domenica 2 marzo 2014

Roberto Dinacci, sei anni dopo






Scendevamo da scuola, verso il cancello d’uscita, parlando del senso della politica. Alcuni ragazzi zappettavano il prato interrando piantine per la primavera già vicina. “Vedi quei due, Roberto?” Sai le loro storie. Certo, io spero che Dio li prenda per i capelli, ma noi no, non possiamo fare niente per farli cambiare”.

Roberto mi guarda, serio e gentile e, senza parlare risponde: “All’evidenza hai ragione, Maria. Ma è una ragione triste e inaccettabile. Bisogna spostare sempre più in là la convinzione che non sia possibile lavorare perché una vita cambi in meglio”.

Non oso contraddirlo neppure con lo sguardo. Con dolcezza e umiltà – tanta, che a non conoscerlo si potrebbe sembrare quasi incerto – col pudore con cui si velano le cose più belle e la sicurezza di chi per le sue idee può vivere e morire, Roberto mi sorride, negli occhi colori e profumi, anticipo d’ogni primavera: “Si può, Maria. Perciò si deve fare”.

1 commento:

  1. L'ho conosciuto attraverso te, Maria, e attraverso te ho imparato a stimarlo. Già questa è una fortuna, una ricchezza.

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