domenica 29 aprile 2012

Il 1 Maggio è diventato una giornata triste



Tornata in Calabria dopo una diecina d’anni da emigrata in America – dove aveva, come fin da piccolissima, duramente faticato, ma non ricevendo, quando capitava, solo una vantalata (grembiulata) di fagioli, bensì una regolare paga settimanale (piccola; per lei grandissima) – a donna C. non dispiaceva raccontare del suo lavoro. Sei giorni pieni pieni, con moltissimi doveri e pochissimi diritti, nella lavanderia d’un ospedale, cui s’aggiungeva, la domenica, la cucina a base di polpette al sugo per alcuni ricmen che impazzivano per quel suo sapiente impasto di carne, mollica, formaggio, aglio e prezzemolo che lei, per risparmiare, non toccava mai.

Non c’era volta che l’interlocutore di turno, dopo essersi riempito del racconto di quel mondo – grande e strano, invidiabile e spaventoso, un po’ paradiso e un po’ inferno, dove tutto sembrava girare intorno, anzi sotto ai dollari e il denaro sigillava le ore di fatica e rinfrescava il sudore della fronte – non finisse col chiederle come si sentisse ora che non lavorava più.

Al che lei rispondeva, con brusca cortesia: Busta non haiu, ma jobba sì. Perché, gratis, per dare una mano a questo e a quello, continuava, però, a lavorare tutto il giorno.

Forse, sarebbe ormai ora di cambiare nome al 1 Maggio. Un po’ dovunque, in Italia; in Calabria in particolare. Non più Festa dei Lavoratori, ma Giornata (che la parola festa è proprio improponibile) di chi non ha più o inutilmente cerca Lavoro.

Nell’attesa (fin troppo lunga) che le riforme del lavoro e le politiche della crescita e la situazione internazionale e… e… e… (ri)mettano in moto l’economia, quante migliaia di ragazzi e ragazze, che, dopo lauree più che brillanti e formazione più che alta, non hanno busta, devono continuare – comunque, nonostante, tuttavia – a credere nella jobba in cui riversare quelle intelligenze e sensibilità che sembrano tuttora destinate alle ortiche?
Un’intera generazione senza lavoro è realtà – l’espressione è desueta ma mi sembra corretta – che grida vendetta agli occhi di Dio e degli uomini.


Su Zoomsud è stato pubblicato anche il racconto I venti passi che Assunta non fece mai http://www.zoomsud.it/commenti/31915-i-venti-passi-che-assunt-non-fece-mai.html

mercoledì 25 aprile 2012




Il nostro 25 aprile arrivò in anticipo. E, come tante altre volte nella nostra storia, giunse dal mare.

Tra il marzo e il luglio del ‘43, Reggio e le zone limitrofe furono sottoposte a pesanti bombardamenti che provocarono migliaia di vittime. Già nel gennaio ‘43, ad Annà di Melito di Porto Salvo, era morto in seguito ad un’incursione aerea il vescovo di Reggio, mons. Enrico Montalbetti, di cui è in corso la causa di beatificazione. A luglio, l’aeroporto era ormai completamente distrutto. In tanti avevano cercato rifugio in zone più isolate, dove le bombe cadevano più raramente. Talvolta, guardando verso il mare, i bambini avevano un attimo di stupore – “Ma che sta perdendo quell’aereo?” – prima che le acque si sollevassero altissime. I vecchi dicevano che i piloti degli aerei americani erano italiani, forse calabresi, e cercavano, per quanto possibile, di risparmiare la loro terra.

All’inizio di settembre del ’43 i tedeschi se ne andarono. Nessuno li vide partire né in quale direzione: semplicemente non c’erano più. Don Giovanni – che, a luglio, dopo che due bombe avevano squarciato tutto il giardino dietro la sua casa trasformandolo in un’enorme fossa, aveva portato la famiglia a Macellari da sua sorella Mattia – s’alzò nella notte tra il 3 e il 4 per raggiungere il mulino dove si macinava in nero. Quando vide il mare formicolare di navi e zattere, s’avviò lesto verso la sua casa, temendo saccheggi. Nella rua trovò donna Consolata, sola, a guardia della propria. Suo marito era emigrato in America e non se ne avevano notizie, il figlio, era soldato a Roma. “Non potete restare qua sola, venite con noi”. Ma già un anfibio americano – per tutta la giornata sbarcarono soldati, bianchi e neri, inglesi, americani, canadesi – aveva cominciato a girare tutte le contrade e un soldato, con accento straniero ma in italiano, ripeteva: “Non scappate. Non toccheremo né donne né bambini né proprietà”.

Non disse ma si capì subito che, con loro, era finita la fame. Quel giorno stesso arrivarono pane bianco, gallette, carne in scatola, e ogni ben di Dio.

Nei due giorni successivi, tutti tornarono nelle loro case. I bambini andavano verso la caletta di Canale, dove c’era un presidio angloamericano, portando bidoni, con dentro un litro di vino e quattro d’acqua e gli americani a ubriacarsi e distribuire, oltre i beni necessari, tavolette come scatole luccicanti che nessuno lì aveva ancora visto: cioccolato.

Fu l’inizio di un’altra storia, anche se nei mesi seguenti fin laggiù sarebbero arrivati gli sfollati di Cassino, a ricordare che la guerra non era finita. Donna Consolata non l’avrebbe dimenticato comunque. Dopo l’otto settembre, suo figlio andò verso Nord, a fare il ferroviere-partigiano e ci sarebbe voluto ancora tanto tempo perché arrivassero due lettere, una dall’America e una da Brescia a ridarle fiato.

Ci furono inattese felicità. Tra i soldati americani c’erano molti compaesani. Ciccio, il figlio della zia Nicolina, che se lo vide improvvisamente a casa, sconvolse tutti con la noncuranza da ricco con cui gettava le sigarette fumate a metà. A Lucia tornò il marito. La quasi decenne figlia, nata dopo la sua partenza per l’America, si spaventò molto quando la madre le disse che quell’uomo era il suo papà e se ne andava scappando, nascondendosi alle sue carezze. Ma, poi, insieme lo raggiunsero negli Stati Uniti. Come accadde ad altri figli che allo stesso modo ritrovarono i padri.

Il federale – fascista della prima ora, grosso proprietario di terre, che viveva in un vallone che aveva il suo cognome – perse il suo titolo. Ma come l’avevano rispettato prima, continuarono a rispettarlo anche dopo. Nessuno, neppure i suoi coloni, si lamentarono mai di lui. Si cominciò a parlare di sindaco, di partiti.
Si tornò a lavorare. La stagione fu carica di mandorle e di olio. Le unghie degli indici consumate dalla raccolta, per ore e ore, delle olive: una benedizione. E anche se l’olio bisognava darlo all’ammasso, si cominciava pure a vedere qualche lira.

La nostra Resistenza fu ricominciare. Daccapo. Da soli. Prima di tornare ad essere, di nuovo, uno Stato. Migliore.


La foto è tratta dal gruppo Fb Calabria... i mille volti di una regione meravigliosa. Grazie.

lunedì 16 aprile 2012

La nascita e la rinascita


Oggi, giorno del suo 85° compleanno, Benedetto XVI ha detto, tra l’altro:
“Mi trovo di fronte all'ultima tratta del cammino della mia vita e non so quello che mi aspetta  ma so che la luce di Dio c'è, che è risorto, che la sua luce è più forte di ogni oscurità, che la bontà di Dio è più forte di tutto il male di questo mondo. E questo aiuta a andare avanti con sicurezza, ci aiuta ad andare avanti, e in questa ora ringrazio di cuore tutti coloro che continuamente mi fanno percepire il 'si'' di Dio attraverso la loro fede”.
Sintetizza Repubblica online: «In un discorso molto personale, il Papa si è soffermato su tre “segni” che “indicano il cammino” della sua vita. Innazitutto il fatto di essere nato il 16 aprile, lo stesso giorno della nascita di Bernadette, la veggente di Lourdes, e della morte San Benedetto Giuseppe Labre, un santo del settecento conosciuto come il “pellegrino mendicante”. Oltre ai due santi, entrambi francesi, il Papa ha ricordato come il giorno della sua nascita e del suo battesimo sia coinciso con il Sabato Santo, “il giorno del silenzio di Dio, dell'apparente assenza”, che invece è preludio dell'annuncio di Risurrezione. Una “lettura” della propria esistenza rimasta immutata fino e oltre il Soglio pontificio, come ha tenuto a sottolineare Benedetto XVI.
Benedetto XVI ha ringraziato idealmente i suoi genitori per averlo "fatto rinascere" in quello stesso giorno attraverso l'acqua del Battesimo e, ovviamente, per il dono della vita". Tuttavia, riferisce Radio Vaticana, il Papa si è chiesto in modo provocatorio: in che modo il dono della vita è realmente tale? “E' giusto dare la vita così, semplicemente? E’ responsabile o troppo imprevedibile?”.
La “vita biologica di per sé è un dono, eppure – ha obiettato Ratzinger – è circondata da una grande domanda: la vita diventa un vero dono se, insieme a essa, si può donare anche una promessa, che è più forte di qualunque sventura che ci possa minacciare, se essa viene immersa in una forza che garantisce che sia un bene essere un uomo”.
Secondo il Pontefice teologo, “alla nascita va associata la rinascita, la certezza che in verità è un bene esserci, perché la promessa è più forte delle minacce”. Ecco spiegato il senso del Battesimo, come l'appartenere alla “grande, nuova famiglia di Dio che – ha concluso Papa Benedetto – è più forte” di “tutte le forze negative che ci minacciano”».

sabato 14 aprile 2012

Vento salato con goccia di miele


Un venticello fresco, che faceva scivolare veloci nel cielo nuvolette orlate di rosa, le svegliò prima dell’alba. Uno strano fruscio le condusse ad uno stanzino d’attrezzi accatastati e sparsi, proprio sotto il melo cotogno, i cui frutti di un verde sabbioso stavano maturando al sole di luglio.

In un vecchio secchio di plastica blu, basso e largo, una gatta bianca e grigia stava allattando un imprecisato numero di batuffoli pelosi. Non si spaventò né si innervosì d’essere scoperta. Piegò all’indietro la testa e le guardò con occhi grandi e tranquilli. Era una gatta domestica, ma senza padrone, che gironzolava libera, mangiando dove le lasciano i resti del pranzo e della cena, dormendo qui e là e facendo ugualmente danni in ogni cortile.

Di quella maternità, in altro tempo, Francesca, forse, si sarebbe appena accorta, Maria avrebbe sorriso e Rosa sarebbe andata a curiosare. Ma le tre sorelle erano, da pochi giorni e per la prima volta, tornate, da differenti città, nella vecchia casa familiare che s’affacciava sulle onde calabre mescolate di Jonio e Tirreno. Provate da dolori recenti, diversi ma ugualmente pesanti, speravano di sarcire le ferite del cuore passando i fili del vicendevole affetto nelle crune d’ago di odori, colori, cibi, lingua dell’infanzia. Perciò percepirono il piccolo avvenimento come un miracolo.

Nei giorni seguenti, fu pace restarsene a guardare i gattini quando allattavano o dormivano l’uno intrecciato all’altro, ma uno slargo più grande per gli occhi ed il cuore fu assistere, poi, a tutte le piccole conquiste della crescita, soprattutto ai mille tentativi di scalare le pareti del secchio blu che era la loro casa.
L’aggrapparsi con le zampette davanti, le coscette larghe e le codine in alto, l’esserci quasi riusciti e ricadere indietro, pancia all’aria e, ancora più spesso, tirarsi giù l’uno con l’altro: un pizzico d’invidia in un gioco tra fratelli, che poi si carezzavano vicendevolmente, si mordicchiavano, si rotolavano, aggrovigliandosi in un’unica morbidezza pelosa.


La gatta madre andava ad allattarli, si fermava a rinfrescarsi sotto la grande felce, poi andava via a mangiare e riposare nel cortile d’una casa vicina. Nonostante la magrezza, lasciava accoccolare i piccoli nel suo stomaco, allargando le zampe-braccia come in un’ansa di mare e li allattava a lungo, dopo averli leccati uno ad uno e, col muso, li respingeva indietro nel secchio, come fosse troppo presto per andare via. Dolce, mansueta, umile e regale. Ognuna delle sorelle – più sprucida Francesca, più estasiata Maria e più ironica Rosa – la guardava con ammirazione.

Un pomeriggio, uno dei due gattini rivelatisi neri, dopo vari tentativi di uscire dal secchio risalendone le pareti, saltò fuori con un gran balzo. Per questo, Rosa gli diede nome Prometeo. L’altro nero lo chiamò Epitemeo; il bianco, Teseo. Il più bello, il grigio, aveva occhi cerulei da Venere – osservò – e non poteva che chiamarsi Glaucopis o Glaucopide.

Balzato fuori dal secchio, Prometeo finì sotto una cassetta, da cui, giacché non ce la faceva a tornare indietro, lo tirarono fuori dopo qualche ora Maria e Rosa restituendolo, tremante, ai tre fratellini che si erano rintanati, anche loro tremanti, in un angolo del secchio. A cena, le tre sorelle ritrovarono il riso da tempo perduto immaginando le discussioni serali della famigliola: i tre fratellini che accusavano il troppo audace d’averli lasciati soli, lui che si difendeva, magari con la piccola bugia d’essere solo caduto, la gatta madre che impartiva ordini, buffetti e carezze.

Il giorno dopo, tutti e quattro i gattini ripresero il loro allenamento all’uscita e due mattine dopo, all’alba, le donne trovarono il secchio rovesciato e i quattro che sgattaiolavano nella casetta degli attrezzi. Si chiesero cosa avrebbe fatto la gatta madre, che all’inizio passava tutta la notte con loro ma da alcuni giorni, dopo aver fornito cena alla prole, si faceva rivedere solo per colazione. Quando arrivò, si stese, allattandoli con comodo (negli ultimi giorni, essendo il secchio troppo piccolo per tutti, era stata in piedi a mo’ di lupa romana) e a lungo.

Maria – che più s’era aggrappata ai gattini per affrontare l’affannoso snodarsi dei giorni – quasi ormai convinta che la madre li avrebbe lasciati ancora per qualche giorno, magari fino alla fine delle loro vacanze, si consolava immaginando che li avrebbero visti rincorrersi nel cortile, fare a nascondino tra le piante, afferrarsi per le codine, rotolarsi nello sporco.

Meno di un’ora dopo, invece, la gatta li portò ad un angolo del cortile, afferrò il grigio dalla collottola, risalì il muretto di cinta e scomparve. Una o due volte nella mattinata, tornò, rimase qualche minuto, si rifiutò di allattare i piccoli, che, appiattiti in uno spazio minimo, si facevano sempre più piccoli e a vederla già scodinzolavano lieti e ne cercavano le mammelle. Solo cinque ore dopo, prese Teseo e pochi minuti dopo Epimeteo. Poi nuovamente scomparve. Rimasto solo, il piccolo Prometeo, si rintanò in un angolo facendosi ancora più piccolo e debole: per senso di abbandono oltre che per fame.

Era ormai metà pomeriggio quando, ritrovata al telefono all’estero una veterinaria amica, Rosa si procurò del latte di capra e cercò di nutrirlo con una siringa e imbruniva quando la gatta tornò a prenderlo. Maria vide dove era diretta e le si strinse lo stomaco. Qualche flebile, esangue miagolio non la tranquillizzò – tanti, intorno, avevano fama d’uccidere i gatti piccini. Quel senso leggero di balsamo della loro presenza, le si raggrumò in cristalli di sale: aguzzi e amari.

Per tre giorni, non si avvertì traccia dei gattini; la gatta, invece, si vedeva, nel cortile della casa accanto, mangiare insieme ad altri gatti, dormire tranquilla. Falsamente indifferente Francesca, volutamente ottimista Rosa, inquieta Maria, le tre sorelle la seguivano da balconi e terrazzo, informandosi a vicenda sul suo andare e venire, attraverso percorsi inutilmente lunghi e pericolosi, verso il luogo dove, chissà, se la aspettavano ancora tutti i bellissimi quattro.


La sera del terzo giorno – come annuncio di una piccola resurrezione – alcuni squittii fecero ipotizzare – ma ognuna delle sorelle tenne il pensiero per sé – che i gattini fossero molto vicini a casa o, chissà, magari fossero addirittura. Il mattino dopo, squittii ancora più ravvicinati le fecero affacciare al balcone.
La gatta, cui non avevano neppure provato a dare un nome proprio, stava conducendo Teseo in un cortile vicino, dove i croccantini, sparsi con generosità, erano sufficienti per più famiglie di mici. Lo nascose in una parte riposta e scura, poi, quieta, si addormentò su una sedia bianca.

Durante il giorno, Maria e Rosa non riuscirono ad osservare nessun altro trasloco, ma la sera e il mattino dopo, lei di nuovo dormiva, abbandonata e quieta, sulla sua sedia.
Nel cuore di Maria il vento rimase salato, ma con una goccia di miele.


Su Zoomsud sono apparsi anche:


e



lunedì 9 aprile 2012

Maddalena, la più grande



«Raccontaci, Maria:
che hai visto sulla via?».
«La tomba del Cristo vivente,
la gloria del Cristo risorto,
e gli angeli suoi testimoni,
il sudario e le sue vesti.
Cristo, mia speranza, è risorto:
precede i suoi in Galilea».

Se si esclude Maria, concepita senza colpa e mediatrice tra cielo e terra, di tutte le donne della storia – madri, sorelle, figlie,  sante, scrittrici, scienziate, patriote, benefattrici dell’umanità – Maddalena è, a leggere il Vangelo, la più grande. L’Amata, che ha avuto il privilegio di (ri-)vedere, di (ri-) ascoltare per prima. E di dare l’Annuncio: l’unico assoluto e definitivo.

sabato 7 aprile 2012

L'uovo fatato di Nunziatina


Da quando, due anni prima, era rimasta vedova, ‘mari Marianna faticava ad addormentarsi. Se ne restava ferma, a letto, per buona parte della notte, le braccia abbandonate e la mente vigile, ad ascoltare il respiro quieto di Nunziatina e quello del mare. Quasi sempre lieve, niente più che un mormorio, una nenia. Ma quando, rabbioso, s’alzava, spingeva le sue onde a frangersi sul muro della casa e le pareva che, da un momento all’altro, potesse essere trascinate al largo come una barca senza nocchiero e senza timone.

Quella notte, a lasciarla sveglia, non era la preoccupazione di come mettere sul tavolo un piatto caldo pure il giorno dopo, ma un calore nuovo del cuore. La fresca moglie del barone giovane, dov’era stata a giornata, a impastare dieci chili di cudduraci, l’aveva congedata, dicendole di tornare il giorno dopo e gli altri ancora, che c’era molto da fare in quella casa. E le aveva riempito il grembiule di fave e piselli, un cuore, un canestro e una bambola con le uova e un pezzetto di cioccolato.

Fave e piselli li avrebbe cotti sul fornello a legna; i cudduraci li aveva nascosti – il cuore, che aveva due uova, l’avrebbero diviso a Pasqua e gli altri due sarebbero stati la loro pasquetta, lì, nella conca delle brucare a giocare con le sabbia. Sul pezzetto di cioccolato aveva una certezza e molti dubbi. La certezza era che ne avrebbe fatto un uovo – le era capitato d’intravvederne uno, poggiato sul comò della marchesa zia, il giorno che la baronessa vecchia l’aveva portata in città a orlare certe lenzuola di un corredo che andava finito di fretta. I dubbi consistevano nelle mille domande senza risposta su come fare.

La soluzione le apparve con lo schiarire del giorno. Sulla cannizza sotto il letto su cui conservava fichi e fichi d’india seccati, c’erano due limoncedri. Scelse quello più regolare, lo lavò, l’asciugò e lo ripose, dentro un canovaccio umido, nella credenza. Quando, sull’imbrunire, tornò dalla baronessa giovane, mandò Nunziatina a portare una delle due cucchie di pane che aveva ricevuto, a ‘mari Cuncettina, moglie, poveretta, di un ubriacone. Poi, sciolto il cioccolato a bagnomaria, ne rivestì il limoncedro; lasciò asciugare, tagliò le due metà ed ebbe appena il tempo di ripulire in giro prima del ritorno della figlia. Le avrebbe chiuse il giorno dopo, con la ‘nticchia di cioccolato, che s’era premurata di conservare.

Dal dormiveglia dell’alba la svegliò il profumo della signora del mare.

Appariva all’improvviso. Dal mare. Bagnata, eppure asciutta. Si muoveva leggera, a piedi nudi, un vestito di veli di seta, ognuno di un colore diverso, sfumature che, a guardarla, perdevano gli occhi nella meraviglia. Poi spariva nel mare, che di tutti quei colori s’increspava, lasciando nell’aria una mistura d’essenze d’agrumi e gelsomini sciolte nel miele.

Rapida, seguendo l’istinto come una necessità inevitabile, Marianna prese le due metà di cioccolato e corse vicino alla signora del mare di cui non conosceva il nome. Signora del miraggio e della visione, Morgana si girò e l’avrebbe incenerita con lo sguardo se non fosse stata intenerita dalla bambina addormentata ad li là della finestra dalle imposte socchiuse. Sorrise, fece un gesto di “andate” con entrambe le mani e sparì.
Quando, a Pasqua, Nunziatina ebbe, col cuddaraci, che già non s’aspettava, l’inimmaginabile uovo di cioccolata, pensò d’aver esaurito le possibili sorprese della vita. Ma fu un attimo. Aprendo l’uovo, al primo crocchiare del cioccolato, ne uscì un vento di luci odorose. Mai s’era visto un simile miraggio che tra cielo e mare si offrì per tutto il giorno ai paesani e anche a tutti i cittadini – le voci trovavano modo di correre anche allora – giunti in carrozza fin lì.

Bambina buona e triste, pronta a piegare il collo alle nerborate della vita, Nunziatina conservò i suoi occhi neri e grandi, ma cominciò a guardare il mondo a colori. E, da allora, non ci fu dolore e dramma che riuscisse a toglierle il regalo della fata: continuare a incantarsi (comunque, nonostante) nell’incantevole della vita.