lunedì 29 aprile 2013

La lezione di Martina Giangrande







“Lavoravo fino a ieri, mi sono licenziata per seguire mio padre. L'avevo già fatto per mia madre. Ora lo rifaccio per mio padre, come è giusto che sia. Tutti i progetti di vita che avevo fatto già dalla morte di mia madre si sono in un momento stravolti [...] Quindi si ricomincia: altri progetti, altri obiettivi e vedremo di portarli a termine sperando che tutto vada bene. Siamo rimasti solo io e lui. Ci ritenevamo un esercito sgangherato. Ora siamo mezzo esercito e ancora più sgangherato”.



La ventitreenne Martina Giangrande, la figlia del brigadiere più colpito nell’attentato a palazzo Chigi di domenica 28 aprile, da tre mesi  orfana di madre, ha la tempra di chi è cresciuto in fretta e può insegnare a tanti più grandi di lei. 

Figlia, ora, di tutti gli italiani decenti. Che le devono l'abbraccio di un affetto vero, capace di ascoltare la sua lezione.





domenica 28 aprile 2013

Due o tre cose su "La Grammatica di Nisida"







Lunedì 22 aprile, al Centro Studi di Nisida, c’è stato un incontro tra alcune classi del liceo scientifico Mercalli e alcuni nostri ragazzi. Partendo da La Grammatica di Nisida, si è passati a discutere del presente e delle prospettive dei ragazzi in carcere, per poi visitare il nostro Parco Letterario.

Sull’incontro, che, da parte del Mercalli è stato coordinato dalla professa Baffa, è stato pubblicato, sul sito web del Mattino, un video: 






All’invio de La Grammatica di Nisida, la Presidente della Camera, Laura Boldrini, ha così  risposto a Daniela De Crescenzo:




Mi ha fatto particolarmente piacere ricevere, come già in occasione del precedente volume, l'apprezzamento e l'augurio di buon proseguimento di lavoro da parte di Mario Monti.

E sono contenta di dover ringraziare per l'intelligente attenzione Giulia Ichino.











 



lunedì 22 aprile 2013

Il discorso di re Giorgio






Nel 2011, quattro Oscar – miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista e miglior sceneggiatura originale – premiarono Il discorso del re.

Non uno di quei film stilisticamente innovativi che segnano cambiamenti nella storia del cinema, ma certo un film dalla regia elegante e intensa; di solida sceneggiatura; con ottimi interpreti, a partire dal protagonista, Colin Firth nei panni di Albert duca di York, poi re col nome di Giorgio VI. Godibile, soprattutto, per lo stile, l’aria pulita di una storia in cui un uomo, grazie ad una relazione interpersonale emotivamente significativa, supera le sue difficoltà personali per adeguarsi al compito pubblico che gli tocca in sorte. Il secondogenito di Giorgio V, affetto fin da piccolo dalla balbuzie, dopo aver fatto inutilmente il giro di vari luminari, si affida, per l’intelligente intuizione della moglie, ad un logopedista senza titoli accademici, ma di grande sensibilità che lo induce a fare i conti con la sua infanzia, l’anaffettività del padre, il senso di inferiorità nei confronti del fratello, erede al trono, e la pena nei confronti del terzo fratello, nascosto fino alla morte in quanto epilettico. Quando ormai re, per l’abdicazione di Edoardo VII che preferisce la sua amante già divorziata al trono, gli toccherà rivolgere via radio il discorso che, insieme a quello di Churchill, chiama il popolo alla guerra contro Hitler, il suo sarà un intervento forte e solenne: gli inglesi, e non solo, potranno riconoscere in lui un punto di riferimento sicuro nel momento più tragico della storia europea.

Giorgio Napolitano non ha mai avuto problemi d’eloquio e non è certo per questo che oggi quel film m’è tornato più volte in mente. E’ che ha parlato da Re di una Nazione in un frangente drammatico, identificando la sua sorte con quella del suo Paese.

Lo dico con ammirazione profonda.

Resta la domanda: un Parlamento mai così duramente rimbrottato e così applaudente, avrà – finalmente – uno scatto di dignità nazionale e comprenderà che alle sfide della Storia si risponde con passione e serietà?


nell'immagine le parole del discorso di Napolitano in occasione del suo giuramento nella "nuvola" pubblicata da La Stampa

Roberto, Salicelle e la 27Ora del Corsera






All’ingresso del rione, una sedia sfondata e un scatola di metallo indicano che è tornato il contrabbando di sigarette. Dalla porta semiaperta di un garage, si intravedono scaffali di pasta, detersivi, carta igienica. Qualcuno campa così, con gli spacci «privati» e clandestini in casa, nei magazzini, in strada. Un furgoncino bianco vende pizze e panzarotti. I ragazzini giocano a calcio in uno spiazzo attraversato dalle automobili. Panni stessi a ogni finestra, donne e uomini affacciati passano il tempo guardando giù. Non c’è un’edicola, una tabaccheria, una gelateria, un bar. Manco l’autobus staziona più, passa e fugge.

«Non c’è attenzione – dice don Ciro Nazzaro, il parroco-, non c’è nulla, solo la chiesa e la scuola».
Entra una bimba con due amiche e timidamente, in un italiano stentato, chiede al prete notizie di un micetto che suo cugino aveva messo in una scatola: non si trova più, e potrebbe essere finito male perché ha sentito dire che quando tocchi un gattino così piccolo poi «a’ mamma o’ schifa», non lo vuole. Don Ciro la rassicura, regala tre caramelle poi, quando è fuori, racconta che questa ragazzina con fratelli e cugini se la ritrova spesso in parrocchia fino a tardi la sera, perché la «madre fa il mestiere più antico del mondo» e la manda via.

Ottomila abitanti, più o meno, al Rione Salicelle di Afragola, provincia settentrionale di Napoli, quella che va verso Caserta. E una percentuale altissima di minori. Tre, quattro figli a donna, s’è toccato pure il record di 17. Con storie all’ordine del giorno di mamme-bambine

«Dodici, tredici anni, è successo in passato — racconta l’insegnante Adele Sibilio, che è anche volontaria del centro ascolto della parrocchia — adesso la situazione è migliorata, ma ragazzine di 15-16 anni incinte se ne vedono ancora».


All’Istituto comprensivo Europa Unita, 1.150 studenti dalla materna alle medie, è iscritta un’alunna incinta, l’anno scorso c’era un compagno che aspettava un bimbo da una coetanea di un’altra scuola e adesso è un papà quindicenne. «I casi estremi non così frequenti — precisa la preside, Giovanna Mugione —. In cinque anni è la prima volta che mi succede». Anche se qui, certo, i genitori sono giovani, e molto. «Per mancanza di prospettive, non hanno un progetto di vita, un’aspirazione professionale. Sono diffidenti, hanno paura del mondo che c’è fuori, perché non hanno avuto modo di conoscerlo». E immaginano orrori. «A questi ragazzi nessuno ha mai raccontato una favola per metterli a letto…».
Non ci sono i soldi per le gite scolastiche, ma nemmeno per i libri. «Andiamo avanti con le fotocopie. Una didattica alternativa, ci arrangiamo come possiamo, con dei fondi europei siamo riusciti a fare anche laboratori di lingua e di informatica. Ma avremmo bisogno di ben altri strumenti, del tempo pieno, i bambini delle elementari escono alle 12.30, e dove vanno? Non possiamo essere considerati come una scuola di Napoli centro o del Nord. Qui c’è bisogno di tenere gli alunni a scuola anche il pomeriggio».
Perché le Salicelle è un altro Paese. Ai margini dei margini. Una colata di cemento versata negli anni Ottanta con la 219, la legge per ricostruzione dopo il terremoto. Riempita tra assegnazioni e occupazioni abusive di senzatetto e famiglie disagiate di Napoli e Afragola. E poi lasciata lì, come un satellite lontano. Senza neanche i nomi della strade. Qui tutto è via Salicelle, sulle buste delle lettere sono indicati gli «isolati» e i «nuclei». E le parole già spiegano tutto.
Il progetto originario prevedeva una mercato al centro dei caseggiati, con delle gallerie di plexiglass: mai dato in gestione, è rimasto solo lo scheletro. L’edificio, che adesso, ridipinto di giallo, sarà occupato dal commissariato, per tre volte è stato spolpato: vetri, infissi, porte, rame. Tutto torna buono dove non c’è nulla. È successo pure che il vicino campo Rom abbia subito un furto. In ogni palazzina c’è almeno un uomo o una donna sottoposta a misura di prevenzione, se non è in galera. Borseggi, rapine, piccole truffe, compiute soprattutto in trasferta. Caserta, Benevento, Avellino o anche fuori dalla Regione, verso Nord.

Non c’è spaccio, non ci sono scontri tra bande: i clan — soprattutto quelli più prossimi, ad Afragola — si sono messi d’accordo e hanno deciso che qui non si spara né si fa clamore. Pizzo, usura, droga, contrabbando, voti facili, che si comprano con un chilo di carne macinata. Uno sterminato bacino di manovalanza fresca e a buon mercato. La palestra di karatè che una volta toglieva dalla strada 50-60 ragazzini, formando pure titoli europei, è stata bruciata, non c’è più.

«Grande povertà materiale e morale — dice don Ciro — macerie umane». Come se qui, in questo pezzo di Italia dimenticato, vigessero altre regole. Al punto che la domenica in chiesa il parroco predica:
«Non dovete violentare i bambini, l’incesto è peccato». Senza giri di parole. A costo di ritrovarsi dei bossoli di minaccia sul sagrato.

È successo, il parroco non ne parla volentieri, ma ci sono state bambine che sono venute da lui a raccontare di essere state stuprate in famiglia. Una volta, anni fa, una ragazzina rimasta incinta gli ha spiegato: «Meglio mio padre che un altro, almeno lui so chi è». Nel resto d’Italia è tabù, qui può accadere. «È il modus vivendi che fa diventare normalità un fatto anomalo. È come quando vedi un incidente stradale: la prima volta resti sbalordito, se ne vedi tutti i giorni non ti stupisci più…». Ancora cronaca dal passato: una famiglia è stata arrestata perché prostituiva i bambini, cinque euro a cliente. Una mamma è stata accoltellata dal compagno davanti alla figlia. Casi estremi, ma storie di violenza negli appartamenti del rione se ne raccontano. E le donne, che pure mandano avanti la famiglia, spesso subiscono, hanno meno strumenti, abbandonano prima la scuola, alcune hanno un livello di istruzione così basso che non riescono nemmeno a prendere la patente.

È un rione triste, Salicelle. I malati di depressione sono tanti, i pochi soldi che circolano in alcuni casi vanno in droga. La prima volta che il cardinale di Napoli, Crescenzio Sepe, è venuto qui, un ragazzo gli ha chiesto: «Come state messo a scarpe?». La piazzetta dietro alla chiesa era piena di cocci e siringhe. Sepe è tornato, lo scorso Venerdì Santo per la via Crucis. Ha preso a cuore il quartiere, perché «da molti considerato tra quelli più a rischio della periferia di Napoli — ha detto —, quasi un deserto umano e spirituale dove regna solo povertà e violenza». Questa volta, però, ha trovato tutto pulito. Don Ciro ci tiene: «Raccontate anche le cose buone». La cooperativa Betania creata dalla parrocchia con i ragazzi del quartiere sta per prendere in gestione l’attiguo centro polifunzionale, ci sarà anche l’ambulatorio. È molto qui, ma si potrebbe fare di più.
«Le istituzioni si devono accorgere di questo quartiere — dice la preside Mugione — non solo quando ci sono casi gravi o le elezioni. Qui c’è la desolazione più brutta che si possa immaginare».

(Poi ci sono anche fiori sul cemento, ragazzi straordinari, esperimenti di scuola di strada, corsi di danza a un euro, volontari, educatori, insegnanti speciali, studenti che arrivano alla laurea e fanno grandi cose. Mi ha scritto via Twitter un’allieva della scuola media: si è sentita offesa dal mio articolo su Salicelle pubblicato sul Corriere. Mi dispiace profondamente. L’intento è portare attenzione su un pezzo di Italia dimenticato. Nessun giudizio sulla scuola – che fa miracoli – e su tutti quelli che provano ad avere una vita normale in un contesto difficile. Anzi: grande ammirazione)


Questo post di Alessandra Coppola, dal titolo: Il rione delle mamme bambine. Dove nessuno racconta favole l’ho letto su la 27 Ora del Corsera domenica 21 aprile. E, non poteva essere, per me, solo uno dei tanti pezzi interessanti che quel blog fornisce alle proprie lettrici.

Salicelle è diventato per me un nome particolare quando, in un tramonto di fine dicembre del 2007, durante una visita di Nicolais a Nisida, c’è stato un collegamento skype tra i nostri ragazzi e quelli che intorno a don Ciro partecipavano ad un progetto comune, quel 100Napoli, messo in piedi dal cardinale Sepe e dall’allora ministro dell’Innovazione Nicolais. Progetto che aveva portato da noi Roberto Dinacci.
Salicelle l’ho conosciuta più tardi, quasi due anni dopo e così ne scrissi sul mio blog di allora (che aveva lo stesso nome dell’attuale) venerdì 4 dicembre 2009:


Un tappeto pietoso, dice don Ciro. Ma non basterebbero morbide coltri e neppure robuste lamine d’acciaio a velare le responsabilità di tutti quelli che hanno più titolo – politico, economico, sociale – ad occuparsi della cosa pubblica.

Si potesse, per l’aria dolce e quieta di un mite tramonto rosato, fingere di non trovarsi in un luogo reale, magari ci si potrebbe compiacere con gli scenografi capaci di restituire, per il film di qualche regista attento ad ogni particolare, il senso della desolazione di una lunga guerra.

Nel grigio che colpisce come un pugno in faccia, la piccola luce di una parrocchia con le mille attività e progetti di un prete che continua a credere in Dio e negli uomini.

Siamo in pellegrinaggio a Salicelle, quartiere di Afragola,in uno dei tanti luoghi in cui Roberto Dinacci ha fatto molto più del suo dovere. (“Che cosa si può fare, Roberto?” gli chiesi nei giorni dell’emergenza spazzatura. “Il proprio dovere, Maria. Ognuno deve fare il proprio dovere ogni giorno”). Con me ci sono Francesca e Patrizia, che l’hanno conosciuto dopo e Fabio, che ha condiviso con lui la messa in atto del progetto 100Napoli.

Dice don Ciro, commosso, mostrando i suoi messaggi che custodisce nel cellulare e poi portandoci a vedere il suo laboratorio informatico, frequentato da giovani e adulti: “Gli piaceva stare qua, fermarsi con noi. Per tutti quelli che l’hanno conosciuto, anche per poco, è stato un dono e saperlo dovrebbe consolare della sua perdita. Ma bisogna continuare le cose che lui ha iniziato se no, invece di essere un seme che morendo dà frutto, sarebbe un seme inutile”.

Nei locali della chiesa, dalle incredibili mattonelle a scacchi bianche e rosse, centinaia di bambini dagli occhi vivaci e allegri. Ci fermiamo in una delle grandi stanze dove un bel gruppetto sta scrivendo una preghiera alla Madonna.

Patrizia Rinaldi improvvisa una storia su una magica signora che fa bellissimi regali, a partire dalla libertà, ai bambini che, sperdutisi, arrivano da lei e chiede ai piccoli interlocutori di aggiungere doni. Nessuno indica qualcosa di materiale, ma piuttosto valori, come la generosità, la capacità di aiutare chi sta male, il cuore pulito. Un bambino dice: i fiori del perdono; gli altri ne indicano i colori, rosa, azzurro, rosso, magenta, terra di Siena, e i profumi: “di focaccia”, il più saporoso.

Commenta Francesca: “E’ inevitabilmente qualcosa che mette a tacere ogni cosa dentro e che nello stesso tempo crea un rumore da dover ascoltare, svuota e colma allo stesso tempo. Era una desolazione di cui io non conoscevo ancora simili, eppure lì in mezzo a quella gente, a quei brandelli di muro, io immaginavo Roberto sorridere, perché lì c’era la vita vera, quel desiderio silenzioso ma leggibile della vita, che a lui piaceva esaudire. Penso che se c’è la possibilità di intervenire su quei piccoli, grandi ‘cuori puliti’, bisogna farlo, indipendentemente dal modo, urge il bisogno di individuare altre strade prima di cadere su quelle scaglie di vetro… Perché purtroppo non si può guardare in tutti quegli occhi e farsi una ragione…”.

Qualche giorno dopo, il 7 dicembre aggiunsi una favoletta, Il cavaliere che si fece ponte, con questa premessa: Alle Salicelle Patrizia Rinaldi ha iniziato a raccontare una storia. I bambini hanno suggerito molte soluzioni e poi le hanno dato tre parole chiave intorno a cui inventare un racconto per loro. Il mio è solo un fiocchetto sul regalo che Patrizia farà a loro e a noi.

La favoletta s’intitolava Il cavaliere che si fece ponte:

Un giorno, nel mare davanti ad una città bellissima ma un poco sfortunata, apparve un grande castello, che navigava tranquillo. Un sottomarino magico reggeva le torri, i merli, il muro di cinta, e, in più, alberi, animali e persone.

Per un incantesimo, una principessa dai capelli biondi, che ogni tanto si affacciava alle finestre del castello, doveva vagare nel golfo raccogliendo nel suo palazzo tutti i bambini che si perdevano per le strade della città tumultuosa e a ognuno doveva regalare la strada per la libertà.

Era molto popolato il castello e con lei c’erano altre principesse che avevano il suo stesso compito, ma trovare le giuste vie, per quanto s’affannasse, era molto difficile e non sempre ci riusciva.

Dopo anni e anni, la stanchezza ormai si faceva sentire. Le parve che ormai non avesse più forza e gli occhi le si appannavano nel districare viottoli e viuzze. Chissà – si chiedeva sconsolata – se mai riuscirò ad essere io stessa libera da questo incantesimo che mi trascina per mare, senza lasciarmi coltivare tranquilla i miei fiori in un castello saldamente poggiato sulla terraferma.

Fu allora che una barca inattesa portò nel suo castello sul mare due cavalieri. Erano forti e gentili e dopo tanto tempo la principessa sentì che il vento era fresco e felice.
Il più giovane dei cavalieri con uno sguardo incantato sospinse l’isolotto-castello e cominciò a costruire ponti su ponti per far uscire i ragazzi, ma una strega cattiva decise di tagliarli e risospingere l’isolotto-castello nel mare, lontano. Lui si oppose con tutte le forze e, quando tutti gli altri ponti furono strappati via dalla strega, si fece egli stesso ponte. L’unico che legava l’isolotto-castello alla terraferma, l’unico che i bimbi perduti potevano percorrere per ritrovare la strada.

Con l’aiuto dell’altro cavaliere, la principessa scoprì una piccola scatola magica. Non c’era la chiave e la principessa dovette fare molti sforzi per riuscire ad aprirla. C’erano dentro piccoli fogliettini di carta, bianchi, senza nessuno scritto, nessun disegno. Ma a tenerli in mano a lungo, con cura, in silenzio, cominciavano a emanare una scia di profumo che, come spiegarlo?, aveva uno sguardo e narrava sempre la stessa storia: quella di un ragazzo che aveva sempre amato tutti, ma soprattutto i ragazzi perduti.

La principessa si convinse che la fatica di navigare il golfo senza riposo diventava un grande dono se erano in tanti ad andare assieme per mare e per terra a cercare le strade che avrebbero fatto trovare casa ai bimbi perduti.

Il cavaliere fattosi ponte, lottando allo spasimo contro la strega nera, ancorò l’isolotto-castello ad uno scoglio. Allora, in un istante, a raggiera apparvero decine di istmi: una ruota magica, di cui egli era perno e motore. Grigio scuro, quando si percorreva per entrare, ogni ponte della ruota diventava d’argento e d’oro quando se ne usciva, tra la stella-sole e il satellite-luna, liberi, verso gli orizzonti infiniti del mondo.

E quando tanti e tanti e tanti ragazzi ebbero finalmente ritrovata la via, il cavaliere sconfisse definitivamente la strega dai neri tentacoli e la trasformò in sabbia. Quanto a lui divenne la stella più brillante sul mare e la sera andava a dondolarsi sull’isolotto, che divenne casa di gabbiani e di ogni specie di fiore.