domenica 30 giugno 2013

La Bellezza ci salverà (se la salviamo)





Il maresciallo Martina Neri si alzava sempre all’alba.
Quelle ore di silenzio prima del lavoro le sembravano perfette perché inattaccabili dal male. Nulla di davvero brutto poteva succedere quando ancora dormivano tutti, eccezion fatta per qualche vecchio contadino che stava già innaffiando il giardino, Mico il pescatore e due o tre panettieri e, per strada, non si sarebbe potuto incontrare nessuno, se non il macchinista Antonio quando gli toccava il treno del mattino.

Quel giorno però Martina Neri s’era svegliata troppo presto e con la testa trapanata da una nevralgia che denunciava qualche sogno contorto di cui non ricordava nulla, se non sensazioni sgradevoli e fastidiose.

Riscaldò un dito di latte, lo mescolò con i resti di caffè del giorno prima e lo versò su un pugno di fiocchi di cereali: aveva bisogno di mangiare qualcosa per prendere una pillola che le restituisse una qualche capacità di ragionare.

Quando il peso alla testa s’allentò, prese un libro che il brigadiere Ciccio Putortì le aveva regalato mesi prima, ma lo lasciò dopo poche pagine. I gialli non le piacevano. Quel rinchiudere la complessità del reale nel recinto di una sorta di caccia al tesoro capace, ogni volta, di isolare il malvagio (beninteso, dopo che aveva prodotto il male), le pareva un narrare facilmente pigro. Una volta stabilite (a posteriori) le tessere, il puzzle non poteva che riuscire semplice, altro che il suo lavoro lento e, spesso, penosamente inconcludente.

Appena cominciò a schiarire – la luna era ancora alta sul mare, mentre al di là delle colline s’intravvedevano i rosati dell’aurora – mise una tuta e delle scarpette da ginnastica e, superata la caserma tra due alti pini marini per metà ricoperti da una buganvillea che faceva da arco sul portone, legando i due in un solo albero, deviò verso la strada, pochi passi, che portava al mare.
Dall’angolo dov’erano ammucchiati quattro o cinque contenitori traboccanti di spazzatura, quasi una piccola discarica, proveniva un odore nauseabondo che cedeva, poco più in là, a quello dolce di una siepe di roselline tardive. I girasoli avevano quasi raggiunto, in altezza, i due alberi di melograno, i cui frutti ingrossavano lentamente.

Il mare – immobile nelle sfumature d’azzurro chiaro, che si faceva più scuro sulle montagne siciliane che lo contornavano, con l’Etna aureolata di nuvole candide – la riempì. Occhi, cuore, pelle, tutto in lei, per un attimo che le sembrò infinito, respirò luce e bellezza.
La costa aveva un andamento a piccole conche – qualcuna con pochi metri di sabbia e brecciolino, qualche altra con schiere di ville che avevano annullato ogni segno di spiaggia. Attraversata qui e là, quest’ultima, dove c’era, da fiumarelle d’acque torbide e maleodoranti che finivano a mare oppure rinchiusa dietro grate carcerarie per segnalarne la proprietà privata.

Martina Neri camminò fino alla piccola ansa dov’era certa di poter trovare le conchiglie. Ne raccolse qualcuna, piccolissima, e provò a isolare, nel suo sguardo, i residui di brucare, la grande mimosa che di primavera era un trionfo di giallo, le barche incrostate di salsedine. Ma non riuscì a trovare un ritmo quieto di respiro.

Lì era stato commesso un reato enorme, fatto di piccoli e grandi illeciti, indifferenze interessate e impossibili reazioni, occhi socchiusi e parole smozzicate, un groviglio di colpe, limiti ed errori, cui neppure un grande giallista avrebbe potuto trovare felice soluzione, dando scacco al male in un po’ di mosse.

Un reato contro l’umanità, da corte internazionale. Era stata deturpata le bellezza assoluta che il Grande Caso o un Dio Creatore vi aveva generosamente profuso fin dall’eternità.

Pubblicato su Zoomsud col titolo Un caso che neppure un giallista, nella serie Racconti reggini http://www.zoomsud.it/commenti/54618-racconti-reggini-un-caso-che-neppure-un-giallista.
Sul maresciallo Marina Neri, nella stessa serie erano stati in precedenza pubblicati: La buganvillae della caserma, La cena in fiamme del maresciallo Martina Neri e Delitto a Natale

Il commissario Martina Neri si alzava sempre all’alba.
Quelle ore di silenzio prima del lavoro le sembravano perfette perché inattaccabili dal male. Nulla di davvero brutto poteva succedere quando ancora dormivano tutti, eccezion fatta per qualche vecchio contadino che stava già innaffiando il giardino, Mico il pescatore e due o tre panettieri e, per strada, non si sarebbe potuto incontrare nessuno, se non il macchinista Antonio quando gli toccava il treno del mattino.
Quel giorno però Martina Neri s’era svegliata troppo presto e con la testa trapanata da una nevralgia che denunciava qualche sogno contorto di cui non ricordava nulla, se non sensazioni sgradevoli e fastidiose.
Riscaldò un dito di latte, lo mescolò con i resti di caffè del giorno prima e lo versò su un pugno di fiocchi di cereali: aveva bisogno di mangiare qualcosa per prendere una pillola che le restituisse una qualche capacità di ragionare.
Quando il peso alla testa s’allentò, prese un libro che il brigadiere Ciccio Putortì le aveva regalato mesi prima, ma lo lasciò dopo poche pagine. I gialli non le piacevano. Quel rinchiudere la complessità del reale nel recinto di una sorta di caccia al tesoro capace, ogni volta, di isolare il malvagio (beninteso, dopo che aveva prodotto il male), le pareva un narrare facilmente pigro. Una volta stabilite (a posteriori) le tessere, il puzzle non poteva che riuscire semplice, altro che il suo lavoro lento e, spesso, penosamente inconcludente.
Appena cominciò a schiarire – la luna era ancora alta sul mare, mentre al di là delle colline s’intravvedevano i rosati dell’aurora – mise una tuta e delle scarpette da ginnastica e, superata la caserma tra due alti pini marini per metà ricoperti da una buganvillea che faceva da arco sul portone, legando i due in un solo albero, deviò verso la strada, pochi passi, che portava al mare.
Dall’angolo dov’erano ammucchiati quattro o cinque contenitori traboccanti di spazzatura, quasi una piccola discarica, proveniva un odore nauseabondo che cedeva, poco più in là, a quello dolce di una siepe di roselline tardive. I girasoli avevano quasi raggiunto, in altezza, i due alberi di melograno, i cui frutti ingrossavano lentamente.
Il mare – immobile nelle sfumature d’azzurro chiaro, che si faceva più scuro sulle montagne siciliane che lo contornavano, con l’Etna aureolata di nuvole candide – la riempì. Occhi, cuore, pelle, tutto in lei, per un attimo che le sembrò infinito, respirò luce e bellezza.
La costa aveva un andamento a piccole conche – qualcuna con pochi metri di sabbia e brecciolino, qualche altra con schiere di ville che avevano annullato ogni segno di spiaggia. Attraversata qui e là, quest’ultima, dove c’era, da fiumarelle d’acque torbide e maleodoranti che finivano a mare oppure rinchiusa dietro grate carcerarie per segnalarne la proprietà privata.
Martina Neri camminò fino alla piccola ansa dov’era certa di poter trovare le conchiglie. Ne raccolse qualcuna, piccolissima, e provò a isolare, nel suo sguardo, i residui di brucare, la grande mimosa che di primavera era un trionfo di giallo, le barche incrostate di salsedine. Ma non riuscì a trovare un ritmo quieto di respiro.
Lì era stato commesso un reato enorme, fatto di piccoli e grandi illeciti, indifferenze interessate e impossibili reazioni, occhi socchiusi e parole smozzicate, un groviglio di colpe, limiti ed errori, cui neppure un grande giallista avrebbe potuto trovare felice soluzione, dando scacco al male in un po’ di mosse.
Un reato contro l’umanità, da corte internazionale. Era stata deturpata le bellezza assoluta che il Grande Caso o un Dio Creatore vi aveva generosamente profuso fin dall’eternità.
N.B. Nella serie Racconti reggini sono stati già dedicati al commissatio Marina Neri: La buganvillae della caserma, La cena in fiamme del maresciallo Martina Neri e Delitto a Natale
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giovedì 27 giugno 2013

E il Governo disse: il diploma meglio non averlo





Che cosa ho fatto, giorno dopo giorno, nella mia vita lavorativa, se non cercare di far modificare la prospettiva sulla scuola e tutto quanto la riguarda (la cultura, la visione del mondo, l’acquisizione di competenze da spendere nella vita sociale e lavorativa) a ragazzi finiti in carcere per motivazioni soggettivamente sempre complesse (una vita è sempre diversa da un’altra) e sociologicamente quasi sempre semplicissime (perché, in fondo, due più due fanno quattro anche al di fuori della matematica se certe situazioni socio-ambientali si lasciano scorrere come sono)?

Ragazzi che della scuola pensano e dicono peste e corna e della sua “utilità” non sanno che farsene e che, con non poche difficoltà, mie e dei colleghi, cominciano poi a svilupparlo un certo interesse nei confronti del leggere, scrivere, far di conto, ecc.ecc.

Non per nulla, l’ultimo atto dell’anno scolastico è stato riunirci nell’Aula Dinacci, presente anche il direttore dell’IPM, Gianluca Guida, e spiegare, a ciascuno dei licenziati della Media perché gli abbiamo dato quel voto e distribuire gli attestati di passaggio al terzo anno per quelli che sono riusciti a completare il Biennio superiore.

Molti occhi scintillavano di una meta raggiunta, inorgogliti d’aver scalato quelle che sembrano montagne inespugnabili, emozionati d’aver saputo misurarsi su qualcosa di importante. Qualcosa, guarda un po', di “legale” e “bello”, socialmente apprezzato.

Il Governo ha ieri presentato un decreto che indica tra le condizioni “facilitanti” per essere assunti al lavoro il non avere un diploma. Preferisco non commentare.

domenica 23 giugno 2013

Quello che fa somigliare il monaco Adriano e la città di Reggio






Quante persone, ogni anno, vengono a visitare Nisida? Tant(issim)e.

A molte, mi capita di (dover e/o voler) dare qualche informazione sulle attività della scuola, di fermarmi soprattutto sui progetti più importanti e continui degli ultimi anni (il Laboratorio di Politica iniziato alla fine d’ottobre 2008 in occasione dell’inaugurazione dell’omonima Aula Roberto Dinacci e il Laboratorio di Scrittura legato all’idea di Nisida come Parco Letterario, avviato un anno dopo e che, al momento, ha espresso tre volumi di Racconti e La Grammatica di Nisida).

E di osservare, nel loro sguardo, la cortesia formale o l’interesse vero o lo stupore d’un’informazione inattesa o l’entusiasmo d’una conferma oppure una vasta gamma di altre sfumature. E di conservare, per più o meno tempo, le reazioni che le loro provocano in me.

Quest’anno, ci sono state due persone diverse, per ruolo, per professione, per eloquio, che hanno ribattuto più o meno con la stessa frase e con lo stesso sospiro rivolto al cielo ad una vicenda che è importante per me (come cantava qualcuno negli anni sessanta o settanta, non lo ricordo più).

A Nisida, intorno al 600 visse un monaco, Adriano. Veniva dalla Libia, era nero, conosceva il greco ed era esperto in numerose arti. Fu abate di Nisida e, successivamente, abate di Canterbury e, con questo titolo – di Canterbury – è festeggiato come santo, dalla Chiesa cattolica, il 9 gennaio. Ecco: io trovo che sarebbe giusto, e bello – kalòs kagathòs – se quel titolo si ampliasse: sant’Adriano di Nisida e Canterbury.

“Non le dico – mi sorrise l’on. Rocco Buttiglione – quando, per la prima volta, sentii di Sant’Anselmo di Canterbury. Non mi pareva possibile non averne mai sentito parlare…”

“Non mi dire – sorrise il biblista Paolo Curtaz – l’unica gloria di Aosta sentirlo definire…”.

Già, ma almeno nei nostri libri, Sant’Anselmo è quello di Aosta e io non chiedo che, ad Adriano, venga tolto il riferimento inglese, ma aggiunto quello nisidiano.

Questo strambo destino dei nomi, dati e/o non dati, avvicina il santo (ignorato) di Nisida a Reggio.

Un terremoto di proporzioni disastrose la rade al suolo, nel 1908, e il tragico evento passa alla storia solo col nome dell’altra città distrutta: “terremoto di Messina” (come, in fondo, anche lo Stretto, che pure bagna entrambe le rive).


nella foto di Gaspare D'Esposito, Paolo Curtaz e il cappellano di Nisida, don Fabio De Luca, con sullo sfondo porto Paone.

venerdì 21 giugno 2013

Il sorriso di Dominella C.





Sottile, delicata. Il volto minuto, illuminato da occhi di sorridente bontà.

Semplice nel vestire, unico vezzo una collana, regalo di laurea.

Semplicissima nei modi, alla mano con tutti.

Figlia del locale medico condotto, Dominella Caccamo è stata la prima donna medico di San Leo (R.C).

Nessun paziente, che l’abbia chiamata di notte, di domenica, di festa, ha dovuto aspettare molto per vederla arrivare, sollecita e sorridente. A nessuno, nel suo studio, sono mancati attenzione e conforto.

Una fine tragica – la festa di San Luigi, dieci anni fa –una di quelle morti violente che, negli ultimi anni, hanno prodotto un triste neologismo.

Nessuno di quelli che l’hanno conosciuta ha scordato "la dottoressa". Nei discorsi di tanti, il suo modo di essere medico rimane esemplare: segno discriminante tra come tutti dovrebbero e invece non sempre sono. La sua morte viene tuttora avvertita una lacerazione, in qualche modo una linea di demarcazione del tempo.

Non (solo) per la sua morte, ma soprattutto per la sua vita, non sarebbe il momento di fissare in un segno (per esempio, l’intitolazione di una via, una raccolta di testimonianze) questa permanente memoria collettiva?


Nota: Ho scritto queste righe per Zoomsud con difficoltà  -  http://www.zoomsud.it/commenti/54305-dominella-caccamo-dottoressa-indimenticabile.html - per il timore di urtare il vivo dolore dei vivi e per la consapevolezza che, talora, il silenzio è preferibile a parole insufficienti. 

L'ho fatto con la consapevolezza che, nonostante tutto, talora, è meglio balbettare che tacere e che le luci non possono restare per sempre nascoste.

E la convinzione che la gentile dottoressa, di cui ricordo bene il sorriso, andrebbe onorata non solo "civilmente", come ho scritto nelle ultime righe del pezzo su Zoomsud, ma che anche la chiesa reggina potrebbe (dovrebbe?) trovar modo di farla ricordare.

giovedì 20 giugno 2013

"La verità sul caso di Harry Quebert" è che: è un gran bel libro






“Alcuni faranno di te una celebrità, altri ti disprezzeranno (si chiama mettere le mani avanti e/o avere la coda di paglia n.d.r.). Non è per loro che scrivi, Marcus. Ma per tutti quelli che, nel loro quotidiano, avranno passato qualche bel momento grazie a te”.

Trattato con sufficienza da alcuni, come una copia (molto) mal riuscita de La macchia umana di Philip Roth, esaltato da altri (sull’ultimo numera de La lettura ne fa lodi sperticate Antonio D’Orrico, che gli assegna 110 e lode), La verità sul caso di Harry Quebert del ventottenne ginevrino Joël Dicker, recentemente edito in Italia da Bompiani (trad di V.Vega), ha venduto oltralpe più di un milione di copie ha vinto il Grand Prix du roman de l’Académie Française 2012 e il Prix Goncourt des lycéens 2012, oltre ad arrivare terzo al Prix Goncourt.

Sono poco meno di 800 pagine le pagine di questo noir, che indaga, oltre che su un vecchio delitto, sulla provincia americana, sull’amore e l’amicizia, e sulla scrittura (editori-autori-lettori).

Le ho lette in pochissimo tempo: e sono state una compagnia molto gradevole. 
Se dovessi dare un consiglio di lettura, uno solo, per l’estate, non avrei dubbi.