giovedì 30 gennaio 2014

Racconto: Elide, la loro grande poetessa





Che la poesia l’avesse già nel nome, cominciò a ripeterlo, stringendo le labbra a cuore, intorno ai quarantatré anni – prima, a chi glielo chiedeva, si limitava a dire che portava il nome d’una nonna – quando si ritrovò poetessa.

Al trigesimo per la morte del marito, Elide Leonzi aveva letto alcune righe scritte la sera precedente. Qualcuno apprezzò. Gli altri sospirarono e abbassarono lo sguardo per evitare di scoppiare nel riso che una simile accozzaglia di parole avrebbe potuto provocare. Ma, per consolare un dolore che i più intimi sapevano bene quanto scarso, finsero di asciugarsi gli occhi per la commozione e, nell’abbraccio di saluto, la chiamarono poetessa.

Un matrimonio formale e senza figli l’aveva lasciata, e in un vasto appartamento, con una più che discreta posizione economica. E, già da tempo, aveva delegato le incombenze del governo della casa ad una sorella poco più giovane, maldivorziata e con un figlio da mantenere.

Poiché non sapeva fare molto altro, cominciò a scrivere versi. Vinse il concorso della festa parrocchiale in onore di san Leo e poi quello della vicina parrocchia di San Giovanni e pure quello della parrocchia dei santissimi Cosma e Damiano.

Le ci volle meno di un anno per diventare, nel suo quartiere, un’autorità culturale riconosciuta. Il delegato del sindaco si premurò di farla intervenire all’inaugurazione di una piccola stele ai caduti – e lei ricambiò con versi che vanamente supponeva eroici. La invitarono per la prima della locale rassegna teatrale e lei declamò una sorta di inno che l’altoparlante, per una volta misericordioso, limitò solo alle prime file.

Dei dubbi, sulle sue qualità poetiche, li aveva più di uno, e pure grandi. Ma li teneva per sé o, al massimo, ne ridacchiava con qualche intimo fidato. Per ignoranza, per pigrizia o per stanchezza, nessuno aveva voglia di sfidare l’ormai consolidato senso comune che Elide Leonzi fosse una poetessa. Anzi, da quando era apparso sul giornale della provincia un articoletto con una sua foto in un ristorante sul mare, in abito lungo, scollatura vistosa e alto spacco laterale, la loro grande poetessa.

La chiamarono anche dalla locale scuola media. Una professoressa giovane e precaria, che faceva quasi cento chilometri al giorno su una caracollante littorina dello jonio reggino, voleva verificarne la disponibilità a fare da tutor ad un corso di poesia.

“Ah – mormorò Elide, che pesava poco meno di un quintale ma riusciva a parlare con una voce così flebile che le si sarebbero attribuiti non più di trenta chili – leggerò ai bambini le mie poesie più belle…”. La professoressa Adele Gatto, che in treno leggeva sempre e qualche volta appuntava pensieri ostinati di scuro con squarci d’azzurro, la interruppe: “Si, certo, ma noi pensiamo di fare un piccolo corso sulla poesia, partendo da Ibico per arrivare Kavafis… vorremmo un suo aiuto a scegliere, sa non possiamo tartassare i bambini, non più d’una decina di poesie… E poi vorremmo che i bambini ne scrivessero delle loro: spontanee, naturalmente, ma qualche nozione su rime, ritmo, assonanze bisognerà pur dargliela… sarebbe bello parlare almeno di endecasillabi e settenari, magari del sonetto…”. “Certo, certo – rispose Elide – purtroppo in questo momento non mi posso trattenere… aspetto un giornalista per un’intervista…”. 

L’incontro con Giacomo Buffo, galante direttore del giornale, autonomo ma finanziato dall’ente provinciale di cui era assessore, era previsto per l’indomani. Ma prendere fiato le era urgente. Aprì il frigorifero e ne trasse una spasa di paste alla crema, alla panna e al cioccolato. Alla terza, provò a pensare. Ibico? Kavafis? Chi erano costoro? E poi le rime, il ritmo, le assonanze? Gli endecasillabi e i settenari? Lei si metteva – qualche volta pensando, qualche altra anche no – e scriveva, scriveva. E ogni due, tre parole andava a capo: non bastava?

Pubblicato su Zoomsud:
http://www.zoomsud.it/index.php/commenti/63185-il-racconto-la-loro-grande-poetessa.html

 

domenica 26 gennaio 2014

Terremoti e suppliche (sperando che non accada)





Parlare di desiderio, non è cosa.

Il desiderio può avere come oggetto solo il bello, il buono, la felicità: i pesi che ti scivolano da dosso, il sole che riappare, le tessere dell’esistenza che si armonizzano.

In questo caso, che sarebbe di paura, dolore e morte, forse la parola più appropriata potrebbe essere preghiera o, meglio, supplica.

Meglio sarebbe non accadesse mai, né prima né dopo la mia morte, ma se, nel tempo della mia vita, ci dovesse essere un terremoto terribile a Reggio, vorrei essere lì e se, fosse distruttivo, vorrei morire insieme alla mia terra.

venerdì 24 gennaio 2014

Parole. Troppe o troppo poche







Libri, perché non si legge. Sull’argomento sono intervenuta due volte nelle ultime settimane su Zoomsud:.



Tra le tante cose che potrei aggiungere, mi fermo a due osservazioni.

La prima è che, fermo restando che la lettura (meglio: la buona lettura) va promossa con iniziative intelligenti, leggere è un fatto quasi intimo: una di quelle abitudini “personali” che vanno singolarmente scelte, apprezzate, fatte proprie.

La seconda è che abitiamo un tempo troppo occupato a scrivere per poter leggere. Che si scriva (e, in qualche modo, oggi scrivono in tantissimi, sui social) è una gran bella cosa. Che si riempiano file o cassetti di racconti, romanzi e poesie è magnifico. Il guaio, spesso, è che quei file e quei cassetti (poetici, in particolare)… vengano stampati e/o messi in rete.

Naturalmente, poiché anch’io scrivo cose che pubblico, sono tra le persone tacciabili di pubblicare testi che non valgono la stampa o la messa in rete. Lo so. Ma non posso, ugualmente, non constatare che troppo spesso novità librarie salutate come capolavori assoluti o giù di lì sono ben lontane dal meritare tanta enfasi.

Sono poi intervenuta, con alcuni rilievi critici su un articolo di Mimmo Gangemi,  intitolato La Calabria e gli untori, http://www.zoomsud.it/index.php/commenti/62667-caro-mimmo-gangemi-quella-frase-non-la-vorrei-mai-usata.html. Lo stesso giorno sono stati scoperti a  Cassano Ionio tre corpi carbonizzati, tra cui quello di un bambino di tre anni e alcune persone che avevano qualche ora prima apprezzato, su fb, il mio intervento, hanno espresso (molti in privato, qualcuno in pubblico) la loro difficoltà a condividerlo sotto la spinta emotiva di un tale orrore.

Sul piccolo, familiarmente chiamato Cocò  ho scritto questi due pezzi: http://www.zoomsud.it/index.php/commenti/62786-perche-sopravviva-il-sorriso-di-coco.html


Mi ha molto colpito che, sulla vicenda, il dibattito – ben scarso rispetto alla gravità della tragedia – si sia concentrato su due aspetti: l’espressione della (giusta, sacrosanta) indignazione per l’uccisione del bambino e il cambiamento o meno della ‘ndrangheta tra un (supposto) passato “onorevole” e un presente “senza onore”. Senza, cioè, toccare a sufficienza la problematica (così complessa) dei bambini cui tocca in sorte di crescere con genitori in galera.

domenica 19 gennaio 2014

"E' così lieve il tuo bacio sulla fronte" di Caterina Chinnici







Ho passato questo pomeriggio a leggere, con emozione profonda,  E’ così lieve il tuo bacio sulla fronte, il libro, bello e necessario, che Caterina Chinnici ha dedicato alla storia di suo padre, grandissimo magistrato, ucciso dalla mafia (oggi avrebbe compiuto 89 anni).


Da qualche anno, Caterina Chinnici è a capo del Dipartimento giustizia minorile e, in questa veste, mi è capitato di incontrarla un po’ di volte. Provando ogni volta un tremore forte al solo, salutandola, pronunciare il suo cognome.

Perché quel cognome mi è rimasto in mente dal 29 luglio di 30 anni fa (come da venti anni mi sono rimasti in mente Falcone e Borsellino): come un dolore anche mio e un’anche mia gratitudine a chi, avendo il coraggio di adempiere fino in fondo il proprio dovere, dà agli altri un motivo in più per cercare di essere persone decenti.

sabato 18 gennaio 2014

Nisida, il libro che verrà





Questa è una  mia foto dell’ottobre 2013. 
Un giorno iniziato con la pioggia e, poi, pieno di sole. 
Uno dei tanti in cui abbiamo incontrato uno scrittore (nel caso, una giornalista-scrittrice) per il Laboratorio di Scrittura per il libro di quest’anno.

Testo chiuso, inizia la correzione delle bozze, ovvero il conto alla rovescia prima di ritrovarselo, finalmente, tra le mani e/o su un tablet.