domenica 26 febbraio 2012

I "lunghi capelli" di Angela Procaccini


Come ho già avuto modo di dire, non sono un’esperta in critica poetica. Posso solo provare a raccontare qualche emozione scaturita dalla lettura di Lunghi capelli.
Già la prima poesia, quella che dà il titolo al libro, mi ha come spiazzato, precipitandomi in una di quelle voragini in cui lo stomaco si chiude e si ha come la percezione di una luce che attraversa velocemente il buio: qualcosa, insomma, che ti fa cogliere l’abisso e, insieme, le vertiginose vette della vita.
Nel quasi rarefatto equilibrio di versi raffinati che rimandano al meglio della grande poesia greca si rispecchia il lago del cuore, i cui violenti sommovimenti magmatici della profondità non mostrano, in superficie, che un tremito lieve, dominati, come sono, da una lunga consuetudine, da una modalità diventata abito di vita: cautamente.
Angela Procaccini è donna di passioni forti, di lacerazioni profonde, di dedizioni assolute, e ha toni, gesti, sorrisi cauti. E’ il velo rispetto al tumulto del cuore e del mondo, alla confusione del quotidiano e alla molteplicità degli impegni; è il pudore delicato dei propri sentimenti; il permanere costante dell’animo in una sospensione che ha un nome, e occhi e capelli ben precisi. Sì che quello che si spezzò in un giorno di maggio in realtà continua, dal pozzo che pure l’assorbe, a risorgere sempre.
Il mio dramma è la non appartenenza, dice Angela Procaccini. E, in questo dramma trovano sintesi il freddo che è nelle ossa come nel cuore, la marea che s’accavalla lasciandola naufraga da tempeste, la prigionia degli inganni, lo sfinimento che accompagna gli slanci arditi, lo star sola, A guardare il raggio che si spezza sul ramo.
Ed è nel mare, il luogo fuori dal mondo, che Angela trova un interlocutore privilegiato della sua inquietudine, della sua storia di venti e correnti, della sua vita d’archi incrinati/e guglie stroncate. Il mare è lucida energia e smemoratezza in cui dissolvermi, fuga e galleggiamento –galleggiare come morire – è ponte verso l’alto cielo. E’, soprattutto, il ritorno al silenzio da cui nascono parole a lungo scavate dal logorio dell’onda.
“Ci sono sofferenze che scavano nella persona come i buchi di un flauto, e la voce dello spirito ne esce melodiosa” – ha scritto Vitaliano Brancati. Penso che questo volume di poesie ne sia una chiara conferma.
uesto è stato il mio intervento alla presentazione del libro avvenuta a Napoli il 23 febbraio



venerdì 24 febbraio 2012

'Cudduraci



“Che disgrazia”, si lamentava piano ‘a ‘za Razia, asciugandosi qualche lacrima col grembiule di panno marrone, ogni volta che entrava portando altri sacchetti di cotone colmi di farina e ceste di uova. Sul labbro superiore i baffetti tremolavano e la peluria le si agitava sul mento.

Nella grande cucina, sulla parte destra dell’ampio tavolo, c’erano chili di pasta già lavorata, suddivisa in piccole e grandi colline: lucida, elastica, di un colore giallo dorato. Al centro, Consolatina aveva formato una fontana di zucchero, burro e farina e stava riempiendo il centro del bianco cratere con le uova che apriva con un colpo secco al bordo del tavolo. Nella parte di sinistra, Cilla stendeva la pasta e, utilizzando dei fogli di carta oleata ben conservati in una scatola di latta, dava loro la forma di cuore, pesce, colomba, paniere, in diverse misure. Le disponeva, poi, in lande di spesso alluminio che passava alla figlia.

Santina aveva una quindicina d’anni, la pelle color di fiore di mandorlo, gli occhi verdi dietro gli occhiali dalle grandi montature nere, un nastrino di velluto a raccogliere i capelli biondi troppo sottili. Piegata su un tavolo più piccolo, messo sotto una grande finestra, abbelliva i cudduraci con fiorellini, nastrini, fiocchetti, stelle e lune della stessa pasta e ci spennellava sopra, con un ritaglio di lino, il rosso d’uovo sbattuto. Assorta nel suo compito, ascoltava appena i sospiri e le mezze frasi della ‘za Razia. Ma, sebbene anche sua madre e sua zia dicessero poco e niente, la storia le era chiara.

Il figlio maggiore della ‘za Razia s’era fatto ‘zito. Non con una ragazza del luogo, di cui si conoscesse vita, morte e miracoli di tutta la sua famiglia fino alla settima generazione, ma – Dio ci scampi – con una straniera, una olandese che aveva conosciuto in Francia. Che, come straniera, aveva già buone possibilità d’essere una scostumata. Se poi aveva una famiglia che l’aveva lasciata andare a studiare fuori, le possibilità diventavano certezza. Saverio qualche problema l’aveva dato sempre. A scuola s’era arrabattato tra rimandi a settembre e scuole private, fino all’Università quando s’era messo finalmente a studiare, vincendo poi un concorso alle superiori. Aveva trovato lavoro in una scuola a Nord e faceva anche lezioni private e corsi per ragazzi, insomma s’era sistemato. In Francia c’era andato a perfezionare la lingua l’estate prima e poi c’era tornato a Capodanno, a trovare degli amici, aveva detto. Ma, poi, aveva telefonato annunciando che Giovedì santo sarebbe arrivato a casa con la fidanzata e un’amica di lei. Intendevano sposarsi a luglio. ‘A‘za Razia e ‘u ‘zi Degu provarono col buono e col cattivo a fargli cambiare idea, gridarono e supplicarono, ordinarono e trattarono e alla fine accettarono di ospitarla a casa loro per quella Pasqua.

“Che vergogna, ‘pa faccia ‘da genti”, continuava a piagnucolare ‘a ‘za Razia, gli occhi piccolissimi e neri, i capelli grigi a tuppo, le spalle troppo sottili come le gambe, e i fianchi troppo larghi. Consolatina, che, contrariamente al diminutivo, era un donnone lungo e largo, ma, come diceva il suo nome, aveva sempre qualcosa a che fare con il conforto e la consolazione, provava a farla ragionare: “Qui non è morto nessuno, Raziina, vedrete che è ‘na brava ragazza; Saverio ha la testa un po’ così ma non sposerebbe mai ‘na fimmina ‘i malaffari…”.

A Santina, che viveva di casa e scuola – e che nulla sapeva d’amore se non quel che, nei pochi libri che riusciva a leggere, le metteva più aria alle narici e la stordiva di un lieve senso di vertigine – sembrava di stare dentro un’avventura. Non c’era una ragazza più bella di Silvia. L’avrebbe invidiata se non ne fosse già così devota. L’aria satura di anice che si sprigionava dal forno a legna, costruito nel cortile di fronte alla cucina, dietro alle vasche per lavare i panni, faceva da sottofondo ai suoi pensieri rosei come i peschi in fiore, nel giardino, che verdeggiava davanti a lei.

La prima a varcare il cancello fu una ragazza bionda, con gli occhi azzurri e la pelle di porcellana: “Non sono io – disse ridendo in un preciso italiano – Silvia sta arrivando”. Silvia non era bella come lei. La pelle né bianca né ambrata, pareva un frutto maturato senza sole. “Non si sente bene – disse Saverio – ha vomitato in aereo e poi in macchina” e la accompagnò al piano di sopra lasciandola davanti alla sua camera. ‘A ‘za Razia andò a prendere due manciate di camomilla secca e le buttò nell’acqua bollente insieme a due foglie di alloro. Lasciò macerare per una diecina di minuti, filtrò in una tazza, con alcune gocce di limone e la diede a Saverio: “Fagliela bere tutta”.

Due ore dopo, Silvia scese. La camomilla le aveva alleggerito il peso allo stomaco ma le aveva lasciata intatta l’ansia. Gli occhi di ‘a za Razia, di sua cugina Consolatina e di sua nipote Cilla, con diverso brillio, scrutarono il suo volto senza trucco, la maglietta di pochi soldi, i pantaloni e le scarpe basse. La guardavano con attenzione per trovare l’errore che la perdesse. Solo Santina la vedeva. E da ogni lato lei si voltasse la accompagnava con un gran sorriso.

Più tardi, Silvia le si avvicinò: “In questi giorni, andiamo a vedere i paesi intorno. Vuoi venire con noi?”. E, prima che Santina ritrovasse la voce, tutte avevano già, in coro, risposto per lei: “Certo che viene”.



immagine tratta dalla pagina fb di Amo la cucina calabrese








martedì 21 febbraio 2012

Insegnare a Nisida. Appunti di didattica sperimentata: 11. Yves Bonnefoy, un Poeta tra di noi

Yves Bonnefoy a Nisida. Accanto a lui la sua interprete, Valeria Cacace

 

“Non posso decidere di scrivere una poesia su Nisida ma spero che le parole per farlo vengano presto a bussare alla mia porta”. Così, il 26 ottobre 2011, Yves Bonnefoy, nel corso di un incontro organizzato a Nisida dal Premio Napoli, cui hanno, tra gli altri, partecipato il suo presidente, Silvio Perrella, che ha donato alcuni libri alla biblioteca dell’istituto come base di una sezione di poesia, la poetessa Maria Grazia Calandrone e Fabio Scotto, traduttore del grande poeta francese e curatore del corposo Meridiano dedicatogli da Mondadori.

Un incontro cui ci siamo preparati, a scuola con un lungo e appassionato lavoro sul senso e il valore della poesia; con la lettura di alcuni versi della Calandrone e di numerose poesie di Bonnefoy; preparando per lui le domande da cui partire per un dibattito – “Quando ha cominciato a scrivere? Perché lo fa? E’ contento di essere diventato famoso? Perché ha tradotto Leopardi in francese?” – che è stato particolarmente interessante e coinvolgente; e scegliendo anche, tra i tanti versi scritti in questi anni a Nisida quelli da leggere in tale circostanza.

La poesia – sia come “lettura di” che come “scrittura di”, oltre che come “incontro con” (da ricordare, in particolare, i tanti momenti passati con la poetessa Angela Procaccini) – è uno dei percorsi costantemente seguiti a Nisida. Lo testimonia, tra l’altro, un numero speciale di Nisida News dell’aprile 2006 che raccoglie alcune delle poesie scritte dai ragazzi tra il 1986 e il 2006 e che porta il significativo titolo di La scoperta dei sentimenti. E lo confermano le poesie di particolare forza espressiva scritte nel corso del complessivo svolgimento del progetto Nisida come parco letterario.

Capelli bianchi e occhi vivaci colmi di sapienza che sembrano guardare più al futuro che al passato; signorile e discreto, vigile e curioso di tutto, Bonnefoy ha parlato ai ragazzi in cerchio con lo stesso tono con cui, il giorno seguente, ha parlato all’Università: concetti profondi, espressi con grande chiarezza, parole che conoscono trasparenza, peso e valore. Ha preso sul serio le domande dei ragazzi e dato risposte prive di ammiccamenti e compiacimenti, ma piene di attenzione e rispetto, di lucidità e logica e, soprattutto, della lunga consuetudine a cercare i termini che meglio definiscano concetti ed emozioni, esperienze ed idee. Ha detto che la poesia è “apprendistato della vita”; che lui ha iniziato a scrivere molto presto, non appena ha iniziato a leggere, perché le parole consentono di superare i limiti in cui siamo ristretti: “Ho cominciato a scrivere perché mi sentivo chiuso in rappresentazioni troppo strette mentre le parole mi danno la possibilità di andare oltre”. Che la poesia non nasce da un’idea, ma sono le parole che si fanno strada fino a trovare espressione; che la poesia è la critica delle passioni false e la salvaguardia del sentimento altro: “Esistono due grandi passioni: la libertà e la chiave per poterla descrivere, ossia lo studio”. Ha spiegato come Leopardi abbia colto la difficoltà del rapporto tra uomini e la natura, traendo da lì l’idea del riconoscersi tra uomini – “Il suo pensiero sulla poesia somiglia molto al mio: la natura resta estranea ai nostri progetti e solo attraverso le parole può essere compreso il vero senso della vita, gli uomini hanno bisogno di riconoscersi negli altri” – e raccontato che Napoli è città “una città straordinaria, perché fa emergere dappertutto l’inconscio”.

Ha ascoltato con particolare interesse la lettura dei versi dei ragazzi, tra cui questi:

La mia ombra

Un giardino ricoperto di
erba se lo guardo pensando
cercherò di sfogarmi nel pensiero
davanti a questo ignoto
giardino si ascolta una favola
raccontata da un giovane
che si trova tra due sbarre
fantasmi a passeggio chi è
seduto sopra ad un muro
chi se ne sta a giocare
chi bisticcia e qualcuno
che pensa. Io lo guardo
e mi somiglia è uguale
come una goccia d’acqua
che stupido ma è la mia
ombra beata lei ma che
starà pensando a sua madre
tanto malata o alla libertà
che gli è stata tolta ma
ora si alza va a bere per
levarsi quell’amaro che gli
da il pensiero. Ma non serve
ovviamente devi sfogarti se no
cadrai malato di pensieri
ma mettiti a giocare e
non stare a pensare.
Mi raggiunge e mi dice
non so cosa mi hai detto
sono il tuo pensiero la
tua ombra. Ma perché
tu giovane quando sei
lì seduto che fai giochi
pensi io sono il tuo fantasma
e ripeto quello che fai
tu tutta la giornata
se giochi gioco se ridi rido
se piangi piango e se pensi
penso. Io sono un fantasma
tu sei un giovane e
diamoci all’oasi di pensare
un nuovo domani.
Ernesto

Qui

Solitudine
lo stare solo a volte mi angoscia
mi fa sentire come un fiore solo
solo nel bel mezzo di vasti prati.
Il dolore che attanaglia il mio cuore
è forte
quello di un momento di riposo
per indossare le vesti più
assillanti
più assillanti perché sostituisce
il momento del riposo con quello
dei sensi di colpa,
con quello dei perché:
ti chiedi tante cose ma
non riesci a darti una risposta.
E vorrei riuscire a
voltar pagina.
Ma dopo questa prigione
mi aspetta un’altra prigione
un posto dove il sole è più freddo
del letto che  mi ospita ora.
Ma quando ogni speranza
si annienta
voglio attendere
e continuare a
SPERARE.
Antonio F.


L’uomo re

Vita trasmettimi il tuo senso,
grida forte vento la tua rabbia
oggi che la pioggia picchia sulla terra
ora che il dolore supera la felicità
e l’uomo pensa di essere il Re
ricordagli che è il Re dell’impotenza.

Vivi vita, vivi e fammi vivere
adesso che ho fatto un accordo con i miei limiti
ora che riconosco l’affanno del mio cuore
ora che l’impossibile diventa possibile e le possibilità infinite
la mia anima grida in silenzio il dolore dell’assenza di gioia,
la mia mente vola in cerca di distrazione.
Oh, vita, vivi e fammi vivere ora che la mia vita non vive.
Gaspare

Vorrei gridare forte il mio dolore

con la speranza di un aiuto,
vorrei capire il senso della mia sofferenza
ma il mio sforzo è inutile.
Apro gli occhi, guardo l’uomo
cerca sempre di credere che c’è qualcuno sopra di lui,
li richiudo e vedo il silenzio del mio cuore,
sono circondato da dolore e pensieri
vorrei rompere una volta per sempre la prigione dei sentimenti,
le sbarre sono dure e resistenti,
ed io mi sento più debole di prima.
Ah, perché è così dura la separazione
vorrei farla finita, ma la mia voglia di vivere è più forte.
Vola la mia mente indossando i miei sogni
sogno una vita d’amore.
Gaspare

“Sono molto felice di ascoltare i vostri versi – è stato il commento di Bonnefoy – e questo mi dà fiducia nella poesia, uno strumento formidabile per trasgredire le espressioni ordinarie e riflettere sulle cose importanti”.

Prendendo spunto da quest’incontro, la Calandrone ha scritto, sul suo blog, parole forti: “Napoli si apre tutta per festeggiarci e farci vivere il suo premio. Questa città non fa ‘letteratura’: prende i poeti e li spinge in luoghi come Nisida, li trascina all'opera, di fronte ai suoi bisogni, che sono i nostri (con tutta la modestia di questo noi), spiega sotto il nostro naso mappe e lezioni di compostaggio, apre porte che dividono zone limitrofe ma inavvicinabili della città, fa un uso pratico del corpo poetico e della poesia che non può che gratificare chi la scrive. So che lei intende la poesia non come mera estasi estetica ma come salutare sprone all'azione. Questa è la città del bivio per eccellenza, della vita e del suo rovescio mortale, della scissione topografica: dietro i cavalli monumentali e i colonnati di Piazza Plebiscito sta lo sciorinamento intimo e selvaggio dei quartieri spagnoli. Il portato ontologico della poesia può arrivare a calmare l'inquietudine di un bivio – anche politico – tanto profondo?”
A Nisida, la consapevolezza forte dei ragazzi d’aver incontrato un poeta “vero” ha prodotto uno stupore ben espresso da Roberto: “La poesia è importante perché dice ‘nu cofano ‘e cose dint ‘na sola parola”.




domenica 19 febbraio 2012

Nisida. Appunti di didattica sperimentata: 9. Il grande blu 10. Pizzeria Bella Napoli

 
Riccardo Brun

9. Il grande blu

La pubblicazione di Un vaporetto bianco fa la spola ha segnato uno spartiacque nell’evoluzione metodologica della didattica nel carcere minorile di Nisida. Il fatto che il libro ottenesse, nel giugno 2008, un premio speciale Morante ragazzi, e inaugurasse, nel novembre 2008, la decima edizione del Leggiamoci fuori scuola colpì profondamente tutti i ragazzi e le ragazze presenti in Istituto anche per il particolare legame con Roberto Dinacci che del progetto 100Napoli, nel cui ambito nacque Un vaporetto bianco fa la spola, era stato l’anima.

Fu in questa fase particolare, tra il luglio e il dicembre 2008, che una ragazza rom, che aveva appena preso in carcere la licenza elementare, decise di scrivere un diario con lo scopo di farne un libro. Ne facemmo, invece, un giornale, il numero 26 di Nisida News, pubblicato nel gennaio 2009 con il titolo di Il grande blu. I quattro quaderni di Sanela divennero, nella riscrittura al computer, ventisei pagine fitte. Il testo restò lo stesso, con la sola correzione degli errori di ortografia e qualche trattino atto a segnalare le parti di dialogo.

Fin dall’inizio non ho avuto nessun dubbio di trovarmi di fronte ad un testo importante, tanto da commentarlo con queste parole: “La scrittura di Sanela – semplice, fresca, informale, felicemente imperfetta, a tratti anche nebulosa e reticente, piena di ripetizioni (d’altra parte sia le frasi dell’intimità dell’amore sia le ninna nanne rivolte ai bambini non sono che ripetizioni) e, insieme, di immagini forti e metafore non banali – sembra attingere soprattutto alla maturazione del cuore, al sentimento che, stringendosi attorno all’essenza del suo nucleo forte, pulsa nelle vene fino a farsi possibilità di scelte quotidiane e concrete, a quella sapienza in qualche modo iscritta nel codice genetico dell’essere umani. Le parole scritte diventano il grembo in cui continuare a intessere il corpo della bambina che sta crescendo lontano da lei e, insieme, il senso della vita: che resta, nonostante tutto, stupore e incanto della bellezza di cui il cuore trabocca. Sanela scrive perché la sua bambina, il suo più grande amore, il suo infinito blu, sappia che non è stata lei ad abbandonarla ma che circostanze troppo grandi per lei l’hanno sottratta alle sue cure e perché, in fondo, spera che quelli dei tribunali – questa entità quasi metastorica e metafisica che incombe costantemente nella sua vita – si convincano a fargliela rivedere e riabbracciare. Ma scrive soprattutto per sé, perché questa è l’unica chiave che ha per chiudere in lei la sua bambina, in una prigionia che non prevede sbarre, ma giochi e risate, farla restare dentro di lei, anzi farla crescere nel suo cuore, in qualche modo sentire il primo dente che spunta, vedere i primi passi barcollanti e riconoscere compiuto il senso della propria esistenza nell’ascoltare quella parola – mamma – che teme di non udire mai ma la cui attesa le fa guardare al futuro con speranza”.

Una parte del testo venne inviata ad un concorso di scrittura per ragazzi in carcere, intitolato Sorgente educativa, e vinse un premio nel giugno 2009.

Intanto, Sanela prese la licenza di scuola media, superò la timidezza nell’esprimersi in occasione di incontri e dibattiti, partecipò sempre più attivamente a tutte le attività didattiche e diventò un interlocutore importante per tutti gli scrittori che partecipavano, nel corso dell’anno scolastico 2009-2010, che lei frequentava nel gruppo degli allora cosiddetti “crediti” che si occupava anche del secondo Fotoromanzo, al progetto Nisida come parco letterario.

Nel materiale distribuito a tutti gli scrittori che incontrano i ragazzi per scrivere un racconto ispirato alla nostra isola, c’era anche il Nisida News con la storia di Sanela. Molti ne rimasero colpiti. Riccardo Brun ne rielaborò il testo in un racconto-monologo per la quinta rassegna di teatro civile Presente indicativo, diretta da Mario Gelardi e Tina Femiano.
L’anteprima avvenne a Nisida, il 27 febbraio 2010, quando l’attrice Antonella Mahieux recitò il monologo, nell’aula Dinacci, affollata di ragazzi e ragazze, compreso un gruppo di allievi del liceo Mercalli che partecipavano al progetto Nisida come parco letterario. Sanela era stata trasferita in comunità da appena qualche giorno, ma il magistrato ne autorizzò il rientro a Nisida per l’occasione. Erano presenti anche l’autore e il regista Mario Gelardi. Per tutti i presenti l’impatto resta indimenticabile. Sanela esprimesse con parole semplici la sua enorme felicità perché le sue parole sono state riscritte in modo così bello e rispettoso della sua identità, ma tutti i ragazzi si ritrovarono nel monologo Conversando con Hugo Pratt, che qualche giorno dopo la stessa attrice, con la direzione dello stesso regista, avrebbe recitato al teatro Elicantropo.

Il testo di Brun – pubblicato nella raccolta dei monologhi dell’omonima rassegna in Presente indicativo dalla casa editrice Ad est dell’equatore – tornò in scena a Nisida il 27 marzo 2010 in occasione della Giornata mondiale del Teatro, festeggiata in Italia per la prima volta (alla quarantanovesima edizione dell’Unesco) in due scuole di Roma e Verona e nella scuola che opera all’interno del carcere minorile di Nisida. Il back stage del progetto, elaborato dal Marano spot festival, in alcune immagini fa vedere il legame creatosi tra il progetto Nisida come parco letterario e la giornata del teatro, mostrando l’ultimo incontro tra la scrittrice Patrizia Rinaldi e i ragazzi e le ragazze per discutere del suo ultimo libro.

All’inizio di tutto il percorso su Nisida come parco letterario, presente la stessa Sanela, tra le altre, avevo posto ai ragazzi la domanda se avrebbero voluto che qualche scrittore scrivesse di loro. Avevano risposto tutti di sì, ma precisando che nessuno avrebbe potuto, in realtà, farlo perché solo vivendo le loro stesse esperienze avrebbero potuto parlarne. Alla fine del percorso rifeci la domanda, chiedendo anche chi, eventualmente, avrebbe potuto scrivere “davvero” di loro. In quetso secondo caso, i ragazzi fecero due nomi. Uno era quello di Riccardo Brun, il miglior riconoscimento possibile al suo monologo. Le parole di Brun, crudeli e dolci nello stesso tempo, avevano, infatti, la rara capacità di essere non dalla parte della ragazza, ma la ragazza: riuscendo, quindi, a fissarne l’innocenza restituendola, integra, oltre ogni male, prima di tutto a se stessa.



11. “Pizzeria Bella Napoli

Rispetto alle numerose messe in scena teatrali nisidiane, “Pizzeria Bella Napoli”, che sul palco del teatro Edoardo De Filippo, ha chiuso l’anno scolastico 2010-2011, ha avuto la particolarità d’essere un lavoro fatto totalmente dai ragazzi, dall’invenzione del soggetto, ai dialoghi, alla scenografia, con l’uso di materiali riciclati, con la guida, in particolare di Silvana Russo, il contributo mio e di Adele Micillo e il supporto di Mario Gelardi e Giuseppe Gaudino. La spinta a tale attività era venuta proprio dalla messa in scena, nei mesi precedenti, da parte di Mario Gelardi e Giuseppe Gaudino del racconto scritto dal primo nell’ambito dei Racconti per Nisida e l’Unità d’Italia


Questo il copione di “Pizzeria Bella Napoli


MILANO. PIZZERIA BELLA NAPOLI - ENTRANO VINCENZO E PEPPE; ANTONIO IL PROPRIETARIO DELLA PIZZERIA E’ SEDUTO AD UN TAVOLINO.
ZIO PEPPE - Buon giorno è permesso?
ANTONIO - Carissimo Peppe, come va ?
PEPPE - Don Antonio, vi ho portato un mio carissimo amico, è un bravissimo pizzaiolo.
VINCENZO - Piacere Vincenzo.
ANTONIO - Accomodatevi.
PEPPE - Vincenzo ha fatto il corso di pizzaiolo vuole lavorare in pizzeria, vi serve un pizzaiolo napoletano?
ANTONIO - Di pizzaioli bravi c'è sempre bisogno. Sai bravo a fare le pizze?
VINCENZO - Si ho fatto un corso a Nisida ho pure preso un attestato.
ANTONIO - Nisida?
VINCENZO - Sì, ma adesso ho deciso di cambiare vita ho bisogno di un posto di lavoro.  
ANTONIO- A me piacciono i ragazzi che decidono di cambiare vita.
PEPPE - Don Antonio la verità, quello è un bravo ragazzo, si è trovato in una brutta situazione.
ANTONIO - va bene Peppe ad ogni sbaglio c’è un rimedio. Vincenzo te la senti di iniziare subito?
VINCENZO -  Subito?
ANTONIO - E certo, fammi vedere cosa sai fare.   Mariaaaa, portami un grembiule per il ragazzo.
ANTONIO - Peppe non ti preoccupare, al ragazzo ci penso io.
PEPPE - Don Antonio grazie di tutto, sono in debito nei vostri confronti.
ANTONIO - Ciao.
PEPPE – Arrivederci.
VINCENZO - Ciao Peppe.
PEPPE a VINCENZO - Fammi fare bella figura.
ESCE MARIA, LA CAMERIERA, DAL RETRO BOTTEGA, PORTA UN CAMICE ED UN GREMBIULE, LO DA’ AD ANTONIO E POI SI METTE AD APPARECCHIARE I TAVOLI
ANTONIO - Vincenzo, qua sta la pasta, il pomodoro, e tutti gli ingredienti, fammi assaporare una bella pizza.
VINCENZO SI METTE LA DIVISA DA PIZZAIOLO E COMINCIA A LAVORARE.
VINCENZO - Mo vi faccio una bella pizza tipica napoletana, sicuramente vi faccio leccare i baffi, vi preparo una bella Margherita.
ANTONIO - lo sai perché si chiama Margherita?
VINCENZO - E certo che lo so, è perché abbiamo avuto la regina a Napoli, e un pizzaiolo la fece, la prima volta, per lei, con i tre colori della bandiera.
VINCENZO COMINCIA A PREPARARE LA PIZZA. NEL FRATTEMPO, LA PIZZERIA SI RIEMPIE, ANTONIO E’ DIETRO LA CASSA, MARIA; LA CAMERIERA, VA A SERVIRE AI TAVOLI.
ENTRANO IL PRIMO CLIENTE, POI ENTRANO GLI ALTRI
MARIA - Buongiorno Signore vuole ordinare, cosa prende da bere?
CLIENTE - Una birra e una Margherita
MARIA - Grazie
MARIA SI ALLONTANA E TORNA CON LA BIRRA, DOPO POCO PORTA LA PIZZA AL CLIENTE. PASSA PER GLI ALTRI TAVOLI A PRENDERE LE ORDINAZIONI, IL PRIMO CLIENTE LA CHIAMA
CLIENTE - Signorina scusi
MARIA - Mi dica vuole ordinare qualche altra cosa, un dolce?
CLIENTE - No grazie vorrei pagare
MARIA - Le porto subito il conto.
CLIENTE - Vado a pagare alla cassa
IL CLIENTE SI ALZA E VA ALLA CASSA
CLIENTE - Vorrei pagare il mio conto, vengo da tanto tempo qui, ma devo dirvi la verità, non ho mai mangiato una pizza così buona.
ANTONIO - Grazie ci fa piacere, abbiamo un nuovo pizzaiolo è venuto direttamente da Napoli.
CLIENTE - Arrivederci
MARIA - Grazie alla prossima
ANTONIO - E bravo il nostro nuovo pizzaiolo.
IL CLIENTE ESCE DALLA SCENA E ANCHE GLI ALTRI CLIENTI LASCIANO LA SCENA. La cameriera Maria sparecchia i tavoli ed esce anche lei dalla scena, Vincenzo pulisce il Banco della pizzeria ed esce, Antonio chiude i conti e lascia la scena.

SONO PASSATI ALCUNI MESI. ENTRA VINCENZO E SI SIEDE AL TAVOLINO E COMINCIA A LEGGERE LA LETTERA DI PASQUALE.
VINCENZO - Caro Vincenzo chi ti scrive è il tuo amico Pasquale, io sto bene come me lo auguro per te, ho saputo che fai il pizzaiolo a Milano da alcuni mesi. Vorrei fare lo stesso che hai fatto tu solo che mi servirebbe un aiuto Se in passato ho sbagliato perché mi ero macchiato di un inchiostro che non si toglie facilmente, oggi ho scoperto che io sono sempre quel ragazzo che voleva farsi una vita migliore. Ma è impossibile cambiare nella mia città e con il marchio della mia famiglia che invade i miei sogni, per questo voglio cambiare aria e salire al Nord così forse mi salvo da tutta questa realtà che mi circonda. Perciò mio caro amico ti chiedo aiuto, a te che sei stato nella mia stessa situazione e sai cosa significa. Spero che mi hai capito ora ti saluto con un forte bacio il tuo amico Pasquale.    A PRESTO
ENTRA DON ANTONIO E SI SIEDE VICINO A VINCENZO
DON ANTONIO - Notizie dalla tua famiglia?
VINCENZO - Un amico in difficoltà. Don Antonio, ricominciare una nuova vita è difficile.
DON ANTONIO - E' vero è difficile, ma tu ci sei riuscito. Vincenzo sono già sei mesi che lavori qua, e devo dirti che da quando ci stai tu le cose vanno proprio bene, tutti oramai parlano della nostra pizza napoletana.
VINCENZO - Don Antonio visto che la pizzeria sta andando bene, vorrei proporvi una cosa…
DON ANTONIO - Dimmi, dimmi, Vincenzo…
VINCENZO - C’è un mio amico fidato, che è stato in carcere con me, e abbiamo fatto il corso di pizzaiolo insieme, che ne dite di farlo lavorare per noi?
DON ANTONIO - Il tuo amico è di Napoli?
VINCENZO – Si.
DON ANTONIO - Va bene possiamo pensarci. Ah, che nostalgia che ho di Napoli, io abitavo ai Quartieri spagnoli, la gente del quartiere, allora, era come una grande famiglia, mio padre era operaio all’Italsider, lavorava nel tuo quartiere. Io da ragazzo facevo lunghe passeggiate su via Caracciolo, allora mi sentivo un leone. Napoli è una città unica al mondo, anche se non hai un soldo in tasca, vai a Mergellina, ti metti sul molo a guardare il mare e cominci a sognare.
VINCENZO - Don Antonio è vero che Napoli fa sognare, ma se non trovi lavoro i sogni possono diventare anche disgrazie, finisci in brutte situazioni. Come mi è capitato a me. Don Antonio è un po’ di tempo che vi vedo abbattuto, ma vi è successo qualcosa?
DON ANTONIO – Vincenzo, la verità, è che io non sto bene, tu per me sei come un figlio, voglio confidarti una cosa che non ho detto neanche a mia figlia, io ho una brutta malattia, che purtroppo non è curabile e mi rimane poco da vivere.
VINCENZO - Don Antonio, ma davvero state dicendo, mi sta crollando il mondo addosso.
DON ANTONIO - Per questo Vincenzo mi sono confidato con te, perché so che mi posso fidare di te, quando succederà la disgrazia, io voglio che tu prenda il mio posto, e ti prenda cura della mia famiglia.
VINCENZO- Don Antonio farò tutto il possibile per essere alla vostra altezza, ma non potrò mai sostituirvi, voi siete una persona unica, avete una grande umanità, e me lo avete dimostrato, mai nessuno nella vita mi ha dato fiducia come voi, e io non vi dimenticherò mai.
ENTRA MELISSA - Papà…
DON ANTONIO  ESCE -  Ciao Melissa, io vado a farmi un caffè, pensate voi a preparare la sala.
MELISSA - Buon giorno Vincenzo, che c’è, sei triste?
VINCENZO - Ho avuto una brutta notizia.
MELISSA - Ma cosa è successo, qualche disgrazia in famiglia?
VINCENZO - No, sono triste per la lettera del mio amico, che si trova in difficoltà, come è capitato a me.
MELISSA - Mi dispiace, come posso consolarti?
VINCENZO - Mi basta solo la tua presenza, e io già mi sento bene.
MELISSA -Oh!! Mi fa piacere farti questo effetto.
VINCENZO - Che  ne pensi se il giorno di chiusura  andiamo al cinema?
MELISSA - Non lo so, devo chiedere a mio padre.
VINCENZO - Non ti preoccupare parlo io con tuo padre lui si fida di me.
MELISSA - Ma cosa vuoi ottenere, con questo invito al cinema? Voi napoletani siete bravi a corteggiare, ma lo fate con tutte, noi a Milano non ci facciamo incantare facilmente.
VINCENZO - Melissa vedrai, ti farò innamorare di me.
MELISSA - Come pensi di potermi conquistare?
VINCENZO - Io vorrei conquistare te, il tuo cuore, tutto ciò che è mio sarà tuo.
MELISSA - Ah! Si, sei proprio convinto? Credo che questo sta a me deciderlo.
VINCENZO - Non credevo che tu fossi così fredda, credevo avessi un minimo di interesse per me ma vedrai ti sorprenderò giorno dopo giorno.
MELISSA - Basta non voglio più nascondermi, voglio essere sincera con te, anche se non avrei mai immaginato di interessarmi di uno con il tuo passato, ma ho imparato a conoscerti, tu mi trasmetti qualcosa di speciale.
VINCENZO - Mi fai fare russ russ, mi fa piacere, è tanto tempo che volevo sentirti dire queste cose vorrei tanto baciarti, posso?
MELISSA – Eh, no, caro Vincenzo certe cose non si chiedono, ma si conquistano.
VINCENZO - Hai ragione da ora farò a modo mio.
STA PER BACIARLA
DON ANTONIO (fuori scena) - Melissa…vieni a darmi una mano.
MELISSA SCAPPA VIA.
MUSICA

ENTRA PASQUALE E SI METTE IL CAMICE, ENTRA PASQUALE, SI VESTE DA PIZZAIOLO, ENTRA VINCENZO, I DUE SI ABBRACCIANO, POI SI VANNO A SEDERE A UN TAVOLINO.
PASQUALE - Fratm io ti volevo ringraziare per quello che hai fatto per me, oggi grazie a te mi sento un ragazzo realizzato, ‘a verità proprio, io qua sto bene, se non fosse per la mancanza della mia ex, quella mi è rimasta nel cuore, io veramente l’amavo, lei non ha mai capito niente di me. Vorrei che mi vedesse oggi. Come vorrei riconquistare la mia Anna, ma è troppo tardi..
VINCENZO - Pasquale non devi essere così triste; come si dice, si chiude una porta e si apre un portone, vedi me. E’ vero devo tutto alla buonanima di mio suocero, pace all’anima sua, e chi so pensav, ti ricuord tra qill quttr mure, can u iuorn avrei gestito una pizzeria cu na gioia è figlio che ma regalato Melissa. Ja’ Pasca’, non pensare alle cose tristi, vedrai che conoscerai anche tu una donna fantastica, guarda che le milanesi non sono affatto male, nun tu vuttà nterra, che nisciun ci aiza. Iamma ja’ che ci aspetta n’ata bella jurnata e’ fatica!
PASQUALE E VINCENZO SI ALZANO, VINCENZO VA ALLA CASSA E PASQUALE AL BANCO DELLE PIZZE, ENTRA MARIA LA CAMERIERA. IL LOCALE SI RIEMPIE, ENTRANO DUE RAGAZZI NAPOLETANI UN CLIENTE MILANESE E ALTRI DUE CLIENTI E VANNO A SEDERSI AI TAVOLI, LA CAMERIERA PRENDE LE ORDINAZIONI AI TAVOLI
CAMERIERA - Buon giorno signori cosa vi porto da bere?
CLIENTE - Una bottiglia di acqua e due pizze capricciose.
LA SCENA SI RIPETE CON LE ALTRE ORDINAZIONI.
I DUE CLIENTI NAPOLETANI; CHE HANNO AL COLLO LA SCIARPA DEL NAPOLI PARLANO TRA DI LORO
PRIMO CLIENTE NAPOLETANO – Uaa’ Cristia’ a me Milano nun m piac proprij, saj ch c sta a Napl staser
SECONDO CLIENTE NAPOLETANO – Ua’ ma serij o Le’ mo si stevm a Napl gia stevm addo barbier ‘lestetist po c facevm na lampd e c jievm a catta’ nu par e complet p staser
PRIMO CLIENTE NAPOLETANO – Uaa’ Milan nun e proprj comm e Napl cristia’ à nun vivn comm e nuij, ccà e tutt divers a Napl indimen o sabbt e ser a Napl rint e quartier nuost e 5 a matin par ka e miez jiuorn sta semp burdel pe strad invec cca e desert
SECONDO CLIENTE NAPOLETANO – Uaa’ o Le’ ma si nun er p mezz ra partit ro Napl ma chi vnev a Milan o frat ca po a pur perz
PRIMO CLIENTE NAPOLETANO – Uaa’ over fratm ma Milan ma vist mo?! Ma mo nun m ver proprij chiu si nun foss p kesta pizzeria napulitan ca amm truat c fossm ndusscat pur o magnà. GUARDA VERSO UN ALTRO CLIENTE - Oh oh Cristia’ a’ guard a chill ch rilorg ch ten
SECONDO CLIENTE NAPOLETANO – Oh, Le’ ma cre o dayton???
PRIMO CLIENTE NAPOLETANO – E’, Cristia’ è nu dayton or ros, camma fa Cristia’?
SECONDO CLIENTE NAPOLETANO – O’ Le’ c lamma magna'?
PRIMO CLIENTE NAPOLETANO – E’, Cristia’ magnammangell appen iesc ra pizzeri!
PRIMO CLIENTE NAPOLETANO – O’ Le’ ij mo vac a pava’ o cunt tu nun c lua l’uocchj a quoll e capi??
PRIMO CLIENTE NAPOLETANO VA ALLA CASSA - Mi fate il conto?
VINCENZO – Buonasera. Avete mangiato bene? Ma tu sei di Napoli?
PRIMO CLIENTE NAPOLETANO - Si si song e Napoli, ma facitm o cunt me na gia i
VINCENZO, porgendogli il conto – Prego.
PRIMO CLIENTE NAPOLETANO PAGA: - Il resto lo date ai ragazzi, buonasera.
FA SEGNO ALL’AMICO DI USCIRE, MENTRE IL CLIENTE CON L’OROLOGIO CHE HA LASCIATO I SOLDI SUL TAVOLINO ESCE ANCHE LUI. FUORI LA PIZZERIA I DUE LO AGGREDISCONO MINACCIANDOLO CON UNA PISTOLA
PRIMO CLIENTE NAPOLETANO – Scurnacchia’ r’amm o rilorg sino t spar ngap, Cristia’ piglt stu rilorg muov
SECONDO CLIENTE NAPOLTANO – O’ Le' m lagg pigliat jiammungen fa ambres.
IL CLIENTE RAPINATO RESTA IN SILENZIO PER UN ATTIMO, POI URLA - Aiuto è una rapina aiuto! Aiuto!
DALLA PIZZERIA ESCONO VINCENZO E PASQUALE E LA CAMERIERA
PASQUALE - Ma cosa è successo?
CLIENTE RAPINATO - Due napoletani mi hanno rapinato, erano armati si sono presi l’orologio.
PASQUALE CORRE DIETRO AI RAPINATORI VINCENZO PORTA IL CLIENTE ALL’INTERNO DELLA PIZZERIA E LO FA SEDERE AL TAVOLO, LA CAMERIERA GLI DA’ UN BICCHIERE D’ACQUA
CLIENTE MILANESE - Ma cosa è successo?
CLIENTE RAPINATO - Due napoletani mi hanno rapinato, erano armati, si sono presi l’orologio.
CLIENTE MILANESE - I soliti napoletani, ora vengono in trasferta a Milano, quei terroni, chiamate la polizia devono prenderli. Che brutta gente, poi dicono che noi del Nord siamo contro di loro, ma se lo meritano, sono tutti uguali.
VINCENZO - Adesso chiamiamo pure la polizia, ma non è vero che i napoletani sono tutti uguali, il buono e il malamente ci sta in ogni parte. Ci sono quelli che rapinano la gente e ci stanno i ragazzi come me che lavorano onestamente.
CLIENTE MILANESE - Ma che dite, Napoli non ha futuro, non cambierete.
VINCENZO - Ma voi parlate parlate, ma che ne sapete della realtà di Napoli, è vero che a Napoli ci sono tanti delinquenti, ma c’è anche tanta gente perbene, che fa di tutto, per cambiare il futuro di Napoli, voi con queste parole, sporcate la dignità di tutti, e non è giusto.
CLIENTE MILANESE - Queste sono solo chiacchiere.
TORNA PASQUALE AFFANNANDO. HA IN MANO L’OROLOGIO E LO PORGE AL RAPINATO - Questo è vostro!
INCREDULO, IL RAPINATO – Grazie, grazie!
SI CHIUDE IL SIPARIO






sabato 18 febbraio 2012

Eppure, torna Primavera...


Fruaru, menzu duci e menzu amaru… Fruaru, fruaria, veni ‘u suli e ti caddia… Febbraio, mezzo dolce e mezzo amaro… Febbraio fa freddo, viene il sole e ti riscalda…

Nonostante l’insolito gelo – e niente ghiaccia più di una casa reggina, abituata anche d’inverno ad un mite tepore – la primavera s’annuncia col profumo, lieve, di candidi petali appena rosati…

Anch’io, da piccola, ho raccolto mandorle. Era il lavoro delle albe e dei tramonti di luglio e agosto, nelle ore in cui il caldo afoso dell’estate era sopportabile. Ad una ad una, cadute anche tra gli sterpi, scappate accanto ai papaveri rossi, alle margherite gialle, a fiori color viola di cui mai ho saputo il nome, la buccia pelosa che anneriva le mani. Non so quanti sacchi ne riempivamo ogni volta. Immagino che non si smettesse senza aver raggiunto una quantità minima, che so cinque, dieci.

Poi, nel pomeriggio, bisognava sbucciarle. Lavoro collettivo, sotto ‘u lastrico, vecchi e bambini soprattutto. Le mandorle versate dai sacchi in grandi ‘crii, da tenere sulle ginocchia, e due ceste, a destra e a sinistra: una per le bucce, l’altra per le mandorle. I vecchi raccontavano storie – conosco fatti e gesti ed espressioni di parenti mai conosciuti: più vividi nella mia mente di momenti davvero vissuti – qualche volta iniziavano il rosario. Poi le mandorle sbucciate venivano messe sul terrazzo a seccare, insieme ai fichi, alle pere, ai pomodori, e le bucce accatastate in un angolo, lasciate a seccare anch’esse, per usarle, poi, nel braciere.

E nelle sere d’inverno, nella grande stanza con le giare dell’olio e la madia per il pane, su grandi tavolati, una specie di martelletto che serviva solo a quello, le mandorle venivano schiacciate, i gusci rotti utili per il fuoco: e, finalmente, i frutti, accumulati in sacchi bianchi. Una piccola fonte di reddito, insieme al pane, all’olio, alle uova. Ma anche un patrimonio per le feste. Perché nessun Natale sarebbe stato concepibile senza ‘i pitrali con il loro ripieno di mandorli e fichi e nessun ospite sarebbe stato accolto senza amaretti e ‘mmenduli ‘nturrati e, d’estate, un’orzata, preparata immergendo in un recipiente d’acqua un gran telo gonfio, a mo’ di sfera, di mandorle macinate, e strizzandolo, fino a ridurlo ad una piccola cosa che quasi spariva in una mano.

Per ospiti graditi, era un onore e un piacere, per le padrone di casa, mescolare zucchero, mandorle, e un niente d’acqua, attente all’istante preciso in cui lo zucchero prima si scioglie e poi si caramella: un millesimo di secondo per ‘nturrare le mandorle alla perfezione: tutte vellutatamente lucide, croccanti, un aroma fresco che si scioglie in bocca rimanendo nelle narici, nel pensiero.

Ora non ci sono quasi più ‘mareme – le migliori tra le mandorle: piccole, profumate – nel reggino. Anzi, rispetto ai quintali e quintali di pochi decenni fa (lontani come secoli), ci sono proprio poche mandorle. “Banale” conseguenza del fatto che sono rimasti pochi mandorli. Chi può, di questi tempi, dovrebbe andare a cercarne uno: respirarlo, riempirsene gli occhi.


Rimando su Zoomsud anche a questi due pezzi:

nell'immagine, il ramo di mandorlo di V. Van Gogh

mercoledì 15 febbraio 2012

Le parole della mia lingua


Bumbula (contenitore in terracotta per l’acqua); bucalaci (lumache; ora si usa soprattutto per la pasta bucalaci, ovvero lumaconi); catinazzu (espressione di rabbia; meglio evitarne la pronuncia); cuddhura (pane a forma di anello);curcuci (di maiale); fulea (il nido); iastimari (bestemmiare); ncasari (una porta: chiudere); ‘rasta (vaso per pianta); scutulari (scuotere); cricopa (albicocca); paddecu (persona ridicola); gurna  (pozzanghera d’acqua); firriari (cercare; lavorare a maglia); bizzolu (scalino; era‘o bizzolu du triulo la ragazza incinta senza marito); singare (tirare una linea; si continuano a singare le olive da mettere in salamoia); ‘nacari (cullare); jiersu (terreno incolto); cirasa (ciliegia); jimbu (gobba); siddiare (scocciare); spùria (una striscia di terrra); zimbaru (caprone); timogna (cumulo di grano; purtuallu (arancia).Ovvero: parole di derivazione greca.

Cantaru (misura di quantità corrispondente a circa 90 kg); carùbba (simile alle fave, ma dolce; baccello citato anche nel Vangelo; ce n’erano molte tanto che c’è una via Carrubara); gèbbia (vasca d’acqua per irrigare i giardini); ciuciulea (semini di sesamo); lattariari (angosciarsi); saladda (coperta di lana; nell’espressione ‘panza i saladda: mangiare molto, avere la pancia enorme); tambùtu (bara); cafizu (misura di volume dell’olio); tùminu (tomolo; misura agricola; per esempio: ‘nu tuminu ‘i ranu: un tomolo di grano); zaccunu (propriamente: recinto per animali; nel mio lessico familiare: un lettino sfondato); sciabaca (rete da pesca); zibibbu (tipo d’uva, dal sapore indimenticabile). Ovvero: parole derivazione araba.

Accia (sedano); broccia (forchetta; buffettuni (schiaffone); catugghiari (solleticare); sciampagniuni (uno che ama il divertimento; di alcune persone si dice che sono “triulu ‘i casa e divertimento ‘i rua”, ovvero lamentosi in casa e divertenti in piazza); stuiari (asciugare); braceri (braciere); buàtta (lattina; c’erano solo quelle dei pomodori, ‘a putia, nella bottega); bucceri (macellaio); 'ccattàri (comprare); fumeri (letame); munzeddu (piccolo cumulo: di terra, per esempio, ma anche di nocciole, per giocare o di soldini); perciari (bucare; le orecchie, per metterci gli orecchini); racina (uva); raggia (rabbia); travagghiari (lavorare); surbietta (tovagliolo); ’muccatùri (il fazzoletto rubato alla Calabrisella, che lavava alla fontana, secondo la più nota canzone tradizionale del reggino, ma c’è anche una derivazione dal catalano dello stesso termine). Ovvero: parole di derivazione francese.

Bontatuso (buono); cciappa (pietra larga e sottile; si usava giocare lanciandole sul pelo dell’acqua a mare; quella che “saltava” di più vinceva); cucchiara (cucchiao); palumba (colomba); scupetta (fucile); ‘nzertari (indovinare); prèscia (fretta); timpa (dirupo). Ovvero: parole di derivazione spagnola, castigliana o catalana.

Questi alcuni dei termini della mia lingua 0: quella che ho imparato nei primi anni, prima ancora di apprendere l’amato Italiano: suoni di una storia complessa, molteplice: rami di piante differenti innestate su un unico albero.

Pare che anche la seguente sia un termine di derivazione greca. Ma, nel mio dialetto – fosse un termine impronunciabile o una realtà avvertita come non totalizzante – la parola ‘ndrangheta non c’era.


Pubblicato ieri sera su Zoomsud

Questi sono alcuni dei commenti apparsi su Fb – ringrazio tutti, in particolare Gioacchino Criaco, le cui espressioni conserverò per me:

Personalmente, considero una fortuna l'aver conosciuto, prima il dialetto, e poi la lingua italiana. Perché l'italiano degli anni '40 o '50 era ancora una lingua d'élite, in formazione, che non possedeva la ricchezza espressiva delle lingue ...dialettali. Oggi le cose sono fortemente cambiate, grazie alla radio e alla televisione che hanno facilitato la crescita di un italiano mediano, comprensibile ai più. Quando mia nonna morì nel 1973 a 94 anni, era in grado di comprendere una lingua che per tanto tempo le era parsa straniera; grazie, appunto, alla pratica con l'italiano televisivo delle annunciatrici, degli speakers dei telegiornali e di Mike Buongiorno. La terza generazione (quella dei miei figli) assunse come prima lingua l'italiano, non per vezzo, ma perché, nel frattempo la nostra lingua era diventata la lingua nazionale, parlata nei piccoli e nei grandi paesi. Detto questo, è stato per me un gran piacere assistere alla rievocazione di Maria Franco delle vecchie parole dialettali che, per un buon 80%, sono anche le parole del mio dialetto. Ho provato a pronunciarle con la cadenza che hanno i miei tanti amici "riggitani", certo più musicale di quella dei "chianoti". Qualche riserva solo per il modo in cui i reggini chiamano, i due frutti più preziosi -insieme alle ulive- della nostra terra: l'arancia e il bergamotto, ma non si può essere perfetti nella vita! Michele Maduli

Con una ventina di rondinelle dialettofone fin nel DNA, la nostra insegnante delle elementari aveva una sola scelta: imporci l'italiano (grazie, Signora Riccio, per l'eternità!) Ma quando lo parlavamo fuori, c'era sempre qualche vecchina che strillava: "Parra comu ti 'mparau mámmata 'o focularu!" Mio padre, per dimostrarmi la maggiore ricchezza del dialetto, mi chiedeva il nome italiano del bagolaro che imparai tardi e malvolentieri: per me quell'albero resta sempre 'u melicuccaru... Il mio bilinguismo è un gran motivo di stabilità psicologica, ancora dopo decenni d'emigrazione! Emma Chiera

Ciao Maria sei appassionata di termini dialettali? Io sono appassionata ed in passato m'ero data ad uno studio scientifico per conoscerne gli etimi.Ho seguito in diversi convegni Gerhard Rohlfs. sono stata un'allieva di Lombardi Satriano.... Poi ho abbandonato tutto: nella vita non si può seguire tutto quello che vorresti fare. Alcuni termini sono uguali ai nostri, come: bumbula, catinazzu (io lo dico sempre, specialmente quando urto contro il tavolo, il letto ecc ecc...).Per le lumache abbiamo molti nomi:vovalaci, vavalaci,caracoli,lambò e lambà,vermituri.......cuddhura noi la usiamo con una sola "d"cudura o cullura, curcuci.....salimorati, frittulimi.(penso che ti riferisci ai residui di grasso qundo si cuocciono le frittole)...fulea..folea o folia. Cecilia Piscioneri


lunedì 13 febbraio 2012

Per la Grecia


Sono stata una ragazza Magno-greca. Tutti gli azzurri, i verdi, i viola della mia infanzia, il dialetto ch’è stata la mia unica lingua per anni, gli odori e i sapori d’una realtà contadina con piccoli innesti di lavori statali, il senso sacro d’ogni bellezza e sentimento umano, il battito del cuore ad ogni residuo di passato: tutto trovò il suo spazio privilegiato nelle aule di un liceo, la cui frequenza avvertivo come in fondo era: un privilegio. Inchiodata per ore infinite alla scrivania – il poco tempo libero a respirare lo spazio tra le colline e il mare dove l’aria sapeva dell’antico arrivo dei Greci, le ore d’incanto al Museo archeologico reggino – ad apprendere un sogno di bellezza senza pari.

Le terze liceali andavano in Grecia. Per quattro anni, ho studiato felicemente sapendo che sarebbe toccato anche a me. Ma arrivarono i colonnelli e, per gesto di opposizione alla dittatura, il viaggio, quell’anno, non si fece. Concordavo totalmente con questa decisione, ma la sentii come un taglio, in qualche modo la fine, se non della giovinezza, di un eccesso di giovinezza. Una diecina d’anni dopo, al British Museum, avrei inghiottito lacrime di stupore e meraviglia di fronte ai “pezzi” del Partenone, mentre, in sottofondo, la mente si colmava anche delle cicale e degli ulivi e del sole cocente dei resti di Locri…

(Oggi, penso, c’è un solo modo di rispettare il nostro, altissimo, passato, greco - e, pure, magno-greco-: affrontare, seriamente, il presente).