venerdì 31 agosto 2012

Una domenica ad Africo Antica



Distese infinite di querce – sono stati i monaci basiliani i primi a piantarcele mille anni fa – e di castagni. Vallate che sprofondano, degradando dolcemente o violentemente, a picco, nelle viscere della terra e costoni ammantati d’alberi che si innalzano verso l’alto azzurro, con qui e là rocce di pietra scura e massi bianchi; lontano, non sempre visibile ma sempre presente, il mare.
Colori, tanti. Ma il colore dominante di Africo è un verde solare che riempie gli occhi.
 
Quante scoperte si possono fare in una domenica d’agosto ad Africo? La cortesia degli ospiti – i volontari che stanno ridando forma e identità ad Africo Antica con un lavoro di ripulitura dei sentieri, di rimessa a punto delle case da canto epico – te l’aspetti. Ti stupiresti se la gente verace di Calabria – in quest’angolo osco come nel circondario magno-greco – non imbandisse, per amichevoli visitatori, una tavola ricca, col pane di grano, il pecorino, la pancetta, i pomodori secchi, i carciofi sottolio, bocconcini di focaccia ripiena agli ortaggi e il ragù, saporoso e leggero, dell’estate.
 
E t’aspetti che l’aria sia impregnata di storie del passato – quelle di ogni luogo, amore e morte, violenza e santità – rese qui più intense da un aspro, storicamente pressoché inaccessibile, isolamento; dalla secolare fatica di sottrarsi ai pericoli provenienti dal mare; dallo sforzo duro di strappare coltivazioni alla montagna; dalla quotidianità vissuta, nel bene e nel male, come destino senza scampo; dagli spaventi schiantanti (non è un caso che il dialetto chiami schiantu lo spavento) e dagli stupori estatici di quest’eremo senza confini.
 
Ma non ti aspetteresti tutte queste mucche, capre, pecore che pascolano libere. E i maialotti inseguiti da bambini che ci giocano felici e non sanno che privilegio è questa loro prima infanzia ancorata alla terra, a questa terra. E l’odore intenso della nepitella. E questo senso di infinito, di solitudine accogliente e liberante.
 
Soprattutto, non ti aspetti l’approdo, (avventuroso) in gip, al paese vecchio, le case che i volontari stanno ricostruendo, l’indicazione “Scuole elementari” di una costruzione (di epoca fascista) così grande che ti potresti chiedere in quale ex grande città sei mai finita; la chiesa, che ti prende al cuore come ti è successo solo per la Cattolica di Stilo la prima volta che ti è apparsa da lontano (domanda a margine: non si costruiscono più chiese belle perché è diminuita la fede o la fede è diminuita perché non si costruiscono più chiese belle?).
 
E ti chiedi perché tanta storia, tanta cultura, tante storie disseminate nel vento di questo popolo di aspro orgoglio e di forte generosità non siano (diventati) patrimonio, davvero fruibile, dell’umanità.
 
C’è tutta una Calabria ormai definitivamente scomparsa. E una parte, grande, della bellezza passata, è stata distrutta per sempre (da questo punto di vista l’editoriale di Galli Della Loggia scopre l’acqua calda) da un precario e discutibile sviluppo incapace sia di determinare ricchezza economica e buona qualità del vivere che di valorizzare tutto ciò che per secoli ha costituito la nostra storia, il nostro sforzo di andare avanti.
 
Eppure non tutta la bellezza è perduta. E qualcuno – questa è la meraviglia più felice della mia domenica ad Africo – ci prova, non solo a raccontarla ma rendere godibile ciò che resta.
 
Chi vorrà venire a stare qualche giorno dentro questa montagna di bellezza incomparabile, è bene, però, che lo sappia. Sarà un’esperienza intensa oltre ogni attesa: dopo Africo, il suo sguardo sul mondo non sarà più quello di prima.
 
 
Pubblicato su Zoomsud col titolo Africo Antica. Il miracolo della Calabria che non c'è più http://www.zoomsud.it/primopiano/38515-africo-antica-il-miracolo-della-calabria-che-non-ce-piu.html

sabato 25 agosto 2012

La sposa pellarota di Mimì Cafiero



Se sapessi i bagni che facevo a Pèllaro, con le mie amiche! Mario La Cava

Gli anni venti, col fascismo appena al potere. Vitelloni di provincia che aspettano l’arrivo delle ballerine del varietà per effimere conquiste, pagatissime e squalliducce.
Mimì Cafiero – piccolo proprietario terriero, mentalità gallista e una non nascosta simpatia per i capi della malavita, un fratellastro, Ciccio, “mezzo uomo e mezzo animale” che gli fa da servo – per le sue avventurucole fa coppia fissa con Peppino Zuccalà, impiegatuccio, calcolatore e arrivista. Colpito da una malattia “professionale”, trasmessagli dall’ultima fascinosa di turno, si adatta a sposare una ragazza di paese. Lina, lungamente innamorata di un cugino che l’aveva lasciata, sogna la libertà cittadina dell’andare cinema, al teatro, al passeggio, ma ne viene impedita dal marito, che appassionatamente la usa di notte per chiuderla a chiave di giorno. La vicenda si chiude con un inizio di ribellione ad un destino già segnato da parte della donna e la morte dell’uomo, ormai cieco, caduto accidentalmente da uno scoglio.
 
La storia – che è ispirata ad un fatto di cronaca realmente accaduto, l’omicidio del cieco, e che si potrebbe immaginare realistica in molte città italiane – è ambientata tra il centro (il Corso, con i suoi locali di divertimento) e la periferia (Sbarre) di Reggio e il primo paese a sud del capoluogo (Pellaro, che qualche anno dopo, il regime avrebbe inserito nella Grande Reggio).
 
Mario La Cava (Bovalino 1908-1988) – “...ho speso una vita per scrivere, per analizzare la Calabria, non so se bene o male; questo non tocca a me dirlo. Posso dire che ho fatto grandi sacrifici, sperando che questa terra potesse avere una sorte migliore, come credo che avrà” – ha una scrittura su cui non per nulla si esercitò il giovane Sciascia. Asciutta, precisa, priva di alcun compiacimento retorico: non culla cantando un’idillica ninna nanna al lettore, ma lo porta a vedere, e da un angoli non sufficientemente esplorati, la realtà del reale. Nessuna ripiegatura su di sé, nessuna nostalgia del passato, nessuna fuga nel futuro: letteratura, e letteratura piena, cristallina, del presente.
 
Un autore che visse nella sua terra, mantenendo relazioni intellettuali e amicali con la migliore cultura del Novecento – “Carissimo La Cava - gli scrive, per esempio PPP il 17 maggio 1957 - perdona il pauroso silenzio che è seguito alle venti bottiglie di Cirò; ancora intatte, peraltro; destinate all'inaugurazione che ti dirò. Le ragioni del mio ritardo a ringraziarti sono due: una, il caotico fervore imposto dalla produzione nell'impostare il nuovo film di Fellini (Le notti di Cabiria), cosa che mi ha fatto perdere la testa; secondo, la decisione di ringraziarti con una cartolina che portasse la firma, oltre che mia, di Ungaretti, Gadda e altri amici che avessero assaggiato il nettare in occasione del viaggio comune in Calabria. [...] Siete stati, tu e Montalto, di una gentilezza che mi riempie di gratitudine e commozione. Vi abbraccio, vostro Pier Paolo Pasolini – ma che non ha tuttora ricevuto l’attenzione che merita. Basti pensare che non è più in commercio il suo libro più importante “I fatti di Casignana”, pubblicato nel 1974.
 
Se ogni persona dovrebbe riconoscere la funzione decisiva per la sua crescita di chiunque lo guardi e lo racconti – ovvero di chi gli fa da specchio, rivelandogli qualcosa di se stesso – i paesi, le città, fuori da ogni provincialismo, dovrebbero avere attenzione critica a chi li racconta.
Per Reggio – con i due quartieri di Sbarre e di Pellaro (quest’ultimo citato anche nel Noi credevamo di Anna Banti) – una formidabile occasione di moltiplicare, dialetticamente, la coscienza di se stessa.

Mimì Cafiero di Mario La Cava è pubblicato da Rubbettino
 
Pubblicato su Zoomsud  con il titolo Il Mimì di M. La Cava e l'autocoscienza di Reggio http://www.zoomsud.it/commenti/38347-il-mimi-di-m-la-cava-e-lautoscienza-di-reggio.html
 
Rimando su Zoomsud anche all'articolo, firmato Franca Dattola dal titolo Nel segno di Paolo Orsi.Dal romanzo di Abate alla rasseggna di Portigliola  http://www.zoomsud.it/commenti/38381-nel-segno-di-paolo-orsi-dal-romanzo-di-abate-alla-rassegna-di-portigliola.html
 
 
 

lunedì 20 agosto 2012

I Bronzi. E i loro nuovi compagni



E un giorno i Bronzi decisero di farsi trovare.

Sepolti nel fondo del mare, per secoli e secoli avevano osservato fatiche, slanci e sconfitte d’una terra aspra e dolce, ammaliante tanto da farli innamorare.
E’ per amore, per mettere al servizio di quella terra tutta la loro potenza guerriera che si sono fatti trovare, rinunciando alle bellezze d’un mare fatato.

Quella terra li ha accolti come un trofeo da difendere con le unghie e con i denti (non è poco che, nonostante vari tentativi contrari, siano rimasti a Reggio). Ma non è riuscita a metterli alla guida di una complessiva politica culturale, capace di coinvolgere centinaia di migliaia di visitatori l’anno. Certo, non solo per colpa sua.

Non deve essere bello, per i Bronzi, ancora più fulgidi del solito, dopo l’ennesimo restauro, passare il loro quarantesimo compleanno – furono ritrovati il 16 agosto del 1972 – sui lettini dell’atrio del Consiglio regionale calabrese a palazzo Campanella, (dove, nel biennio 2010-2011, sono stati visitati da 218mila persone, che poche non sono).

Senza neppure sapere quando precisamente potranno tornare a svettare in quella splendida e ricca casa (come dimenticare i pinakes locresi che rappresentano il mito di Persefone e Demetra?) che è stato e ancora di più sarà, quando verrà finalmente riaperto, palazzo Piacentini, sede del Museo Archeologico.

Questa nota l'avevo scritta, qualche giorno fa per Zoomsud  http://www.zoomsud.it/commenti/37940-i-bronzi-splendidi-quarantenni-senza-ancora-casa.html


Quasi il materializzarsi, ancora una volta, di quella divina grecità che, nonostante tutto, impregna  la Calabria (persone, terra e mare) più bella.

mercoledì 15 agosto 2012

Partenze, restanze e tornanze



A Ferragosto comincia il loro conto alla rovescia. Stanno ancora al mare (che ha tratti sporchi e conche d’incanto), o in montagna (con boschi bruciati e floridi alberi secolari), nelle campagne (quest’anno arse fino ad una quasi carestia di verdure, di frutta, di mais ecc. cui nessuno, coltivatori a parte, sembra accorgersi), nelle città (con tutte le loro caratteristiche, positive e meno). Ma le loro valigie sono quasi pronte per riaffrontare ferrovie, aeroporti o autostrada.

“… il contrasto, l’antinomia non è fra viandante (o erranza) e ma piuttosto fra sguardo consapevole e superficialità, fra interrogazione e conformismo. E c’è un’amarezza, e un sentimento del tempo e dell’assenza, uno spaesamento che accomuna i calabresi che sono andati e quelli che sono rimasti”. Così Franco Dionesalvi, lo scorso anno, parlando di Pietre di pane, in cui, analizzando a fondo “l’antropologia del restare”, Vito Teti scrive che “l’avventura del restare, quindi l’etica della restanza non è meno decisiva e fondante dell’avventura dell’andare, non rappresenta l’immobilità. Restare è la forma estrema del viaggiare, è un’arte, un’invenzione; un esercizio che mette in crisi le retoriche delle identità locali. Le due avventure non sono antitetiche ma complementari, vanno colte e narrate insieme”.

Ma non sono solo due le categorie dell’anima calabrese, la partenza e la restanza. Ce n’è una terza, la tornanza. Ovvero quelli che sono partiti ma, ad ogni occasione, soprattutto in estate, quando la pausa delle vacanze è lunga, tornano. E che, a settembre, per esempio, quando i colleghi di lavoro fanno a gara a raccontare il viaggio più esotico o più intelligente o più avventuroso (meglio facevano, vista la crisi che ha limitato le vacanze della maggioranza degli italiani), non hanno nulla da dire se non “sono stato a casa”. C’è chi torna perché in qualche modo mosso/costretto dagli affetti e dai vincoli familiari, chi per comodità (nella casa dei parenti si mangia bene e non si paga nulla), chi perché, oltre un certo numero di mesi, non regge a non respirare la sua aria. I più, sapendo che la tornanza è fatta di pochi giorni che passano rapidi ma di cui non si può fare a meno, perché danno ossigeno ai lunghi mesi di distanza. Chi sperando, magari senza dirselo, di tornare, un giorno o l’altro: davvero o, se proprio non sarà possibile, che per qualche miracolo o per quella creatività che talvolta reinventa la storia, che ci torni un figlio o un nipote, magari un pronipote. Chi forse chiedendosi se, anche loro, quelli della tornanza, possono fare qualcosa – che cosa? – per una terra che, comunque, nonostante, tuttavia, resta nell’orizzonte profondo del loro sguardo.

Pubblicato su Zoomsud col titolo Il Ferragosto di quelli della "tornanza"  http://www.zoomsud.it/commenti/38067-il-ferragosto-di-quelli-della-qtornanzaq.html


sabato 11 agosto 2012

Il silenzio delle parole scritte




Amo le parole scritte
più di quelle dette.
Per quanto aspre, dure, imperfette
non fanno rumore
se non nella mente
che le passa al setaccio
lasciando che i semi migliori
- nel silenzio -
diventino alberi grandi
su cui i passeri facciano
i nidi.

venerdì 10 agosto 2012

I suoni dell'urlo del tramonto sul Mediterraneo

Eco Jazz 2012, 21° edizione
alla memoria del giudice Scopelliti e di tutte le vittime per la giustizia


Pellaro, collina della Loggia

I suoni dell'urlo del tramonto sul Mediterraneo
Tributo ai Fantasmi agitati del Mediterraneo, ovvero gli immigrati inabissati nelle sue acque prima di giungere sulle nostre coste

Suonano i Sax Master Class, con la conduzione di Francesco Bearzatti.


Giovanni Laganà consegna una targa al sindaco di Riace, Domenico Lucano.


giovedì 9 agosto 2012

Buon compleanno, Anne


“Non è rimasta abbastanza a lungo a Bath”, disse (il capitano Wentworth, ndr) per gustarne le serate”. “Oh, no! Il loro consueto andamento non mi attrae per nulla. Non mi piace giocare a carte”. “Lo so, in passato non le piaceva. Di solito le partite a carte non le interessavano; ma col tempo cambiano molte cose”. “Non sono tanto cambiata”, esclamò Anne, e non aggiunse altro, temendo oscuramente che quanto aveva detto venisse frainteso.
E’ ad Anne Elliot, la protagonista di Persuasione dell'infinita Jane Austen, che torno quando il tempo, dei giorni e del cuore, è più lacerato e disarmonico. Perché lei è la donna che, dalle pagine di un libro bello e imperfetto rispetto ad altri testi della Austen, bellissimi e perfetti fino al prodigioso, più attira nel suo percorso interiore: che la conduce ad una pienezza serena ed equilibrata.
Come osserva Anna Luisa Zaza, “Anne deve in verità combattere una lotta ardua e tenace per esprimere se stessa, per rendere noti i suoi sentimenti, le sue emozioni, per imporre a se stessa e agli altri la realtà del proprio Io senza uscire da quei confini di discrezione, di gentilezza, di ‘eleganza’, di rigore che la sua educazione, la sua stessa natura le tracciano intorno”.
Lei che non è una “giocatrice di carte”, vince la partita perché vince se stessa, usando il tempo per imparare a riconoscere, accettare, esplicitare con eleganza quieta ma senza infingimenti, la sua verità più profonda. E la sua tenacia nel non disperdere le sue energie interiori, anzi nel riportarle verso il nucleo centrale dell’io, le regala una nuova giovinezza. Che non perderà più, nello scorrere dei giorni, perché il recupero armonico del passato, le consente ormai di affrontare in pienezza il presente.

Essendo nata l'8 agosto del 1787, oggi è il suo compleanno. Auguri, Anne.

lunedì 6 agosto 2012

Pellaro, attentato alla belllezza



Favorite. Il “nordico” Mons. Bregantini, appena arrivato a Locri, rimase così colpito da questo termine da continuare ancora, dopo anni e anni, a citarlo come esempio della straordinaria ospitalità calabrese. Perché il più sprucido dei calabresi è sempre pronto, per un ospite anche inatteso, ad imbandire una tavola ricca, tirando fuori dalla dispensa pecorini e suppizzate, melenzane sottolio e olive schiacciate, pomodori secchi e biscotti di buon grano, raccogliendo dall’orto ogni primizia e preparando in quattro e quattr’otto maccarruni o tagliatelle ‘i casa.

Nel mio piccolo, anch’io provo ad accudire al meglio i miei ospiti. Metto a lucido la casa, passo in rassegna i loro gusti per stuzzicarli con la tradizione culinaria calabrese che meglio riesco a interpretare, provo ad accompagnarli in passeggiate amene. Non senza affanno, però.

Perché il mio sguardo, che da decenni incrocia il degrado, seleziona per me, in questa passeggiata mattutina sul lungomare di Pellaro, la trasparenza del mare, il bianco degli oleandri e il turgore dei melograni, corazzandomi contro la sporcizia dei sottopassi, gli stagni di acque melmose e puzzolenti (uno, enorme, a pochi passi da un albergo con annesso ristorante) e ogni altro scempio. Ma temo che l’ospite – dagli occhi meno allenati dei miei a separare, in questo angolo di mondo dalla bellezza naturale non seconda a nessun altro posto per quanto splendido, il grano dal loglio, accumulando il primo e dando meno importanza al secondo – veda con esorbitante chiarezza le brutture che lo feriscono.

Se la bellezza, come diceva Dostoevskij, è in grado di salvare il mondo, l’attentato alla bellezza è un peccato imperdonabile ed un crimine da perseguire senza pietà, un male assoluto da debellare.
Mi chiedo come tutti quelli che in qualche modo si occupano di turismo in Calabria - il lungomare di Pellaro non è che uno dei possibili esempi - riescano a prendere sonno la sera senza prima aver risolto problemi così.

Pubblicato su Zoomsud con il titolo Ma si può dormire tranquilli se non si salva la bellezza? http://www.zoomsud.it/commenti/37535-pellaro-lattentato-alla-bellezza-non-e-un-crimine.html


Il 15 agosto Zoomsud ha pubblicato una lettera di Giuseppe Latella intitolata RC Pellaro, ma si può dormire sonni tranquilli:
http://www.zoomsud.it/flash-news/38078-rc-pellaro-ma-si-puo-dormire-sonni-tranquillig-latella-a-zoomsud.html

giovedì 2 agosto 2012

Rosalba e Muti controfirmano Pasolini


Le conferme sono morte. Le sconferme sono vita.

Cito, a memoria, dalle poesie di Pasolini, con una nota a latere: il verso è scritto molto meglio di quanto io ricordi, ma ha questo significato: quando ciò che ci aspettiamo che accada accade non c’è nulla della novità prodotta da quello che, accadendo, invece, in qualche modo ci smentisce.
Non si tratta di un verso dedicato alla Calabria, ma mi sembra possa degnamente concludere il dibattito che nella nostra regione e non solo si è da settimane innestato su alcune affermazioni del poeta de “Le ceneri di Gramsci” e de “La religione del mio tempo”.

Prendiamo la Calabria di questi ultimi giorni.

Da una parte la conferma – dalle varie indagini della magistratura attualmente in corso – di quell’intreccio di interessi, intrallazzi, illeciti tra la politica, l’economia, la cosiddetta società civile, la ‘ndrangheta ecc. ecc. che ammorba l’aria, stronca il futuro, toglie vita.

Dall’altra delle sconferme. Ovvero delle novità che aprono contraddizioni in positivo, che possono dare nuova linfa. Un po’ come quelle feritoie che, nei tunnel che sembrano senza uscita, fanno intravvedere l’azzurro del cielo, ancorandoti, mentre ancora sei nel buio, alla certezza che alla luce arriverai.

Per esempio, la sconferma certificata da un maestro abituato a dirigere le orchestre più famose del mondo: “E’ d’obbligo dire due parole in una serata così particolare e bella fatta da e per questi ragazzi – ha detto Muti, dirigendo i 270 ragazzi delle bande calabresi – Voglio sottolineare che quello che sta succedendo qui è enorme, straordinario, è il sogno di una vita speso nella musica e nella cultura. Quella musica e la cultura che devono avere nel nostro Paese la giusta espressione. Ringrazio questi ragazzi, questa orchestra bandistica di giovani valorosi, i loro insegnanti per il modo in cui educano alla musica e le famiglie che hanno creduto che la musica è basilare per il progresso e la cultura del nostro Paese. L’Italia deve molto alla musica, è il paese della musica anche se, negli ultimi anni, è diventato il Paese della storia della musica. La sinfonia è avere un gruppo di persone che vive insieme e sempre insieme cerca l’armonia, la bellezza, il raggiungimento di ideali che stanno al di sopra di tutto. Suonare e imparare la musica sono i fondamenti del vivere in uno stato civile. Io non ho mai incontrato un amante della musica che sia un criminale e posso dire che questa Regione ne è l’esempio. Io sono un uomo del Sud e ho avuto fortuna grazie alla musica; vi auguro che attraverso questa abbiate conforto e benessere. Questo è un appello ai governanti di oggi perché quelli di ieri ci hanno deluso: suonare la musica vuol dire insegnare ai ragazzi il culto del bello”.

O la sconferma che viene dalla conquista del bronzo alle Olimpiadi di Londra da parte di Rosalba Forciniti, che da Longobucco si trasferisce, a sedici anni, a Roma, per continuare ad allenarsi al centro federale per i Carabinieri e studia Scienza Politiche. I giornali hanno, giustamente messo in rilievo la forza, la determinazione, l’allegria e la grazia di questa ventiseienne carabiniera, la prima donna calabrese a vincere, dopo cinque uomini, una medaglia olimpica e hanno raccontato di come, dopo l’urlo della vittoria, la sua prima frase sia stata “I love you, papi”. Poi ha spiegato: “Ho iniziato a fare judo da bambina. Mia madre non voleva perché ero già un maschiaccio. Poi ho insistito con mio padre. Ed ora eccomi qui”.

Eccola qui, appunto: il volto possibile d’una nuova femminilità calabrese che raggiunge i suoi sogni e che, invece di trovarsi le ali tarpate da un padre magari solo troppo spaventato dai pericoli che lei corre nell’ampio e complicato mondo, se lo trova accanto: “L'ho seguita fin da bambina in tutto il mondo. Non l'ho lasciata mai. Anche oggi ci siamo visti: sapeva che noi eravamo con lei”.

Pubblicato su Zoomsud col titolo 5/Pasolini, Rosalba e Muti: l'importanza delle "sconferme"  http://www.zoomsud.it/commenti/37422-5-pasolini-rosalba-e-muti-limportanza-delle-qsconfermeq.html