giovedì 26 giugno 2014

Sei un bravo studente? Male. Ti sarà più difficile lavorare







Il Censis certifica (finalmente) ciò che – da un bel po’ di tempo – è (dovrebbe essere) a tutti evidente.

Se studi tanto, se studi bene, se esci dall’università col massimo e ci aggiungi, magari, il massimo, al dottorato, al master o come si voglia chiamare, non è che hai un lavoro assicurato. Anzi.

Ora, che un paese avanzato abbia un così basso numero di laureati e che non riesca neppure a impiegarli è, insieme, scandaloso e molto preoccupante: si gettano alle ortiche anni e anni di investimento sui ragazzi/e in questione, gli si toglie presente e futuro e si agisce contro l’oggi e il domani del paese.

A questo, bisognerebbe aggiungere più di una nota sulla nostra scuola, sulla sua organizzazione complessiva, sui suoi tempi, sulle competenze effettive che riesce a trasmettere e sulla sua reale rispondenza al mondo che molto velocemente cambia, sul carico di problemi che sopporta (essendo, in alcuni territori, se non il solo, uno dei pochissimi presidi di legalità e supplendo a infinite carenze del nostro tessuto sociale).

mercoledì 25 giugno 2014

Quando amore non mi riconoscerai, l'Alzheimer raccontato da V. Di Mattia






Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo.
Il più famoso incipit del più grande romanzo della letteratura mondiale mi è tornato più volte in mente, leggendo Quando amore non mi riconoscerai di Vincenzo Di Mattia, il più dolente e sincero racconto che mi sia capitato di leggere (e ne ho letti un po’) sul terremoto che investe chi si ritrova accanto una persona amata (magari la più amata) via via travolta dall’Alzheimer.

Non tutti i casi di Alzheimer sono identici a quello raccontato in questo libro ma le pagine in cui Vincenzo Di Mattia racconta della moglie, Silvana Spirito – donna colta e sensibile già docente di Storia Medioevale all’Università La Sapienza di Roma, che l’Alzheimer fa regredire viva via in una sorta d’infanzia primitiva – hanno da dire a tutti.
A chi con l’Alzheimer ha avuto a che fare. A chi ne ha a che fare. A chi, comunque, non vuole chiudere gli occhi di fronte ad una delle più drammatiche malattie della contemporaneità (peraltro in crescita).

È un racconto sincero, uno Zibaldone di pensieri ed emozioni, che, restituendo in controluce, il volto di una signora così sottratta all’afasia totale, narra le reazioni dell’autore. Domande e riflessioni di un uomo innamorato e colto, che sa spaziare dalla Bibbia alla mitologia greca, dai misteri cristiani al pensiero dei filosofi, di fronte al male che svuota la moglie di ogni conoscenza intellettuale e di ogni competenza relazionale (lei che, in entrambe, era maestra) e depaupera la sua stessa vita, quasi privandolo dell’anima.

Ma sono le domande e le considerazioni che – anche chi non è colto, chi non ha sensibilità religiosa – continua a farsi nell’assistere una persona che via via “scompare” molto prima di morire.
Risposte non ce ne sono. Se non in quell’atteggiamento di cura, di protezione della vita, di tenerezza che Vincenzo De Mattia riserva alla moglie malata (come tanti altri, diversi da lui per condizioni culturali, sociali, ideali, riservano al marito o alla moglie o ad altro familiare).

In una società che dà al termine altre accezioni, si ha il pudore anche di dire: amore. Ma è l’unica cosa che resta, quando si resta soli, o quasi, a dover gestire una persona con cui si è tanto parlato, condiviso, costruito e che, ora, è lì, bisognosa di tutto, immersa in una povertà, spesso ben poco poetica, anzi atroce per se stessa e assai disturbante per chi ne è direttamente coinvolto e che rischia di veder scardinato ogni suo precedente equilibrio psico-fisico.

Per questo, meritano grande attenzione anche le pagine finali del libro, scritte dalla figlia, Francesca, che chiede adeguato sostegno sociale per chi si ritrova a dover assumere il ruolo di genitore del proprio padre o della propria madre.







sabato 21 giugno 2014

Il "no" di papa Francesco alla 'ndrangheta




La ’ndrangheta è questo, adorazione del male e disprezzo del bene comune. Questo male va combattuto, va allontanato! Bisogna dirgli di no! Coloro che nella loro vita seguono questa strada di male, come sono i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati! Quando all’adorazione del Signore si sostituisce l'adorazione del denaro, si apre la strada al peccato, all'interesse personale e alla sopraffazione. Quando non si adora il Signore si diventa adoratori del male, come lo sono coloro che vivono di malaffare, di violenza, la vostra terra, tanto bella, conosce le conseguenze di questo peccato. La ‘ndrangheta è questo: adorazione del male e disprezzo del bene comune. Questo male va combattuto, va allontanato, bisogna dirgli di no. La Chiesa che so tanto impegnata nell'educare le coscienze, deve sempre più spendersi perché il bene possa prevalere. Ce lo chiedono i nostri ragazzi. Ce lo chiedono i nostri giovani, bisognosi di speranza. Per poter rispondere a queste esigenze, la fede ci può aiutare.

Così, oggi, papa Francesco in Calabria.





mercoledì 18 giugno 2014

Quel gol di Baggio (indimenticabile tra i tanti)



Certo, se hai un problema serio, se la salute tua o di un tuo caro ti preoccupa, se hai appena perso il lavoro o la casa, se stai nel vortice di un guaio, dei mondiali – come pure d’altro, della politica magari o del dibattito su questo o l’altro scandalo – non te ne importa proprio.

Altrimenti, se tu non vai ai mondiali, i mondiali arrivano comunque a te tanto che una parte non indifferente della popolazione vi collega naturalmente i propri ricordi personali: “Caterina? Si è sposata sicuramente nel luglio dell’82… me lo ricordo bene perché c’erano le partite dei mondiali…”.

Ci sono studi importanti sul come e perché scattino tante emozioni, tante identificazioni di fronte ai “propri” undici “ragazzi” che corrono (talvolta vagano) su e giù per un campo, del perché non solo quelli che da mattina a sera discutono di rigori fasulli, arbitri venduti e gol strepitosi, ma anche "gli altri", quelli che non vedono mai una partita e non hanno idea di cosa sia il fuorigioco, ogni quattro anni, si ritrovano davanti ad un televisore a tifare la Nazionale.

La Nazionale, dal vivo, a me è capitato di vederla solo una volta, a Napoli, al San Paolo, il 30 aprile del 1997. Un’amichevole con la Polonia, in preparazione del mondiale dell’anno successivo. La particolarità stava nel fatto che, dopo un po’ di tempo, tornava in azzurro Roberto Baggio.
L’Italia vinceva già quando Baggio entrò in campo ma la vittoria acquisì un colore più azzurro e un gusto più dolce quando arrivò il suo gol. Bello, molto bello.

Il mio personale rapporto con la nazionale passa molto (come per parecchi della mia generazione) dai gol di Baggio a cominciare da quello, favoloso, contro la Cecoslovacchia a Italia 90.

Quello a cui, però, sono più legata non è il più bello, stilisticamente parlando. Ma ha una valenza, anche simbolica, alta. E’ il gol dell’1 a 1 con la Nigeria al Mondiale americano, quando l’Italia era pronta a tornare a casa al primo turno e quel gol la rimise in piedi fino alla finale. Già, quella persa col Brasile, quando lo stesso Baggio mandò in cielo il pallone.

Ora, in Brasile, ridicoleggiando quel rigore, ci hanno fatto uno spot per vendere una birra.

Neppure io ho dimenticato quel rigore, ma penso che quell’1 a 1 alla Nigeria a una manciata di secondi dalla fine sia lo spirito del calcio, quando non è (solo) affari, miliardi e circo mediatico: la voglia di giocarsela, tutta (non solo la partita, ma la vita), fino alla fine. In prima persona. Con la propria squadra.

Pubblicato su Zoomsud con il titolo Aspettando un gol che renda magica la notte


sabato 7 giugno 2014

Gomorra tv. Bellissima e pedagogica






Dopo l’articolo critico di Marco De Marco sul Corriere (in sintesi: sì, è ben fatta, ma c’è solo il Male, il Bene, di Napoli, non si vede) vorrei aggiungere che proprio perché è stata fatta così – oltre che per la sceneggiatura, le riprese, la grande prova degli attori a cominciare Marco D’Amore /Ciro di Marzio e Maria Pia Calzone/Imma Savastano, il montaggio, le musiche e tutto il resto che la rende ipnotizzante Gomorra ha un impatto contro il Male che non mi pare sia stata ottenuta con tale evidenza e radicale forza in opere, peraltro belle e meritorie, in cui il Bene lotta contro il Male.



Qui, non ci sono alibi per lo spettatore. Che, appunto, non può dire: sì, quello è cattivo, ma c’è qualcuno che lo contrasta e, poi, ci sono tante altre cose belle. Ma deve – in qualche modo è costretto a – prendere atto che, nel nostro presente – non a Napoli (che fa solo da sfondo d’ambiente, ma non è la protagonista di Gomorra), ma in Italia (e in giro per il mondo) – c’è un Male assoluto.

Il che, chiaramente, non significa che non ci sia il Bene.

Ma rende ancora più chiaro che il Male può annientare il Bene se non viene combattuto da tutti.

Che sia chiami camorra o corruzione o uso improprio di beni comuni.

Per questo, la Gomorra tv non è soltanto uno dei prodotti tv meglio fatti, ma finisce con l’essere anche pedagogica.