martedì 26 novembre 2013

Il pane messo a letto




Mi è capitato più d’una volta, anche recentemente, di leggere un bel libro la cui ossatura è costituita dall’epistolario, talvolta ripreso com’è, talaltra rielaborato ma in ogni caso autentico, dell’avo/a/i dell’autore, spesso dell’autrice, in questione: memoria di famiglia, custodita in uno dei cassettoni di casa.
 
Un genere di romanzo che io (e non solo) non potrei mai scrivere. 

I miei avi non scrivevano diari, non si scambiavano lettere d’amore. Conoscevano aratri e telai, non carta e penna. 

La storia della Calabria povera ha un nucleo di silenzio: le parole dette e pensate che non hanno avuto nessuna possibilità, oltre l’esaurirsi della memoria orale, di superare il tempo. 

Nel nostro ora c’è un allora muto, un incavo vuoto, culla o sepolcro, in cui una parola non scritta continua a dormire. Come, dalle mie parti, si diceva del pane appena impastato lasciato a lievitare: “mettere a letto”.

Eppure, a risvegliarla, quella parola, anche solo per dirla a se stessi, ci sarebbe una piccola luce a rischiarare un tempo che o viviamo con occhi nuovi o ci scotolerà fuori dalla Storia, come briciole inutili accumulate sulla tovaglia del pranzo.

Pubblicato su Zoomsud: 




lunedì 25 novembre 2013

L'Etna, vulcano (anche) reggino




Sabato un nuvolone nero, enorme, ha riempito il cielo dello Stretto, lasciando sulle coste reggine la polvere lavica dell'Etna.

La foto di Pasqualino Placanica (in alto) mostra la stazione di Pellaro (Rc), come si presentava ieri, domenica, mentre quella di Antonio Calabrò (in basso) mostra l'eruzione di un vulcano reggino almeno quanto è catanese:




Questo è quello che ho scritto per Zoomsud



L’Etna è il mio orizzonte. Quando, quieta, è una montagna azzurra, appena una sfumatura diversa dall’azzurro del cielo e del mare. Quando è ricoperta di nuvole bianche, lievi come un velo da sposa o più dense come uno scialle elegante. Quando s’intravvede appena o bisogna indovinarla dietro lo scuro del maltempo. Nei periodi in cui le abito dirimpetto e me ne riempio gli occhi da mattina a sera e quando le sto lontana e lei – sì, lo so, è un vulcano, dovrei dire lui, ma mi è più naturale parlarle come ad una montagna, benché di fuoco – resta lo sfondo d’ogni attesa, il punto dell'anima in cui ogni giornosi rinnova.

Quando sembra addormentata. Quando lancia fiamme che arrossano la notte. Quando, ricoperta di neve, nell'aria di diamante, cattura ogni raggio di sole e ne fa un caleidoscopico ricciolo di Morgana. Quando una nube immensa ci ricopre di polvere nera, che ci vogliono ore e ore da spazzare dai balconi e, magari, costringe a rilavare i panni appena stesi. Come se tutti i mali e le rabbie e le nuvole e i temporali che ognuno di noi si porta dentro tornassero terra, liberando energie troppo a lungo compresse: "Ricordati che polvere sei e polvere  ritornerai": ma polvere che ama, soffre, crea, polvere che sa asciugare lacrime, che può sorridere, che potrebbe fare del mondo un giardino.

La visione della siciliana Etna è una delle bellezze estreme d’una parte della Calabria. Di quelle immateriali, infinite, un regalo della natura, un'eredità di bellezza di valore immenso.

Mi sono sempre stupita che nessuno di quelli che, per gli enti pubblici, si occupano di pubblicità turistiche l’abbia inserita tra le nostre bellezze. Toccasse a me, direi: venite a Reggio, ammirate i Bronzi – che qui devono restare, chi venisse a Milano per l’Expo scenda fin qui (N.B: urge rendere non impossibili i 1200 Km di distanza da coprire), non resterà deluso né da loro né dal resto che il Museo Archeologico contiene (N.B: conterrà, quando verrà riaperto) – andate in giro per la provincia, da Locri ad Africo a Monasterace, a Bova, che ne vale la pena. E, poi, scendete sul Lungomare, sedetevi su una panchina e, semplicemente, guardate davanti a voi…

sabato 23 novembre 2013

Della difficoltà a leggere i giornali






Bisognerebbe iniziare la giornata con una doppia lettura, quella della Bibbia e quella del giornale, diceva il  maggiore teologo protestante del XX secolo, Karl Barth.

Dove il senso, naturalmente, è quello dell’assunzione della responsabilità dell’oggi alla luce del trascendente.

Ma la frase potrebbe essere gradita a chiunque, fede o non fede, abbia a cuore i giornali perché quel in una mano la Bibbia e nell’altra il giornale esalta la funzione della stampa, che ci dà elementi essenziali per rendere leggibile lo spazio e il tempo storici in cui si svolge la nostra vicenda personale.

Consulto parecchi giornali al giorno e, sul web, anche parecchie volte al giorno. Eppure più passa il tempo più ho difficoltà a leggerli, di carta o online che siano.   

Non  mancano certo singoli articoli più che interessanti, inchieste da seguire, commenti su cui riflettere. Ma i fatti, gli eventi passano ormai attraverso l’informazione capillare di quel giornalismo di tutti fatto dagli stati di fb, dai 140 caratteri di twitter o da qualsiasi altra forma di social. Mentre l’informazione più strutturata, quella in qualche modo ufficiale, dai grandi giornali in difficoltà economica alle aggregazioni più o meno spontanee che pullulano in internet, non sembra sempre esprimere una competenza di analisi, una capacità di sintesi, adeguate al livello delle attuali problematiche. Al contrario, ha contribuito e contribuisce non poco a fare di ciò che dovrebbe essere lasciato scorrere come effimero e/o meno importante l’asse portante di annosi temi di discussione.

Nella tiritera del troppo visto e sentito, nella serie di vecchi e nuovi cadaveri tenuti in piedi o mantenuti alla ribalta dai troppi titoli a nove colonne, negli scoop in ritardo di lustri, la stampa ci ha messo e ci mette del suo a far sviluppare una nausea del presente, che trova sbocco in un pensiero disarticolato, nella volgarità del linguaggio, nel livore rabbioso dei comportamenti piuttosto che in un po’ più di chiarezza e forza nell’affrontarlo.

venerdì 22 novembre 2013

22 Novembre 1963, fine di un'infanzia






Lo speronamento dell’Andrea Doria è la prima emozione pubblica che ricordo di mio. E poi, in ordine sparso,  quella sensazione di cappa addosso per la storia dei missili, con più di uno che pronunciava con orrore la parola guerra. E il dolore per l’eccidio di Kindù. E la faccia da nonno buono di Papa Giovanni.

Ma lo spartiacque vero tra l’infanzia dai pensieri lievi, dagli stupori immensi, e la fatica del crescere fu, per me, il 22 novembre del 1963.

La notizia, a me e ai miei, arrivò al telegiornale della sera: un bianco e nero che si raggrumò di orrore.

Non che avessi l’età per cogliere davvero i fatti, ma la sensazione era, in quel periodo – al di là delle ansie e delle inquietudini di bambina che cresceva – quella che il mondo fosse fondamentalmente buono, i problemi risolvibili: una casa accogliente e sicura, con piccole, minute cose da aggiustare ma, appunto, aggiustabili.

Dallas incrinò la mia ingenuità nel guardare la storia. Cinque anni dopo, l’uccisione di Bob e la repressione della primavera praghese mi insegnarono definitivamente che la speranza deve fare costantemente i conti con la tragedia.

(La mattina del 23 successe una cosa che ancora mi sa di assurdo: sul pullman che mi portava a scuola, un'attempata signora tenne una sorta di lunga conferenza stampa ad un gruppone che le stava intorno, sostenendo che non era cosa di cui occuparsi, tanto l’aveva fatto uccidere la moglie: un concionare sgraziato che è rimasto nella mia mente come un monito a porre attenzione ad ogni bruttura che provi a sporcare le tragedie più atroci o a frantumare l’epica nel ridicolo).

mercoledì 20 novembre 2013

Appunti sulla morte, la vita e la politica




 
La tragedia della Sardegna
Mai un momento di pausa, un periodo di disoccupazione, un mese di ferie. Le Parche sono sempre al lavoro.

E se il morire è ineliminabile dalla condizione umana, non dovrebbe essere assolutamente intollerabile che si diano troppi aiuti e spinte e assist alle nere signore che tagliano fili?

E, invece, costruiamo male, in luoghi inappropriati, magari con materiale scadente. Respiriamo aria satura di gas che ci ammalano e modificano pesantemente il clima. Mangiamo cibi che chissà se e quanto hanno di “naturale”.

E, non prendendoci adeguata cura dell’ambiente, finiamo con l’incidere non sulla “qualità” della vita, ma sulla vita stessa: per insipienza, per disinteresse o per troppi interessi, per malaffare diamo una bella mano alla morte.

Le grandi acque non possono spegnere l'amore né i fiumi travolgerlo, dice il Cantico dei Cantici. Ma se l’alveo di un fiume è stato sventrato, le acque possono rompere gli argini e travolgere grandi e bambini innocenti.

Quale dovrebbe essere l’interesse primario di ciascuno se non difendere, proteggere, accudire la propria stessa esistenza e quella di chi più gli è caro? Può una madre dover temere (un esempio tra i tantissimi che si potrebbero fare) di propinare al figlioletto, certo contro la sua volontà, chissà quali veleni nella minestrina si amorevolmente preparata?

E, poi, naturalmente, farla crescere al meglio, la vita, con una buona scuola, una buona sanità, un buon lavoro ecc. ecc.?

E non sarebbe compito prioritario della Politica occuparsi proprio di questo, promuovere con intelligenza, difendere con severità, far sviluppare con adeguate innovazioni le condizioni di vita della propria comunità?

Ci vorrebbe un di più di Etica e un di più di Politica.

Un di più di etica, perché né  rinnovamento, né rivoluzione, né cambiare verso, né radicale riformismo possono darci un futuro, se non c’è conversione.

Lo so, non è termine politically correct,  sa troppo di cattolicesimo.
Ma non ne vedo di ugualmente significativi.

Perché i mali del paese – dalla corruzione diffusa, all’indifferenza nei confronti della cosa pubblica, dalla pesante divaricazione tra i privilegi di pochi e il difficile barcamenarsi di tanti, dalla dilapidazione dell’enorme patrimonio artistico al crescente involgarimento del linguaggio – sono tali che, senza una revisione profonda della mentalità e dei comportamenti di ciascuno, non solo delle classi dirigenti più alte, ma anche di quelle intermedie e basse e bassissime, nonché di chi fa sforzo a dirigere pure se stesso, non se ne esce.

Ma l’etica dei singoli, oltre ad aver bisogno spesso di imput e controlli della legge, non inciderà sull’insieme della società se non con una politica che riconquisti la maiuscola.

Oggi, l’immagine che danno i partiti (non per nulla tutti sottoposti a grandi suddivisioni, disaggregazioni e nuove aggregazioni) va dall’irrimediabile disfacimento  (se si vuole essere più pessimisti) ai balbettanti tentativi (se si vuole essere meno pessimisti) di trovare una forma, uno schema che possa reggere l’impatto con un presente confuso e inquieto.

Un’amica calabrese che qualche mese fa è salita in politica rispondendo ad una sincera esigenza di servizio alla collettività mi ha scritto di sentirsi "in crisi profonda". Ne capisco profondamente le ragioni e replicare non mi è facile.

Ma questo paese, questo sud, hanno una necessità assoluta di persone competenti, serie, oneste, che diano alla politica sguardo e voce di  Politica, che non si perdano nelle tiritere dei riti triti e ritriti dei gruppi, gruppetti e gruppuscoli, ma affrontino, con coraggio e lungimiranza, i problemi veri.