sabato 23 giugno 2012

Quando il giovane Gregorio portò a Reggio il mandorlo


Dicono che, a quel tempo, le imbarcazioni potevano navigare sicure solo nel periodo primavera-estate.
Nulla, quindi, esclude che sia accaduto l’equivalente di oggi, giovedì 21 giugno.
Che anno fosse per loro, non lo so. Per noi, era il 730 a.C.: circa.

Perché bisognasse lasciare l’Eubea e mettersi per il largo mare aperto ce l’hanno raccontato fior di poeti e scrittori e, comunque, non sarebbe difficile immaginare i chiari-oscuri sentimenti che spingevano i vari Demetrio e Andrea a mettersi su una nave panciuta e cercare altre terre.

Quella volta, poi, l’oracolo di Delfi era stato chiaro: «Là nel punto in cui l’Apsias, il più sacro dei fiumi, si getta in mare,/ dove troverai una femmina avvinghiata ad un maschio,/ il dio ti concede la terra ausonia»

E così, avendo intravisto alla foce dell’attuale fiumara del Calopinace, una vite avvinghiata ad un fico selvatico, si fermarono, fondando, a Reggio, la prima πόλις (polis) greca in Calabria.

Ci stanno, però, particolari che a storici, geografi e scrittori sono sfuggiti. Non ne ho nessuna prova, e, insieme, nessun dubbio.

Una di quelle barche si fermò poco più a sud, più o meno nell’attuale Occhio, in una di quelle conche di mare con la sabbia sottile e dorata, le colline dolcemente degradanti fino al bagnasciuga, davanti lo stupefacente spettacolo del profilo siciliano, e l’acqua profumata e trasparente, in cui non disdegnavano di bagnarsi le ninfe più belle e le più giovani dee.

Sceso dalla nave, il giovane Gregorio respirò a pieni polmoni e tutto, nel suo cuore, diventò calmo e trasparente come il mare: era arrivato al luogo del suo destino.

Costruì casa, ebbe moglie e figli e coltivò un pezzo di terra. In un vaso di ceramica s’era portato semi, che piantò e crebbero. Le sue noci greche piacquero a molti e, con i matrimoni dei molti figli e nipoti, si diffusero in tutta la zona, finché qualcuno cominciò a dare a quegli alberi un nome nuovo.


In altre zone della Calabria, si dovesse scegliere un albero sacro non potrebbe che essere l’ulivo (che bello il mito del nome della capitale greca: la dea della sapienza batte il dio del mare e il dio della bellezza facendo dono alla città dell’albero d’olivo).

Ma nel reggino, nonostante sia (stata) per buona parte del Novecento centro del bergamotto, non avrei dubbi.

Il mandorlo è (stato) la fatica di chi ha dissodato seccagni, lo stupore delle primavere annunciate in pieno inverno, la durezza della raccolta col sole cocente e gli sterpi intorno a graffiare le carni e la nuova fatica della doppia sbucciatura (del mallo verde/marrone e poi del guscio legnoso, dopo la schiacciatura), e la dolcezza d’invenzioni culinarie, che vanno dalle ‘mmenduli ‘nturrati ai petrali.

D’estate, poi, nei giorni di festa e se si aspettavano ospiti, c’era un rito degno della candida Diana.
Per il latte di mandorle bisognava macinare le mandorle finissime, metterle in un tovagliolo di candido lino, chiuderle strette, immergerle in un recipiente, strizzarle fortemente in un altro recipiente e ripetere questa operazione decine e decine di volte, fino a ridurre a un pugnetto la “palla” iniziale di mandorle macinate (pugnetto, che noi bambini mangiavamo). Ne veniva un liquido di bianchezza assoluta sprigionante un profumo di petali rosati che dava la stessa piacevole sensazione di un venticello fresco e leggero che s’alza in ore torride.
Portato a giusta bollitura con lo zucchero, quel liquido diventava orzata: un cucchiaio di sciroppo in un bicchiere d’acqua per fare colazione al mattino (con dentro il pane duro, le brioche erano cose da pasticcerie dei ricchi) o riprendere fiato il pomeriggio.

Per quanto buona, però, nessuna orzata poteva competere col latte di mandorla fresco. Un sapore aurorale: da alba dell’umanità.

Pubblicato su Zoomsud http://www.zoomsud.it/commenti/35244-il-latte-di-mandorla-come-rendere-fresca-lestate-piu-torrida.html con il titolo Il latte di mandorla. Come imparammo a renfrescare l'estate
 

martedì 19 giugno 2012

Calabria: l'estate in dispensa


Bisogna scegliere quelli meno succosi, i San Marzano sono perfetti, tagliarli a metà di lungo, togliere i semi, salarli abbondantemente all’interno e disporli senza accavallarli sulle sporte o, molto meglio sulle cannizze, gli antichi rettangoli di canne intrecciate.
E spostarli più volte durante la giornata, seguendo il sole che si affaccia al mattino da dietro le colline aspromontane e, al tramonto, si nasconde dietro le montagne siciliane. E, di notte, metterli dentro casa o per lo meno al coperto perché ‘u sirinu, la rugiada, li ammollerebbe. E, una volta secchi, immergerli per una frazione di secondo in acqua messa a bollire con un dito di aceto e poi di nuovo ad asciugare, all’ombra, per poco tempo in maniera che rimangano morbidi. E poi, si ‘inchiappano: le due metà del pomodoro vengono riunite, pressandole bene, mettendoci dentro aglio e peperoncino rosso brucente, piccante, tagliati a pezzettini più o meno grandi, basilico spezzettato a mano e capperi. Infine, si passa all’imbottigliamento in vasi di vetro, alternando strati di pomodori con foglie di basilico, agli, peperoncini tutti interi e capperi. E molto olio. Dopo qualche ora, quando una parte dell’olio è stata assorbita, aggiungerne ancora. Chiudere il tappo e conservare. Per almeno due anni sono perfetti per antipasto, per contorno, col pane e anche mescolati ad uno spaghetto fumante, o in frittelle: immessi in una pastella non troppo liquida fatta sbattendo con energia per una ventina di minuti acqua e farina, una rapida mescolata e, infine, a cucchiate nell’olio fumante. Le frittelle di pomodori secchi sono ricetta d’inverno e per stomaci forti; versione più leggera e fresca, qualcosa che si scioglie in bocca col gusto stesso dell’estate, è quella di seguire lo stesso procedimento con i pezzetti di pomodoro fresco, bello sodo possibilmente del genere tondo, naturalmente privato dei semi.

L’estate reggina è un tripudio di colori. Gialli. Arancioni. Verdi. Viola. Azzurri. In gamme e intensità, nelle ore di maggior luce, da abbacinare. Su tutti, una scia di rosso, che attraversa le stradine, fa capolino dai balconi e dalle terrazze, entra nelle narici ad ogni curva: pomodori che seccano al sole; pomodori tagliati o passati per “fare le bottiglie”, salse che si asciugano sul fuoco, insalate profumate di basilico, origano e cipolle tropeane. Chissà come avremo fatto prima dell’arrivo, da noi, di questo ortaggio.
Fermare l’estate nelle proprie dispense è stata per decenni l’attività primaria delle massaie calabresi.

La giardiniera, per esempio. Si mettevano sotto sale le melanzane tagliate a filetti, pressate da un peso o e poi, settimana dopo settimana, si aggiungeva ciò che l’orto produceva: peperoni privati dei semi; pomodori completamente acerbi, fagiolini, agli, cipolle, cime di cavolfiore e anche olive schiacciate e tutto quello che la terra e il gusto suggerivano. Quando tutto era stato sufficientemente macerato dal sale – ci voleva più di un mese – si sciacquava prima con acqua semplice e poi con acqua e aceto, si strizzava a mano o meglio al torchio, si metteva sotto vetro, un filo d’olio alla base del barattolo e un filo all’orlo. Quindici giorni d’attesa e nel bel mezzo dell’autunno si poteva cominciare a riassaggiare l’estate.
O i fichi, messi a seccare sulle sporte: interi, per ‘i fica cuzzula o tagliati a metà, per 'i cunocchi. I primi infornati, poi rapidamente immersi nell’acqua bollente, rimessi al sole per qualche ora e disposti in un sacchetto di tela bianco girato e voltato tutti i giorni finché una patina bianca, come una farina leggera, ne ricopriva la superficie. I secondi riempiti con mandorle e bucce di mandarini ancora verdi e poi messi al forno e infilati in una stecca di bambù curvata in forma di una u molto allungata.

Usi che sono via via diminuiti fino a rimanere quasi residuali: un po’ per il massiccio abbandono dei campi, un po’ perché i prodotti in commercio sono sembrati più comodi e più economici, un po’ perché gli stessi gusti alimentari sono cambiati e certi cibi sono diventati “troppo pesanti” per il metabolismo di persone che lavorano troppe ore sedute o, comunque, meno desiderabili di quelli proposti dagli spot pubblicitari.
Da qualche tempo, però, – sarà la crisi economica, la nuova tendenza a prodotti “naturali”, la consapevolezza che il libero dedicarsi a domestiche attività non equivale a rinchiudersi nella “casalinghitudine” – sta tornando, anche da noi, il gusto delle marmellate, dei liquori, delle conserve fatte in casa. E così un gruppo che si chiama Amo la cucina calabrese, fondato da Rina Scalise, ha, in breve, superato i 2600 amici su Fb. Sparsi un po’ in tutto il mondo e attivissimi nel proporre le ricette delle nonne e delle zie. Entusiasti nel mostrare le foto dei loro piatti, ma anche di ritrovare, con gli antichi sapori, anche i termini dialettali dei cibi e degli utensili da cucina. E lo stesso accade in altre pagine web che, pur non essendo dedicate direttamente ai cibi calabresi, a questi tornano spesso con interesse.
Come se, anche nel nostro confuso e complicato presente, il conforto dell’identità, rimasta o ritrovata, grande o piccola che sia, abbia una via privilegiata nell’antica sapienza del “parla come mangi”.

Pubblicato su Zoomsud:


La foto è tratta dalla pagina fb di Amo la cucina calabrese

sabato 16 giugno 2012

Leggere. E scrivere


Leggere è sognare per mano altrui. F. Pessoa

Forse è l’esigenza di sognare con mano propria che fa scrivere tanti libri. In Italia c’è più gente che scrive rispetto a quella che legge, tanto che, talvolta, si direbbe che neppure chi scrive si legga.


Che si scriva tanto va bene; in certi casi, quando la scrittura ha valore di autoterapia, addirittura benissimo. Che si pubblichi tanto un po’ meno: manca un filtro adeguato, c’è troppo ciarpame nelle librerie, ma chi può mai dirlo in termini assoluti? Talvolta una frase mal scritta di un pessimo testo colpisce più delle cesellate parole di un capolavoro.


La cosa che proprio non si regge è che tanti, troppi, si considerino scrittori/scrittrici.


Quale mai bravo professore di filosofia direbbe di sé: sono un filosofo? E, così, non basta un libro pubblicato, e, talvolta, neppure dieci o più, per trasformarsi, necessariamente, in Scrittori.


venerdì 15 giugno 2012

La casa del ritorno


In un primo pomeriggio di giugno, Lidia scese dalla littorina su cui, da Reggio, aveva proseguito un viaggio iniziato, in mattinata, su un eurostar di spossante lentezza e si fermò un attimo come stordita nella piazza della stazione jonica, prima di incamminarsi, per quanto incerta, verso sinistra.

C’erano costruzioni nuove, anche la discesa verso il mare non era quella di un tempo, ma non le fu difficile ritrovare il piccolo albergo di cui ricordava i balconcini per ogni stanza, tante cupolette affacciate sulle onde. Salì nella camera che aveva prenotato, solo il tempo di posare il piccolo trolley, e riscese.

Avevano fatto lavori anche sul lungomare e grossi massi erano stati posti nell’acqua per fermare l’erosione della costa. Il sole cominciava a declinare e l’aria era pregna di odori conosciuti. Si accorse che il suo sguardo si faceva via via più selettivo. Non vedeva i canali di scolo che continuavano a scendere verso l’acqua di apparente, totale, limpidezza né le costruzioni sul mare che l’egoismo di alcuni e l’insipienza e la complicità di altri avevano consentito e neppure gli scheletri di mura che frastagliavano l’ondulata dolcezza delle colline. Non aveva occhi e naso e orecchie se non per i riflessi di luce, che giocavano sulle onde e si rifrangevano sui residui di vegetazione sul bagnasciuga e sulla stradina che stava percorrendo: gelsomini, buganvillee, alberi di melograni dai frutti ancora acerbi.

Da decenni, tutte le sue energie, giorno e notte, erano imprigionate in quello spazio, in un ferma-immagine che le aveva gelato la vita. Eppure, ebbe qualche difficoltà ad accorgersi di essere proprio là. E non tanto per i due cubi di cemento – ci voleva coraggio o assoluta mancanza di senso estetico a chiamarle case – disposti agli orli della caletta, uno a destra l’altro a sinistra. Quanto perché il suo corpo e la sua mente ebbero una simultanea riluttanza a entrare nella vertigine in cui, un attimo dopo, si trovarono. Ebbe la sensazione netta di non essere in grado di controllare nulla di se stessa, né reazioni fisiologiche né sconquasso dell’anima.

Trenta anni prima, più o meno a quell’ora di un quieto tramonto di giugno, sua sorella Rina e i suoi amici, da appena qualche giorno in vacanza, stavano preparando un falò sulla spiaggia. In paese, in due occasioni i falò erano un’abitudine. Quelli per la notte di San Giovanni, che si svolgevano lungo i torrenti e cui partecipavano solo ragazzi e quelli di Ferragosto, sul mare, con i ragazzi che trascinavano rami e pezzi di legno e le ragazze che si preoccupavano delle cibarie, con l’immancabile anguria messa a rinfrescare in un piccolo pozzo scavato ad un passo dall’ultima onda. Quel falò era un di più, un capriccio di Annalena, che era riuscita a convincere Giovanni, che le faceva gli occhi dolci da un bel po’ e Giovanni aveva convinto il suo amico Giuseppe e Giuseppe Matteo e Matteo sua sorella Lina e così via. Erano state poche ore allegre, di baldoria complice e innocente, poi s’erano sfrenati in giochi e corse. Rina s’era avvicinata troppo al fuoco, la sua camicetta di cotone bianco con le maniche a palloncino aveva preso fuoco e la vampa s’era avventata sui capelli lunghi e sottili di grano maturo, che le arrivavano all’attaccatura delle gambe. Tonnellate d’acqua erano lì, a disposizione, ma rimasero inutili, a mormorare leggere mentre la luna riluceva tranquilla.

La morte di sua sorella aveva trascinato con sé, nel giro dei successivi cinque anni, anche il padre e la madre. Lidia, che si trovava a studiare medicina in una città del Nord, aveva lasciato l’università e s’era trovata un lavoro in un laboratorio di pasticceria. Aveva sempre amato fare i dolci, unendo tradizione e novità: nell’impastare, decorare, infornare, si estraniava da ogni cosa trovando in sé un nucleo solido e impassibile. La proprietaria del laboratorio – una vedova dal carattere energico ed entusiasta, i cui figli avevano impieghi pubblici in altre città – sapeva che c’era molto dolore dietro le dolcezze che avevano dato lustro alla sua bottega e ascoltava con affettuoso rispetto i lunghi silenzi della sua pasticcera.
Lidia non era più tornata al suo paese, finché, ricevuta una ricca proposta di vendita della sua vecchia casa, s’era risoluta ad affrontare quel viaggio penoso. Sperava di ottenere sufficiente denaro non solo per rilevare il laboratorio ma anche per completare il pagamento del mutuo della piccola abitazione che aveva acquistato a pochi isolati dalla sua attività lavorativa. La consolava pensare di poter fissare così, tra “casa e bottega” gli anni che le restavano.

Immobile davanti a quella caletta – il sole era scomparso dietro l’azzurro profilo siciliano – Lidia si avvertì gelata e brucente. Sfatta in ogni angolo di se stessa, non continuò a camminare verso la casa che stava poco lontano, subito dopo il ponte, ma tornò indietro verso il suo alberghetto. Si costrinse a mangiare qualcosa, ma non riuscì ad andare oltre un caffelatte con dei biscotti. Fece una doccia e si fermò in piedi, dietro la finestra a guardare il mare.

Le scarse luci della strada non riuscivano a illuminare il buio sempre più fitto. Il rumore delle onde la inquietava e la placava nello stesso tempo. Riuscì a mettersi sul letto solo alle prime luci dell’alba, quando, sebbene non ci avesse proprio pensato, aveva ormai preso la decisione di non venderla, quella casa. Dove qualcosa o qualcuno la stava riconducendo.


 

martedì 12 giugno 2012

Vanagloria di Hans Tuzzi




Parlano, parlano sempre i protagonisti di Vanagloria di Hans Tuzzi, pubblicato da Bollati Boringhieri. Decine e decine di personaggi, tra cui i Magnifici Otto, omosessuali, accomunati anche dallo stesso nome di battesimo; molti intorno ai cinquanta anni, tutti colti; molti intellettuali di professione, professori universitari, poeti, funzionari addetti alla cultura. Conversazioni che fluiscono per 451 pagine, piene di citazioni di opere letterarie e cinematografiche, dialoghi che vanno dal lavoro alla carriera, al sesso, ai soldi, ai figli, più o meno problematici. Tutti tolleranti nei confronti dei vizi propri e altrui. Tutti di sinistra in una Milano, Paneròpoli, governata dalla destra.

Ci fosse, da parte dell’autore, uno sguardo tagliente, ne potrebbe venire l’affresco, duro e grottesco, d’un’epoca. Ma, il suo, resta sempre un atteggiamento sostanzialmente ambiguo nei confronti dei personaggi e della storia e la sensazione che lascia questo libro, di pur gradevole lettura, è quella della decomposizione di una società. Dove la morte aleggia, ma senza dramma.

Come se, in fondo, questa borghesia colta e ricca e di sinistra nulla avesse da opporre allo sbriciolarsi d’una storia e d’una nazione se non parole incapaci di dire.
***


Ho recentemente letto il romanzo premio Pulitzer 2011, molto lodato dalla critica per la formidabile innovazione stilistica. Che io ho cercato, ma non trovato.






sabato 9 giugno 2012

Terremoti, danni e prospettive


La scoperta dell’acqua calda non finisce mai. E, così, nei giorni scorsi, i giornali hanno messo in evidenza uno studio della Tohoku University di Sendai, una delle città giapponesi più colpite dal terribile sisma nel marzo del 2011, pubblicato da Molecular Psychiatry e citato da Wired secondo cui – chi l’avrebbe mai detto?!? – i terremoti hanno conseguenze sul nostro cervello. Provano, infatti, cedimenti strutturali della corteccia celebrale.

Vissuta in un paese dove, a cinquanta anni di distanza, nonni e zii parlavano del terremoto del 1908 come di un’esperienza attuale, ho poi sperimentato, il 23 novembre dell’80, i grandi lampadari del teatro San Carlo di Napoli che oscillavano in un vortice da fine del mondo. E mi sono più volte chiesta quanto la ciclica precarietà della terra meridionale abbia inciso nella sua debole articolazione economica e sociale, nel suo vivere alla giornata, nel suo cercare in piccolissime consolazioni (certi dolci divini, per esempio) conforto all’assenza di sicurezze e prospettive.

Ma il Nord. Il Nord restava sicuro, ancorato ad una stabilità del suo territorio, dove qualche terremoto, anche grave – come potrei non ricordare il dramma del Friuli del 1976? – non era che un caso, una parentesi.

Ora che non è più così, non è il momento (magari l’ultimo possibile) di fare della comune ansia la leva per mettere in sicurezza, per quello che essendo umanamente possibile ci compete, un comune territorio bellissimo e fragilissimo?




venerdì 8 giugno 2012

194


Al referendum del 1981, mi parve che la legge 194 andasse mantenuta perché poteva contribuire a rendere l’aborto un fenomeno residuale e favorire, grazie alla piena applicazione della prima parte del provvedimento, una maternità più consapevole.

Oggi non mi sento di schierarmi tra i difensori (per le amiche che esigono il passaggio al femminile di tutti i termini, qual è quello di difensori?) della norma che chiamano alle armi per la battaglia di libertà di contro alle richieste, talora tanto più fastidiose quanto più subdole, di revisione, da cui mi tengo ugualmente lontana.

E’ molto triste che, dopo più di trenta anni, di aborto si continui a parlare come di un diritto e non, più sensatamente, di un dramma: dramma che la coscienza individuale può considerare, più o meno giustamente, inevitabile, ma che resta, appunto, dramma.

Ho più di un dubbio sul fatto che l’aborto interpretato come diritto civile sia un fattore di libertà delle donne e non piuttosto di debolezza: segno di una deresponsabilizzazione delle donne e, ancora più, degli uomini.

Mi chiedo, anzi, talora, se lo stesso uso massiccio del termine contraccezione non abbia in questi anni fatto male alle donne (e, di conseguenza, agli uomini e alla società nel suo complesso). Non mi riferisco alla realtà/necessità/scelta del controllo delle nascite (elemento, tra l’altro, che ridurrebbe l’aborto che – contro lettera e spirito della 194 – si configura anche come sistema di contraccezione a posteriori e selezione genetica dei nascituri), ma proprio al termine che dà valenza negativa alla concezione. Ovvero a qualcosa che, se non esaurisce, certo è nella natura dell’essere donna, anzi nella realtà stessa della vita. Che andrebbe non attaccata, ma difesa e valorizzata.

lunedì 4 giugno 2012

Un sogno di libertà di Rosario Villari



Da quanti anni non leggevo un libro così bello? Un mattone (per la mole), che ti mette dentro la storia, smemorandoti di tutto, se non della bellezza d'un racconto così chiaro, che rende semplice la complessità d'un'epoca solo in apparenza lontana.

Quello che segue è quanto ho scritto su Un sogno di libertà di Rosario Villari, qualche giorno fa, su Zoomsud.



"Quando ho messo l’ultimo punto, mi sono chiesto: ma ne valeva la pena? Mi sono fatto questa domanda per un mese. Non trovavo soddisfacente né il sì né il no. Dopo un mese ho trovato la risposta: forse”. Così mi diceva Rosario Villari, nel suo studio romano, nel gennaio del 2011, mostrandomi il dattiloscritto della sua ultima opera, centinaia di pagine, ancora da correggere, frutto di dieci anni di ricerche in mezza Europa, Russia compresa, e in America.

Calabrese di nascita e ancora molto legato alla Calabria, Rosario Villari, 87 anni a luglio, per tantissimi, il più grande storico italiano vivente, riprende gli studi giovanili e suggella la dedizione all’analisi storica con Un sogno di libertà. Napoli, nel declino di un impero.1585-1648, edito da Mondadori.

Il fulcro di quella che lui stesso considera la sua opera “definitiva” è sintetizzato in premessa: “… il dominio spagnolo non incontrò in Italia soltanto passività, inerzia, provincialismo e ribellismo primitivo. Il sogno di libertà è storia: un movimento composito e multiforme, che coinvolse popolazioni e singole personalità, uomini e donne, si collegò idealmente con le correnti di riforma dei centri più importanti dell’Europa moderna e della stessa Spagna, e culminò nella rivoluzione del 1647, prevista e sorprendente”.

“Mai ridurre all’unità”, gli avranno sentire centinaia e centinaia di allievi, che gli devono tutto quel sanno di storia – non dei fatti, ma del loro inquadramento, della linea di senso che è possibile delinearvi.

In quest’ultimo affresco ricco di fatti e personaggi, in cui il distacco dello studioso e la passione dell’uomo si equilibrano perfettamente, Rosario Villari ancora una volta narra, con grande chiarezza e vivacità, con una scrittura pregevole per lucidità e semplicità, la complessità delle vicende storiche.
Un libro importante. Un libro bello, questo Un sogno di libertà che Rosario Villari presenta oggi, 31 maggio, nella sala University Club del Campus di Arcavacata.

Rosario Villari, Un sogno di libertà, Napoli neldeclino di un impero, 1585-1648, pp 715, euro 24,00


Ndr: Questa è la nota diramata dall'Unical, dopo l'incontro col prof Villari:
E’ stato un affettuoso omaggio alla “sua” Calabria quello di Rosario Villari che, questa mattina, ha presentato all’Università della Calabria, in anteprima nazionale, la sua ultima fatica letteraria: “Un sogno di libertà. Napoli nel declino di un impero” (Mondadori). Lo storico originario di Bagnara, a dispetto delle ottantasette primavere, ha incantato gli uditori che hanno preso parte ad una intensa “tre giorni” dedicata alla cultura ispanica nella Calabria del Cinque-Seicento. Villari, dopo aver ringraziato il Prof. Luca Addante e la Professoressa Marta Petrusewicz, che hanno preceduto il suo intervento con due pregevoli relazioni storiche, ha chiosato spiegando le ragioni che lo hanno spinto ad accettare la richiesta di presentare proprio all’UniCal il suo libro. “Detesto le presentazioni – ha detto -. Anche il mio editore (Mondadori n.d.c.) conosce bene questa mia idea e ormai non insiste più di tanto. Questa volta ho fatto un’eccezione. Ho dovuto fare un’eccezione. Non solo per il fatto che la Calabria è la mia terra, ma soprattutto perché solo in questa regione riscontro un amore diffuso verso la cultura che è un sentimento popolare che riesce finanche a commuovermi”. Villari è dunque entrato nel merito della sua opera. “Mi è costata tanto lavoro – ha spiegato –, e rappresenta la chiusura ideale di un lungo percorso di studio”. Nella sua opera, Villari, descrive un sessantennio di storia dell'Italia meridionale che va dal 1585 al 1648. Un periodo che costituisce la fase in cui non solo furono più intensi i contrasti interni e le tensioni con il governo centrale di Madrid, le spinte eversive e il banditismo, ma prese corpo anche un grandioso "sogno di libertà", frutto delle forze più vive e creative della società. Proprio su quest’ultimo concetto il grande storico è intervenuto più volte definendolo come uno dei “segno distintivi” della sua opera. “La rivoluzione napoletana è stata unica, e s’è distinta nettamente dai contemporanei movimenti della Cataloga, dell’Olanda e del Portogallo. Si è trattato, infatti, di una rivoluzione sostenuta esclusivamente da forze popolari”. L’ultimo libro di Villari arriva a più di quarant'anni dalla “Rivolta antispagnola”, un testo che è diventato un punto di riferimento per gli studi sull'Italia e sull'Europa del Seicento. Completa il suo imponente quadro del Regno di Napoli all'ombra della monarchia spagnola. Un descrizione, quella fatta da Villari, assolutamente minuziosa dell'età barocca, capace anche di dimostrare l’esistenza di spinte riformatrici e rivoluzionare di assoluto spessore e certamente poco trattate da una buona parte della storiografia. Ma come ha affermato lo stesso autore, l’elemento più caratteristico de “Un sogno di libertà” è la capacità di rappresentare, con grande intensità narrativa, l’essenza dei personaggi protagonisti di questo arco storico. “Forse è il difetto di questo libro, almeno così qualcuno afferma – ha dichiarato Villari-. Un difetto storiografico: c’è un certo grado di partecipazione emotiva rispetto ai personaggi. Lo ammetto, alcuni mi sono simpatici, altri meno. Però, in questo modo, ritengo di avere fatto storia>>. La chiusura dell’intervento è stata dedicata all’epilogo della rivoluzione napoletana. “La rivoluzione fu sconfitta, ma la Monarchia di Spagna ed il Regno di Napoli non vinsero. Quella rivoluzione fu l’inizio della fine, dell’inesorabile declino”.

 

domenica 3 giugno 2012

Tre, numero imperfetto di Patrizia Rinaldi


“Tre è un numero imperfetto”, commenta la sovrintendente di polizia Blanca Occhiuzzi, quando il commissario Martusciello suddivide tra le lei , se stesso e l’ispettore Liguori, i compiti per venire a capo dell’uccisione di Gennaro Mangiavento, in arte Jerry Vialdi, “ex cantante di matrimoni, poi ex cantante neomelodico, poi ex cantante di tradizione e folclore, poi ex cantante Ariston, poi ex attore di musical, poi finalmente cantante sensibile di entusiasmi di critica colta”, trovato morto dentro una porta dello stadio San Paolo con dei fili d’erba in bocca.

Comincia da qui Tre, numero imperfetto di Patrizia Rinaldi, appena edito da e/o, in cui ritroviamo i già noti Martusciello, Liguori e Occhiuzzi, protagonisti di Napoli-Pozzuoli. Uscita 14 e Blanca, editi da Flaccovio, insieme ad una miriade di personaggi, sullo sfondo una città, Napoli, restituita, nelle sue parti più belle e in quelle che lo sono molto meno, con grande autenticità.

Pur mantenendo il timbro di spiccata personalità di una scrittura tutt’altro che omogeneizzata secondo gli standard attuali, anzi fortemente stratificata di suoni – con alternanza di diversi strumenti, dal pianoforte al contrabasso – e di immagini ad alta risoluzione, Patrizia Rinaldi lavora, in questo libro, di sottrazione e ne fa un testo veloce, in cui lo stile si compone, in equilibrio, con una storia che esplora vite ai margini e lacerazioni dell’anima. Un giallo che, pur godibile dagli amanti del genere per il filmico ingranaggio della vicenda, fuoriesce dagli schemi di genere, per l’intensità dello stile e lo spessore emozionale.
Il dolore del vivere attraversa pagine che affrontano la complessità del male, facendo emergere una magmatica e variegata gamma emozionale, dove, di contro alle molteplici lame di coltello dell’amore degradato e decomposto via via in odio, luminosa appare la maternità adottiva di Blanca, non per nulla quella che, pur quasi cieca, “vede” più chiaro di tutti.

Libro in qualche modo di svolta nella ricca produzione di Patrizia Rinaldi, perché segna chiaramente l’avvicinamento dell’autrice, sicuramente tra le migliori nel campo della letteratura per l’infanzia e ormai consapevolmente signora anche del giallo – quante italiane al suo livello anche in questo settore? – al romanzo tout court. Disciplinata da un lungo allenamento, la sua scrittura di pane e sangue, che riporta alle viscere ribollenti del Vesuvio, potrà finalmente scorrere in una storia di ampio respiro, che la imponga all'attenzione generale.

sabato 2 giugno 2012

La Repubblica e le donne


Delle 21 donne sui 558 eletti all’Assemblea Costituente nessuna era calabrese.

E, tra le votanti, la stragrande maggioranza, il 2 giugno del 1946, votò per la Monarchia.

Non poteva esserci scelta diversa in una terra ad economia agricola e tassi d’istruzione molto bassi, dove, in tantissime case, appariva già ben strano che alle donne fosse stato riconosciuto il diritto di voto.

Se proprio dovevano, certo era inconcepibile che votassero per una forma istituzionale per cui si erano battuti soprattutto i socialcomunisti, avvertiti, all’epoca, come forze pressoché diaboliche, mentre non solo il concetto di re appariva, attraverso le metafore religiose, molto più comprensibile, ma le stesse figure dei re - Vittorio Emanuele III, prima, Umberto II, poi, anche se per pochissime settimane - erano in qualche modo familiari, per non parlare della simpatia che, soprattutto nei luoghi del tragico terremoto del 1908, si era guadagnata la regina Elena con le sue sincere lacrime di compartecipazione.

Chissà quante, in Calabria, votarono per la Repubblica. Quali erano le loro rabbie, le loro speranze, le loro inquietudini, e le loro attese. Se solo gettavano il cuore oltre l’ostacolo per un intuito che le spingeva ad un gesto d’autonomia o erano consapevoli di stare contribuendo ad una svolta storica.
Per quanto numericamente poche, anche loro hanno dato vita alla nostra Repubblica.

Che fa 66 anni.
Ovvero: è molto giovane e ha una lunga strada davanti a sé.


Vorrei aggiungere a quanto pubblicato su Zoomsud due cose:

- se c'era un anno in cui è indispensabile ricordare questa data, è proprio questo difficilissimo 2012: per rammentare da dove siamo partiti e, quindi, da dove possiamo ripartire;

- se c'è una data che alle donne italiane deve essere particolarmente cara è il 2 giugno, quando, per la prima volta, sono diventate cittadine a pieno titolo: un cammino che, in parte, resta ancora da compiere (vedi la tuttora scarsa presenza femminile agli alti livelli istituzionale, nelle assemblee elettive ecc. ecc)