida, all’ingresso della scuola.



La lettera dei ragazzi di Nisida cui il Presidente si riferiva era stata pubblicata il 28 agosto da Il Mattino ed era il frutto di una scrittura collettiva, in classe, il giorno prima, con un gruppo di ragazzi con cui, durante l’anno scolastico 2001-2002, avevamo iniziato un’avventura esaltante nel suo svolgimento e molto meno nei suoi esiti, quella della sperimentazione di un corso di scuola superiore.



Nella fase immediatamente successiva alla visita di Ciampi, con quello stesso gruppo allargato ad altri ragazzi abbiamo provato a riscrivere i primi 12 articoli della Costituzione. Nel Nisida News dell’ottobre 2002 osservavo:



«La Costituzione è bella e moderna – come il Presidente ci ricorda spesso – ed è scritta in una lingua di grande chiarezza e sinteticità. Alcuni articoli, per esempio il 3°, restano nella memoria non solo per il loro altissimo contenuto ma anche per la loro forma di classica bellezza: non si potrebbero scrivere meglio. Ma non è così per ragazzi (non solo i ‘nostri’) che già all'articolo 1° restano completamente spiazzati: che vorrà mai dire ‘sovranità’, ‘esercita’, ‘forma e limiti’? e non superano la lettura del 2° dopo essersi arenati su ‘inviolabili’, ‘formazioni sociali’, ‘adempimento’, ‘inderogabili’... (Chissà se i costituenti avessero tenuto conto anche di ciò, quando hanno scritto che La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche...) Insomma: già il primo momento, quello della lettura, è lungo e faticoso per i ragazzi: bisogna capire i termini, appropriandosene al punto da riuscire a trovare sinonimi per loro più familiari, meno estranei...(Parlate potabile è l'invito che più costantemente i ragazzi rivolgono all'insegnante quando la spiegazione risulta troppo oscura e loro vogliono davvero capire).

E certe parole portano lontano, hanno un senso che il vocabolario non esaurisce: ma si comprendono davvero solo viaggiando nel tempo e nello spazio: “L'Italia è una Repubblica democratica...”: già, dov’è l'Italia su una carta geografica e quand’è diventata “Italia” e cosa c'era prima della “Repubblica” e che significa “democratica”? Quante ore si possono passare su questi tre termini, prima che tutti se ne facciano un’idea sufficientemente chiara...(…)

La fase del commento è la più difficile da gestire. Il ragazzo che sta in carcere in quanto ha violato una norma scopre con meraviglia che la Legge non è sua nemica, come ha sempre pensato. Ma, nel contempo, accumula ancora più rabbia perché pensa che si tratta solo di belle parole, perché quei diritti che lì stanno scritti così bene lui non li ha mai avuti. E non in carcere – dove, glieli hanno letti e spiegati – ma fuori, dove la società nel suo complesso non è riuscita a prenderlo positivamente in carico. E’ tutt'altro che semplice, per l'insegnante, favorire, nei ragazzi, una dislocazione da quel sentimento di rabbia, di estraneità e di contrapposizione nei confronti dello Stato ad un atteggiamento più mobile. E’ un processo lungo e complesso portarli a coltivare un dubbio, a verificare un'ipotesi: che, canalizzando i propri sentimenti di ribellione, imparando a sviluppare le proprie qualità migliori, rispettando essi stessi per primi i loro diritti (ricominciando a istruirsi, a formarsi) abbiano ancora tempo di diventare cittadini capaci di contribuire a concretizzare quanto della Costituzione resta ancora da fare. (Difficoltà fortemente amplificate con i ragazzi extracomunitari che si sentono doppiamente esclusi e perseguitati dalla legge). La fase della scrittura ha varie specifiche difficoltà, oltre quella propria a fermare su un foglio parole che già non è semplice dire. Una è la brevità: i ragazzi scrivono poco, di solito, ma sono tutt'altro che sintetici: spesso svolgono un tema in quattro, cinque righe, ripetendo quello che avevano già espresso nei primi due. Essere sintetici, non divagare, rispettare, riscrivendolo, il dettato costituzionale è stato per loro uno sforzo davvero molto forte. Anche perché hanno dovuto scrivere in maniera oggettiva: e il loro modo di inquadrare le cose è strettamente soggettivo. Per esempio: una volta capito che cosa significa che “l'Italia ripudia la guerra” il ragazzo tende a risolverla su un piano strettamente personale: “Non bisogna fare a mazzate, bisogna risolvere le cose con la bocca...come quando ho litigato con...”. E' stato adottato un sistema di scrittura collettiva, realizzata in tre tempi. Prima ciascuno ha scritto da solo, poi gli scritti sono stati comparati tra loro e sono state scelte le formulazioni migliori per ogni singola frase, ( e quando il termine usato dai costituenti è stato lasciato tale e quale è perché il termine è stato compreso e considerato insostituibile). Infine è stato così riscritto ogni singolo articolo”.



Questi, per fare un esempio, sono i primi tre articoli della Costituzione riscritti nelle nostre aule:



Art. 1

L'Italia è una Repubblica democratica, che si basa principalmente sul lavoro.

Tutti i cittadini devono lavorare affinché la Repubblica vada avanti.

Il potere non è dei soldi, ma del popolo, che lo usa in base alla legge costituzionale.

La Repubblica rispetta i cittadini che La rispettano in tutti i modi.



Art.2

La Repubblica italiana assicura i diritti propri dell'uomo come singolo e in tutte le associazioni in cui porta la propria personalità.

Ogni cittadino ha il diritto e il dovere di votare e deve rispettare il pagamento delle tasse, per garantire che tutto funzioni in maniera che non sorgano problemi.



Art. 3

Tutti i cittadini italiani, per la legge, non sono diversi perché né i soldi né il potere fanno la differenza e quello che ci tiene in pari dignità è che semplicemente siamo persone. Perciò tutti i cittadini che abitano in Italia sono uguali davanti alla legge, senza differenza di sesso, di razza, di qualsiasi lingua e religione e hanno piena libertà di esprimere opinioni politiche che non intralcino la legge costituzionale.

Lo Stato italiano sa che i cittadini sono uguali davanti alla legge ma non sempre c'è uguaglianza di fatto. Perciò lo Stato si impegna a far sì che tutti i cittadini possano esprimere le proprie capacità e che non ci sia differenza tra persone di alta società e persone di bassa società. Tutti hanno diritto di essere curati, di imparare a vivere, di esprimersi meglio tramite l'insegnamento scolastico».



Si è trattato di un lavoro importante, poi ripreso in varie forme negli anni successivi, che i ragazzi commentarono così:



“Prima di leggere i 12 articoli fondamentali della Costituzione, pensavamo che era lo Stato che ce l'avesse con noi, mentre ora, approfondendo meglio, pensiamo che certe volte sono le persone che non sono in grado di rispettarli.

Abbiamo letto alcuni articoli che ci sono rimasti impressi. Il primo articolo dice: ‘La sovranità appartiene al popolo ’ e noi eravamo convinti che per l'Italia non contassimo niente, fossimo a valore zero.

Uno dei più belli articoli della Costituzione è il numero 3 che dice che tutti i cittadini sono uguali senza distinzione di sesso, di razza, di religione, che sono uguali davanti alla legge, anche se non sempre è così. Se un po' tutti cercassero di mettere in atto tutto ciò che è scritto nell'articolo 3, si potrebbe constatare che nessuno è inferiore all'altro.

La legge costituzionale ci ha molto sorpreso per quante belle cose ci sono scritte, che poi non sempre vengono rispettate è un altro discorso. Il punto è questo: in un certo modo lo Stato si impegna a far sì che questi diritti possano essere messi in atto per qualsiasi persona che nasce o vive in questa Nazione.

Leggendo questi articoli abbiamo notato lo sviluppo che si cerca di fare in questo paese, anche se tutti noi dovremmo sforzarci di più per contribuire alla crescita culturale, economica e spirituale dell'Italia. Se tutti noi collaborassimo in tutto ciò vivremmo sicuramente meglio.

Ci siamo soffermati a osservare che nei primi 12 articoli non ce n’è scritto nessuno che riguarda il Presidente e tutte le associazioni politiche. Questo fa sì che qualsiasi persona pensa che la sua parola, le sue opinioni sono importanti, a meno che non intaccano la legge costituzionale.

Abbiamo letto anche altri articoli della Costituzione, per esempio il 13, il 27, il 34.

Nell'articolo 13, c’è scritto che ‘è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà’. Ma in alcune carceri tutto ciò è spesso violato e viene offesa la dignità dell'uomo non solo fisica ma anche morale. Noi abbiamo parenti e amici che hanno subito tutto questo e abbiamo visto che, invece, la Costituzione ha norme per proteggere le persone, in maniera che paghino solo quello che devono pagare e non di più.

Se le persone che rappresentano la legge infrangono la Costituzione, come si vuole che non la infrangano i cittadini che non rappresentano la legge?

Ora che abbiamo letto e riletto gli articoli fondamentali siamo più a conoscenza di quello che possiamo e non possiamo fare. Se si presta attenzione e la si legge con serietà, anche noi possiamo andare avanti meglio, cercando a poco a poco di fare meno sbagli possibile”.
 
 
Questo brano è stato pubblicato su questo Blog il 6 febbraio di quest'anno nell'ambito di una serie di post dedicati alla Didattica a Nisida.
 
Successivamente alla visita di Ciampi, è venuto a Nisida il Presidente Giorgio Napolitano (cfr Conchiglie del 5 febbraio 2012)
 
 
 
Sulla Costituzione, rimando anche al pezzo pubblicato su Zoomsud http://www.zoomsud.it/commenti/44805-la-calabria-e-qla-piu-bella-del-mondoq.html

lunedì 17 dicembre 2012

Il Papa, i diritti civili, la campagna elettorale



Sarei pronta a scommettere che – togliendo le parti specificamente “religiose”, che interessano solo i cattolici e i primi cinque paragrafi del punto 4 del messaggio di Benedetto XVI per la XLVI Giornata Mondiale Della Pace, 1° Gennaio 2013 – tutto il resto, ove mai venisse letto, sarebbe largamente condiviso. Quanto ai quei primi cinque paragrafi, sono stati ampiamente riportati, tagliuzzati e con titoli cubitali, da tutta la stampa e hanno innescato polemiche pesanti con attacchi anche virulenti al pontefice.

Ci sarebbe da fare, come in altre occasioni, un discorso sul tasso di informazioni e di deformazioni dell’attuale Comunicazione, resa più facile, ampia e democratica, ma anche più superficiale e a colpi di slogan dalla diffusione dei social network. Ma lo eviterò.

Ce ne sarebbe anche un altro sui responsabili della comunicazione del Vaticano, che dovrebbero conoscere bene le leggi dei media, per cui non risulta molto credibile il loro “stupore” di fronte a reazioni che non si poteva proprio dubitare avrebbero creato, in questa come in altre situazioni, frasi ed espressioni, che risultano decisamente più taglienti del resto dell’intervento papale. Ma eviterò anche questo discorso.

E proverò, da cittadina qualsiasi, a dire la mia nel merito.

Sul “diritto naturale” ho sempre avuto molti dubbi. Perché l’uomo è “natura” che non comprende se stesso senza “cultura”, per cui non può che interpretarsi se non attraverso pensieri e parole cui la variazione dei tempi e dei luoghi conferiscono sfumature differenti e imprescindibili anche a ciò che pure, resta, in esso, fondamentalmente identico.

Il matrimonio è munus mater, ovvero la forma giuridica che, nel tempo, è servita a dare un nido certo alla prole. Qui il discorso si fa lungo e tonnellate di studi di genere ne hanno sviscerato le caratteristiche di subordinazione della donna. Cosa che, a mio parere, non ha scalfito il nucleo fondante: il matrimonio ha in sé la potenzialità delle nuove nascite. Ergo, prevede come attori un uomo e una donna.

Non avrei personalmente accettato una “convivenza”, che mi sa di potenziale “transitorietà” delle scelte, ma, appunto, ne parlo solo per me e non ho nulla da dire su chi, invece, questa scelta la fa (magari, in maniera transitoria verso il matrimonio). Comprendo, ma non trovo convincente la scelta dei pacs, ovvero una diversa forma giuridica per regolare diritti e doveri della coppia rispetto a se stessa e ai propri figli. Se mi si chiede, socialmente, di laurearmi per insegnare, di prendere la patente per guidare, senza che io possa esibire un diverso tipo di laurea o di patente, regolare per legge una forma “para-matrimoniale” corrisponde certo ad una sempre crescente “liquidità” delle relazioni, ma segna un doppio binario su cui più di qualche perplessità mi sembrerebbe sensata.

Quanto agli omosessuali, non ho dubbio che vada, invece, istituita una forma di patto civile che garantisca, se vivono in coppia, i loro reciproci diritti. Ma il termine matrimonio mi sembrerebbe una presa in giro della lingua. E sulle adozioni: sono certa che, in singole situazioni, i bambini possano crescere felici con due madri o due padri, ma, in termini di principio, no: hanno bisogno di un riferimento materno e paterno, non da “coniuge A” e da “coniuge B”, ma proprio da “madre” e “padre”, uomo e donna.

Su aborto ed eutanasia mi sono più volte espressa, quindi, stavolta, posso esimermi.

Dimenticavo: la famiglia. Beh, la famiglia, in relazione agli affetti, si declina in ogni situazione giuridica o meno in cui due o più persone convivono con rispetto e amore; in senso più costituzionalmente proprio è fondata sul matrimonio.

Detto questo, mi auguro che i prossimi due mesi di campagna elettorale, già infelicitati da troppe contorte parole, non siano fagocitati da tematiche di straordinaria importanza – per i riflessi sull’impostazione giuridica dello Stato e per le ricadute su persone in carne ed ossa – che dovrebbero essere sottratte a scontri ideologici e riportati nell’ambito di una riflessione possibilmente pacata e costruttiva. Non tra “destra” e “sinistra”, “laici” e “cattolici”, ma, semplicemente, tra “cittadini”.

Che si richiamano magari, nell’insieme,  ad alcune scelte ideali fondamentali, ma ognuno dei quali ha una sua esperienza esistenziale e un suo modo di inquadrare gli eventi. E chi la pensa in maniera differente non è un appestato.
 
Il messaggio integrale di Benedetto XVI si può leggere sul sito del Vaticano: http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/peace/documents/hf_ben-xvi_mes_20121208_xlvi-world-day-peace_it.html

domenica 16 dicembre 2012

La Cantata dei Pastori


 
 
 
Nella foto, Maria, Giuseppe e Gesù, dal cartone animato La cantata dei pastori, realizzato interamente da Mad Entertainment Animation, in anteprima a Napoli il 18 dicembre e in Tv, su Rai 1, il 26.

L'inquietudine della strada giusta


 
Il fratello d’una mia trisavola – ho il suo stesso nome, ma il mio deriva da una diversa linea genealogica – era, dicono, un gran lavoratore. Piccolo di statura, preciso in ogni suo dovere, tutto casa, campagna e chiesa. Inappuntabile.

Ma un giorno, chissà in quale pensiero immerso, fece quella che oggi si chiamerebbe una gaffe.

Come d’uso, entrando in una casa amica, si tolse ‘a birritta, s’inchinò e, a voce forte, disse: “Saluti e bon ci crisci”. Senza considerare che era andato lì, col morto ancora nel suo letto, per una visita di condoglianze.

Donna Francesca – mia trisavola anche lei – lo fulminò con lo sguardo e se lo mangiò di parole: “Compari, ‘u beni mi crisci, ‘u mali ‘nto fundu du ‘mari…”.

Perfino gli auguri, insomma, rischiano di non essere sempre appropriati; addirittura d’essere sbagliati.

Figuriamoci le scelte.

Ho idea che ci troviamo ad uno snodo importante – forse epocale – della nostra storia.

Avverto tutta l’inquietudine della strada giusta.

giovedì 13 dicembre 2012

Ad Elsa Fornero. Con stima e simpatia



I miei sette lettori (c’è la crisi, diminuiscono anche i lettori, non solo per i grandi giornali…) sanno che più volte ho espresso stima e simpatia per il ministro Elsa Fornero. A cominciare da quando, all’inizio del governo del Monti, è stata abbondantemente ridicoleggiata per le sue lacrime.

Non mi pare che sia stata adeguatamente ripresa la sua ultima intervista in cui, ribadendo che tornerà a fare il professore universitario, ha osservato come le sue lacrime sono state sbeffeggiate, al contrario di quelle di alcuni politici uomini.

Già, perché basta poco per ricacciare le donne – anche le dominae, le signore di qualità, nell’angolo delle donnicciole – e altrettanto per far cogliere abissi di nascosta umanità in rappresentanti (magari ottime persone, non è questo in discussione) del genere maschile.

Ma questa vignetta de La filosofia reggina mi ha fatto troppo ridere.

La signora Fornero non conoscerà le sfumature di quella nostra implorante invocazione – per l’anima dei morti – e neppure il nostro culto per le crispelle (con le alici) delle Vigilie, ma mi auguro che, se avrà occasione di vederla, possa ridere anche lei.

Con rinnovata stima e simpatia.
 
Da uno spunto de La filosofia reggina, anche questo articolo pubblicato su Zoomsud, Io me ne f... Tu te ne f... E noi ci ritroviamo così:
 
 

martedì 11 dicembre 2012

La stella di Concetta



La stella di Natale, che per cinque anni, puntuale, aveva cominciato a illuminarsi di rosso all’inizio di dicembre, quasi vergognosa delle sue rade foglie verdi semi accartocciate sui rami nudi, si nascondeva rattrappita in fondo al cortile mentre la pioggia intristiva una festa dell’Immacolata che già non sapeva di dolce.
 
A quasi ottanta anni, per la prima volta donna Concetta avrebbe passato il Natale da sola. Non le era successo neppure dopo che, tre anni prima, era rimasta vedova. L’unica figlia, che abitava in cittadina del nord-est, scendeva a passare tutto il periodo delle vacanze scolastiche insieme al marito e alle due figlie che, anche crescendo, erano rimaste affezionate a quei giorni calabresi di inverno tiepido, passeggiate in bici lungo la strada del mare, cucina della nonna e giochi a carte con un gruppo di amici d’infanzia che aveva resistito agli anni, alle lontananze tra una vacanza estiva e una invernale, ai fidanzamenti e ai matrimoni.
 
Ma Teresa, quell’anno, doveva andare a trovare la suocera che stava troppo male per poter barattare, ancora una volta, Pasqua con Natale e Anna doveva partorire tra la Vigilia e Santo Stefano, ragion per cui Rita se ne sarebbe rimasta ad accudire la figlia, col magone di lasciare sola una madre vecchia in una casa troppo grande. Dove i ricordi tristi, tenuti a freno in compagnia, in solitudine potevano diventare fantasmi mortalmente avvolgenti come spire di polpi avvelenati.
 
Ogni 8 dicembre, tornata dalla Messa, Concetta tirava fuori il grande scatolone coi pastori, li scartocciava ad uno ad uno dai fogli di giornale che li proteggevano dalle rotture e li metteva su un tavolino a prendere aria in attesa che Anna s’inventasse, ogni anno, una diversa rappresentazione del presepe. E lo stesso faceva con gli addobbi dell’albero, ch’era da sempre compito di Teresa.
 
Poi prendeva un recipiente smaltato ch’era appartenuto a sua madre, ci versava il vino cotto e, dentro, tagliuzzati, i fichi secchi e si dedicava al lavoro più lungo della giornata. Si sedeva in un angolo da cui si vedeva bene l’Etna al di là del mare, un masso di granito sul tavolo, un martelletto e schiacciava le mandorle che, pulite e triturate, nei giorni successivi sarebbero andate a far compagnia ai fichi.
 
Sebbene la prossima nascita di un pronipote le desse un senso di caldo stupore – la meraviglia d’un regalo inatteso, mai aveva osato sperare in un tale traguardo – il vicino Natale solitario l'appesantiva d'una malinconia di lacrime rapprese che, pur sforzandosi, non riusciva a mettere fuori dalla porta.
Non le dava cuore né di mettersi davanti agli occhi un qualche simbolo di festa né tantomeno di preparare dolci che, non essendoci Teresa e Anna, non avrebbero trovato tazze di latte bollente in cui tuffarsi.
 
Neppure il tempo aiutava. Il mare anneriva, mugghiando, sotto nuvoloni spessi che avevano già ricoperto tutto il profilo siciliano e, d’un tratto, la grandine colmò i vasi delle piante da cucina, piegando l’ultimo basilico, la menta e il rosmarino. Qualche minuto e il cielo fu di nuovo azzurro e il sole tornò a dorare la neve dell’Etna in rivoli di luce che dalla montagna scendevano sul mare in scintillii di colori.
 
Concetta, ch’era rimasta ferma dietro il vetro, chiusa nei suoi pensieri, si riscosse. Non poteva certo gettare un’ombra di malaugurio sul bambino che stava per nascere. Anche se avrebbe avuto bisogno di un bel po’ di tempo per finirli, andò a prendere l’occorrente e iniziò a preparare i petrali.
 
 
 

 

 

 

domenica 9 dicembre 2012

Il mio presepe

 
 
La lavandaia, certo. Avevo già dieci anni e al mio paese si lavava ancora in una vasca comune ad un crocicchio di strade, insaponando i panni sul lavello ondulato di granito e lì si abbeveravano le mucche e l’asino di ritorno dal suo lavoro. (Da bambina, con l’asino, salivo in giardino con mia nonna; un pomeriggio d’estate, per gioco, uno mi afferrò dalla gonna nuova e mi fece un’altalena su e giù; piansi per la gonna “alla moderna” miseramente strappata, ma continuai ad amare gli asini).
 
E il pastore. Ma, in campagna, non ne ho mai visto uno addormentato a bocca aperta sotto qualche albero, piuttosto lo incontravo scendere la fiumara per portare tutto il gregge, i capri, le pecore madri dalla lana beigiolata, gli agnellini tenerelli, verso il mare. Borbottava, in dialetto, qualcosa come: “E’ dall’alluvione che non c’è una pioggia come si deve”.
 
E, poi, il contadino con il suo paniere di frutta e verdura in mano, con le mani callose e la giacca di fustagno liso. E la massaia con le sue galline, che conosce ad una ad una e parla a Rosina e a Bianchina con scontrosa tenerezza.
 
E l’arrotino, che somigliava a mastru don Giuvanninu, che forgiava le zappe e lavorò fino alla morte, fermandosi solo per una pesante influenza: “Non haiu putiri né mi lavuri né mi mangiu”. (non ho la forza né per lavorare né per mangiare).
 
E le botteghe di carni, salumi, formaggi, i ‘putii.
 
E il pozzo (che conoscevo bene) e il laghetto (non ne avevo idea, però non era dissimile per forma, se non per colore, dalle pozzanghere) fatto con un piccolo specchio e, in anni più recenti, con la carta d’argento, con le papere, le oche, i sassolini intorno.
 
E la faccia nera di uno dei Magi. Non c’era la televisione quand’ero proprio piccola e La capanna dello zio Tom l’avrei letta dopo alcuni anni: che ci fossero persone d’altro colore lo appresi nell’armonia del presepe.
 
E tanto muschio preso dalle armacere (muri di contenimento delle terrazze) del giardino. E qui mi devo fermare perché l’immagine si fa troppo dolente, di persone care che un tempo erano giovani e forti e non lo sono più.
 
Non ho mai saputo fare il presepe, mi limito a mettere i pastori a passeggio. E non saprei neanche costruirmi i pastori, con la creta o con la plastilina.
 
Eppure ne ho uno in mente, grande, in cui c’è posto non solo per i pastori della tradizione, ma per tante persone che nella vita, magari solo mentale, ho incontrato, per anni o solo per qualche ora, familiari, amici e gente che neppure mi conosce eppure amo.
 
Me li sento tutti dentro nello struggimento dell’anima, al suono delle ceramelle, nell’incanto d’una nascita speciale sotto il cielo stellato – ho sempre associato il Kant de “il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me” agli sfondi blu notte fitti di stelle dei presepi della mia infanzia – nella malinconia di un tramonto incantato che diventerà alba da estasi, ma intanto bisogna attraversare la notte.

Ho già, ultimamente scritto del presepe. Sarà la vecchiaia che porta ai ricordi. Sarà la consapevolezza che l’unico reale discrimine dell’età, se la salute regge, è che i giovani guardano al futuro come opportunità e i vecchi come pericolo: ma, forse, questo valeva di più prima, perché a trovare speranze nel futuro, oggi è difficile anche per i giovani. Sarà l’idea di sottofondo che uno dei nostri limiti, come calabresi, è quello di non aver mai accompagnato l’orgoglio di noi stessi con un’effettiva valorizzazione di quello che siamo stati e siamo o possiamo essere: un orgoglio amaro e risentito, insomma, non un orgoglio che ha in sé le proprie, tranquille, ragioni.
 
Il presepe è universale, integra in sé popoli e culture differenti (come universale è l’albero con le luci che, magari non in tanti lo sanno, ma ha anch’esso radici “religiose”, giacché deriva dal fatto che la Bibbia parla di alberi che danzano illuminati e felici alla vista di Dio). Ma qualunque autore sa che il massimo dell’universale si raggiunge nella rappresentazione del massimo del particolare.
 
Ecco: mi piacerebbe fare, oggi, all'Immacolata, secondo tradizione, un presepe del tutto “calabrese”. Ci metterei Telesio e Campanella, Ibico, Nosside, l’emigrato dell’Ottocento che parte per la lontana ‘Merica e quello del ‘950 che s’avvia verso Torino e Milano, e la nostra prima laureata…e… e… e…
E voi, chi ci mettereste?
 
 
 
Nella foto "le due calabresi" attribuite al Sanmartino

 

 

 

martedì 4 dicembre 2012

Nonostante che, è Avvento




Con me Eduardo De Filippo-Luca Cupiello l’ha vinta da sempre. Il presepe mi piace. Assai.

Mi basta un accenno, la grotta, qualche pastore, un po’ di pecore. Ma ho una predilezione per quelli grandi, con case e casettine, laghetti e torrentelli e, soprattutto, miriadi di personaggi. La venditrice di uova e il macellaio, il fabbro e il verdumaio, la lavandaia e il pescatore, lo scemo del villaggio e il sapiente che viene da lontano e poi le galline, le oche, i colombi, il maialotto, i cesti di pane e i bicchieri di vino.
 
E’ come vedere uno di quei paeselli calabresi arrampicati su per l’Aspromonte con tutti gli abitanti, colti negli umili mestieri di un tempo, nell’atmosfera sospesa di una notte stellata, quando ogni cosa sembra andare oltre se stessa e non c’è buio che non sia illuminato, silenzio che non dica parole essenziali.
 
Uno sguardo in più e ogni pastorello di terracotta si scioglie dal suo incantamento e si muove con l’andatura ‘i cummari Peppina e di ‘mpari Turi ed è tutto un quotidiano discorrere: “’Mari Santina, aviti ‘nu pocu ‘ i putrusinu, che aia ‘a fari ‘i purpetti?”, “Mali ‘ppe mia, chi mi succiriu…”, “Focu meu, focu meu, sintisti chi Mariuzza sa fuiu…”.
 
Il bue e l’asinello tacciono, ma il loro respiro colma di tepore la grotta e si fa scialle per il freddo del cuore. Come quando ero piccola e, nella stalla, lì dietro i banani e le vasche per l’acqua, mentre mia nonna mungeva la vacca, ruminavano quieti la paglia e il loro fiato era una piccola nuvola che riscaldava l’inverno.
 
Una «piccola divagazione» sul presepe – «nel Vangelo non si parla qui (ndr, nei versetti che raccontano la nascita) di animali», ma «nessuna raffigurazione del presepe rinuncerà al bue e all’asino» – la regala anche l’ultimo libro di Benedetto XVI: una narrazione, semplice nel linguaggio, limpida nello stile e profonda nei contenuti, de L’infanzia di Gesù. Una riflessione che può felicemente accompagnare i credenti nell’avvicinarsi al Natale e trovare attenzione anche in chi non credente o credente in altre fedi, ha qualche curiosità sull’argomento.
 
Pubblicato da poche settimane in 1 milione di copie, in contemporanea in 9 lingue e 50 paesi, non appare certo strano che il libro, coedito, nel nostro paese, oltre che dalla Libreria Editrice Vaticana, da Rizzoli sia in testa – come riferisce La lettura del Corriere della Sera – alle classifiche italiane di quelli venduti nel settore saggistica, sia in cartaceo che in e-book.
 
Vi venisse però la curiosità di sapere se anche in Calabria L’infanzia di Gesù sia al vertice delle vendite, non troverete risposte. Per il semplice fatto, – e se non è così, sarò lieta di apprenderlo – che in Calabria rilevazioni settimanali a tappeto di quanti e quali siano i libri venduti pare non se ne facciano.
 
 




Quand’ero giovane, nel secolo scorso, l’inverno iniziava il 2 dicembre, quando nonni e zii contadini
scrutavano il cielo dell’alba con grande attenzione: “Si ‘cchiuvi ‘a santa Bibbiana, ‘chiovi ‘nu ‘iornu, ‘nu misi e ‘na settimana”… e il Natale iniziava alla fine di Novembre, con quella Novena, che, all’Immacolata, portava in tavola le stesse crispeddhi del 24 e del 31 Dicembre.
 
Anzi, no, Natale iniziava ad agosto – “Siccamu ‘ndu fichiceddha pi’ pitrali” – con appendice a Settembre – quando il primo mosto doveva bollire fino a ridursi ad un quarto per quel vino cotto che, l’otto Dicembre, veniva versato in un grande recipiente smaltato in cui ogni giorno, ai fichi, si aggiungeva qualcosa (noci, bucce di mandarini, cioccolato) fino a farne quella pasta inebriante che riempiva in mezze lune la frolla dei petrali qualche giorno prima del Natale.
 
Se ‘i crispeddhi erano l’espressione del niente che attingeva al sublime (un po’ di farina, un po’ d’acqua, tanto olio di gomito: solo civiltà contadine di lunga tradizione possono produrre qualcosa di simile), i petrali erano la povertà che diventava ricchezza. Gli ingredienti del lavoro dei campi di tutto un anno, più qualche ombra di cioccolato (se c’era) che diventava il simbolo del “di più” che il Natale rappresenta e il tutto “nascosto” perché l’apparenza di quel piccolo dolce non rende l’intensità né del profumo né del sapore. Come, passando dal profano al sacro, in fondo non è immediatamente visibile l’immensità di Dio in un Bambino.
 
Giorni, nelle case, di assoluto predominio al femminile. Con le donne che si aiutavano a vicenda nel produrre cofani di petrali e gli uomini di casa in funzione di aiutanti, che non si opponevano ad “essere ordinati” di occuparsi dei grandi forni a legna, gli stessi del pane: con le relative litigate sui tempi di cottura. E i bambini mandati a portare la spasella alla vicina ‘Ntona e alla ‘za Caterina. E tutte le chiacchiere che si possono immaginare, i confronti tra i petrali di Cicciddella e quelli di Mariuzza e di ‘Raziedda.
 
“…si occupò della casa, filò la lana…” si diceva delle grandi donne romane. Di quante reggine, nostre ave, bisognerebbe ricordare, a perpetuo vanto, le loro crispeddhi e i loro petrali?

Nel pre-Natale 2012, tra gli odori, reali e metaforici, in cui siamo immersi, che meriterebbero solo nome di “puzze”, “miasmi” e simili, riusciremo a cogliere, meglio a produrre, anche qualche buon profumo?
 
 
 

sabato 1 dicembre 2012

Il prossimo inquilino di Palazzo Chigi


 
 
Cara Maria,

non ci sentiamo da molto tempo, ma, senza volere, a te ho pensato stamattina riflettendo tra me e me sul voto di domani.

Mi sono venute in mente tutte quelle nostre discussioni sulla politica, ai tempi del liceo. Discussioni acerbe e appassionate, con molte liti e lunghe lettere di spiegazioni delle nostre posizioni, che, tra l’altro, ci isolavano dalle nostre compagne. Chissà, magari, qualcuna di loro oggi segue la politica più di te e me messe insieme, ma, allora, in quella classe tutta al femminile, non era il loro massimo interesse.

Come ti puoi aspettare, ho votato, la scorsa domenica, alle primarie del centro-sinistra. Per la verità, mi è sembrato molto fastidioso firmare la condivisione del programma. Penso che, oggi come oggi, per la maggior parte delle persone, già è difficile condividere tutti i propri pensieri, figuriamoci un intero programma di partito e, per di più, di coalizione. Mi sono turata il naso e ho firmato, sapendo bene che da questa o quella posizione del centro-sinistra sono ben lontana, ma che ad esso mi lega una parte abbondante della mia storia e  quel particolare battito del cuore che qualcuno chiamava “il sogno di una cosa”, un po’ di giustizia e di uguaglianza su questa terra di dolori e di drammi.

Ma non sono certa che domani riuscirò a rimettere tra parentesi tutti i miei dubbi e le mie incertezze e fare un segno su una scheda. Il nodo, sai qual è?

E’ che io spero che, alle prossime elezioni, la maggioranza non resti certo quella che siede ancora in Parlamento né, tantomeno, abbiano troppo spazio nuovi, pericolosi qualunquismi, anzi  sia proprio quella di centro-sinistra.

Ma non riesco ad immaginarmi né Bersani né Renzi  (né, tantomeno, altri) Presidente del Consiglio. Fosse per me, senza se e senza ma, il Presidente del Consiglio sarebbe ancora il prof. Monti.

Vale anche per lui, quello che ti ho detto prima nei confronti dei partiti, anzi del Pd: non condivido tutto quello che ha detto o fatto in quest’anno di governo. Ma ha avuto un merito che mi sembra altissimo, anzi, lasciamelo dire, stratosferico: ha ridato dignità al nome Italia. Visto dov’eravamo precipitati, non era facile. Ora che abbiamo fermato l’inabissamento e possiamo, con duri sacrifici, risalire, come potremmo rinunciare ad una credibilità alta nel mondo come la sua?

E, tu, tu che pensi di fare, cara mia omonima?


ps ho scritto centro-sinistra col trattino, ma lo puoi leggere senza trattino, fa lo stesso, sono di quei particolari il cui supposto senso non riesce ad affascinarmi...
 
 
 

 

 

 

 

 

 

 

sabato 24 novembre 2012

Pietre di sapone




Che da una madeleine inzuppata nasca un capolavoro letterario, non è che capiti tutti i giorni. Ma chi non conosce quella particolare emozione che ci prende all’improvviso per un ricordo inatteso scattato ad un suono, un colore, un’immagine che, tante altre volte, non ci hanno suscitato sensazioni così intime e intense?

Basta un niente, talvolta, e quel piccolo sasso crea in noi una spirale di onde che ci traferiscono in altri tempi, in altri luoghi.
 
Leggo, su fb, un commento di Mimma Miceli – “ieri nel programma della Panicucci, si parlava dello smaltimento degli oli usati, non sapevano dove buttarlo, ma dico io, non vi viene in mente che si può saponificare? e il problema è risolto!!!!!!!!!” – e un’immagine s'impossessa della mia mente.
 
Ecco, siamo nella rua della mia prima infanzia, nel cortile della mia fanciullezza e in quello della prima gioventù, con al centro un grande calderone, ‘a ‘caddara, e una donna di famiglia – madre, nonna, zia – rossa in faccia, i capelli un po’ scarmigliati, le maniche abbondantemente arrotolate, che rimesta con un grande bastone e di tanto in tanto s’asciuga il sudore con un lembo del grembiule.
 
Per ogni litro d’olio, quello rimasto dai fritti e la morga, che si depositava nei contenitori, o, ancor meglio, per ogni chilo di sugna, cinque litri d’acqua, la soda e tanto lavoro di gomito.
 
All’ebollizione, quando il miscuglio era ormai una marmellata, un passato di pomodori, si versava in lande rettangolari piuttosto alte, usando poi una apposita seghetta per tagliarlo.
 
I pezzi, di solito piuttosto irregolari, venivano lasciati ad asciugare e poi conservati in sacchetti di tela, pronti all’uso. Bruni di colore, erano decisamente meno gradevoli alla vista del “sapone comprato” e avevano un odore di fresco pulito, che "non profumava" come quello di quei saponi "del negozio", che a noi più giovani sembravano più "moderni" ed "eleganti".
 
Ma, a differenza di molti saponi oggi in uso, quelle “pietre di sapone” pulivano davvero.
 
Non solo i vestiti. Ma anche le pelli, quelle più delicate e fragili. Fino ad essere utilizzate - quasi un'abluzione sacra - per la pulizia degli anziani costretti a letto, per evitarne le piaghe da decubito.
 
 
Questa nota accompagna su Zoomsud l'articolo di Mimma Miceli http://www.zoomsud.it/commenti/43580-il-sapone-io-lo-faccio-in-casa.html
 
 

mercoledì 21 novembre 2012

L'amica più bella


 
A Lianella Scambia Condello
 
 
 
C’erano sempre i gabbiani sul mare

quando, tornando da Messina,

uscivamo sul ponte a prenderci

il vento tra i capelli…

9/2/79

 

A quali occhi somigliavano i tuoi

occhi? Agli occhi belli di Lianella

velluto e seta, impercettibile

carezza dell’anima all’anima…

17/5/2008


Cecilia, Lia, Lianella la conobbi a casa dell’onorevole Misefari, uno dei padri del Pci in Calabria. Dolce, timida, le spalle leggermente incurvate, gli occhi profondi e ridenti. Nel suo vestiario il segno di un certo benessere economico, ma portato con molta semplicità e discrezione.
Avremmo dovuto, secondo l’anziano e autorevole onorevole, ordinare il suo archivio, ma, all’inizio, non trovammo che giornali abbastanza comuni e opuscoli di non straordinaria importanza. Restavamo qualche ora nello studio a prendere polvere e poi, io con la scusa dell’autobus e lei con quella d’accompagnarmi, scappavamo: dalla cardinale Portanova al Duomo, praticamente tutto il Corso. Chissà perché non ricordo in quel periodo pomeriggi di sole: la rivedo con me sotto una pioggia leggera, tranquillamente grigia, che non ci impediva di prendere un gelato. Non so che cosa dicessimo. Forse le raccontavo della tesi che stavo preparando e lei, che aveva appena finito l’Università, mi diceva del tentativo di ottenere una borsa di studio.
C’era qualcosa d’incerto nel suo sguardo, di smarrito; mi venne più volte il dubbio che fosse troppo dolce, ma avrei ben presto capito quant’era forte.
Venne con me a Gambarie, al corso annuale delle Acli. Non credo che né a me né a lei sia rimasto molto di quanto in quei giorni si veniva discutendo, anche se alle riunioni prendevamo seriamente parte tutt’e due, ma piuttosto l’atmosfera di amicizia, di allegria, di gioia che abbiamo tante volte rievocato. Le camminate al mattino nei boschi, il latte caldo di un sapore mai più provato e soprattutto le sere, quando sedutici a cena, non appena cominciava ad apparire il solito brodino, Piero, Mimmo, Rita, Lia, io e qualche altro sparivamo e andavamo a mangiare in una bettola, una stanza vuota e malconcia, del pane di grano freschissimo, salame e formaggio e, inevitabile per Piero, pasta aglio e olio. Le barzellette, i racconti, le risate e le peripezie dell’850 barcollante di Rita, il calore di quelle sere tiepide di settembre; i canti da falsi ubriachi tornando in albergo: tra le sere più belle, indimenticabili della nostra vita.
A Gambarie passammo solo una settimana, ma fu come se avessimo passato anni. Lia continuava a parlare pochissimo si sé, ma intanto cresceva la mia stima e la mia simpatia per lei. E parlavo, parlavo. Lungo i viali di Gambarie, lei ascoltava, commentava, incoraggiava, rasserenava. E continuava ad ascoltare, in quei ritorni da Messina, sul ponte del traghetto, in giornate piene di luce, caldo, sole, con i gabbiani che non annunciavano pioggia ma ancora nuovo sole.
Partì per Biella, dove aveva trovato lavoro. Cominciò per lei una stagione d’esperienze – il freddo, la noia d’un cittadina di provincia, un lavoro di animazione al pomeriggio che non corrispondeva certo alla sua preparazione – e di esilio. Reggio le mancava infinitamente.
L’anno dopo, il convegno delle Acli si svolse a Brancaleone. Arrivarci fu quasi un’avventura. Ci incontrammo alla Centrale subito dopo pranzo; l’unico treno utilizzabile era un accelerato: un viaggio, insomma, di ore. Arrivammo che era quasi sera, il sole scomparso, l’aria grigia che segue il tramonto, il tratto dalla stazione all’albergo solitario. Un albergo da ridere, in quel luogo: elegante, tutto moquette e poltrone, isolato nel bel mezzo di una campagna bruciata dal sole, immerso nel ronzio degli insetti. Eravamo praticamente fuori dal mondo: niente lunghe passeggiate, niente gelati, niente cene nelle bettole. Molto tempo per parlare, tanto più che stavamo tutte e due nell’inquieta fase che precede il matrimonio. Adesso anche lei si diceva: i suoi sentimenti, le sue paure: inquietudini vaghe, preoccupazioni incapaci di trovare parole precise.
Parlava assorta, dolce, un velo di sgomento negli occhi profondi e nerissimi, un impercettibile trasalimento che le increspava il volto.
Quando si svestiva per la notte – un corpo perfetto, la pelle olivastra ma piena di luce, il seno florido – mi chiedevo se si rendesse conto di quant’era bella.
L’ultimo giorno, mentre tutti gli altri tornarono a Reggio subito dopo il pranzo, il solito gruppetto – Piero, Rita, Mimmo, noi due – salimmo a Gerace. Mi sarebbe piaciuto sposarmi lì, in quel paese abbandonato, con la sua struttura medievale praticamente intatta, le decine di chiese, la visione della valle fino allo Ionio. Era una specie di sopralluogo, ma questo lo sapevamo solo lei ed io. E anche Lianella, girovagando per quelle stradine, cominciò a pensare che quello era il luogo giusto per sposarsi – “Ma bisognerà rifornire gli inviatati di pelliccia”, la cripta della cattedrale essendo freddissima – l’arrivederci più bello alla Calabria prima di andare via.
Ci sposammo – a Reggio, non a Gerace – a pochi mesi di distanza l’una dall’altra: cominciammo a vivere davvero in parallelo. Tutt’e due lontane da una terra amata senza misura, da un ambiente umano in cui ci sentivamo vive; alle prese con problemi semplici ed enormi – cucinare, lavare, stirare – e con molti nodi da sciogliere.
Il lavoro le costava molto: sveglia alle quattro del mattino, ritorno non prima delle tre del pomeriggio, quattro ore sul treno ogni giorno, almeno due cambi, ragazzi difficili a Torino, politicizzati, sì, ma anche più disposti a distruggere il vecchio che a creare il nuovo.
Studiava, leggeva. A Torino frequentava conferenze, andava a vedere mostre, seguiva anche qualche lezione all’Università; pensava di prendere una seconda laurea.
Le pesava come assurdo e crudele il fatto che per lavorare dovesse restare lontana dalla Calabria. Nel ricordo Reggio si faceva mito: piena di vita, di attività e, soprattutto, piena di sole, bella. Cuneo, al contrario, le appariva sempre più fredda, con la gente tesa ad accumulare denaro, distante, non nemica, ma indifferente.
Nelle sue lettere – pagine intense, che leggevo e rileggevo avidamente – c’era tutto il suo essere con gli altri, nella storia, e, insieme, tutto il suo bisogno di vivere ritirata, lontana da mondo, immersa un po’ nel sogno. Un dolore, prima appena accennato, poi sempre più esplicito si faceva strada: il timore di non poter avere figli e il conseguente calvario di medici, visite, analisi.
Lei che non aveva mai preso un’aspirina, cominciò a vivere di pillole e iniezioni. Il timore si stemperava a tratti in speranza, per precipitare più spesso in disperazione.
Ogni lettera, ogni telefonata, ci invitavamo reciprocamente a “venirci a trovare”. L’occasione la trovammo, finalmente, per le elezioni del giugno 78, poiché io dovevo scendere a Reggio in quel periodo e lei doveva andarci a votare. Avrei voluto che restasse qualche giorno a Napoli, ma arrivò di sabato sera. Il tempo di cenare, di vedere un po’ la casa, e la mattina seguente, dopo il mio voto, la nuova partenza.
Il treno stracolmo e in ritardo; il sole caldo e sempre più cocente; i contrattempi non riuscivano a incrinare la gioia di Lia di scendere e la nostra di rivederci finalmente da sole.
Parlammo da Napoli a Reggio senza interruzione. La nostra vita si sgomitolava nelle nostre frasi, senza pudori, senza riserve: a lei potevo dire ciò che nessuno poteva ascoltare, lei poteva fare lo stesso con me. Da Scalea in poi, il viaggio lo facemmo in piedi, al finestrino: l’orrore di una costa distrutta, ma poi più giù, dopo Amantea, fasce di mare viola e verde, spiagge libere per chilometri con la gente che faceva il bagno e, soprattutto, ginestre: il loro profumo, nel caldo afoso, ci inebriava. Il bisogno di un figlio si era come cristallizzato in una disperazione non rassegnata.
Non credeva che si trattasse di una causa psicologica ma sembrava propensa a fingerselo, per stare un po’ tranquilla, qualche mese, almeno l’estate, leggendo qualche libro, sotto il gelsomino, nel giardino della sua casa.
Rifeci lo stesso viaggio pochi mesi dopo: da sola, col cielo grigio carico di pioggia. Lia passata dalla vita alla morte in un istante, in un ospedale del Nord, per una maledetta analisi. Certo con la non rassegnata dolcezza e con l’eroica mitezza di chi aveva lottato consapevole che, alla fine, avrebbe perso.
A Reggio pioveva. Rade gocce, come d’una malinconia struggente che si vuole il più possibile contenere. La corsa in macchina dalla stazione alla sua casa. Arrivai proprio mentre il furgone mortuario si fermava davanti alla porta e la bara, appena giunta in aereo, rientrava per un istante nella casa della sua fanciullezza.
La folla immensa in chiesa. Fuori, per l’ultimo commiato, un albero si dondolava, lacrimando sulla bara  rivoli di pioggia sottile e silenziosa, ma all’improvviso si fece uno squarcio  azzurro nel cielo e nuvole rosse brillarono, poi, fino a notte. L’abbraccio di Nicoletta, la sorella: “Ah, Maria, tu sai cosa aveva in cuore Lia…”
 
Sì, io lo so…
Lianella è morta il 2 febbraio del 1979. Qualche anno dopo è morto anche Piero Ravenna.