domenica 31 agosto 2014

Una carrozza per Wincester, per passare qualche ora con Jane Austen






Chi, come me, considera i romanzi dell’immensa Jane Austen (nel mio caso, soprattutto Orgoglio e pregiudizio e Persuasione) non solo dei capolavori letterari, ma anche dei fedeli compagni di vita, capaci di rasserenare, consolare, dare forza ed energia – passerà qualche ora gradevole, immersa nella sua presenza e nelle sue atmosfere con Una carrozza per Wincester.

Unendo la sua passione per la Austen e la sua esperienza clinica (è aiuto strumentista ospedaliero a Treviso), Giovanna Zucca immagina che l’autrice inglese, abbia vissuto negli ultimi mesi di vita un grande amore con Thomas Addison, il medico che qualche anno avrebbe diagnosticato e dato il suo nome al morbo che, forse, l’ha portata prematuramente alla morte.

Intorno a loro, prendono vita la sorella di Jane, Cassandra, e molti personaggi in cui è facile riconoscere voluti riferimenti a quelli raccontati dalla Austen nelle sue pagine.

Ne viene fuori il piccolo mondo della campagna inglese con la sua buona educazione, i suoi formalismi, le sue ipocrisie. Un mondo in cui si staglia la figura di Jane: fisicamente fragile, ma forte nelle sue idee, libera di pensiero, capace di smontarlo, tutto quel mondo, con il suo sguardo ironico e la sapiente creazione dei suoi libri.

sabato 30 agosto 2014

Il successo veneziano di "Anime Nere" e l'immagine della Calabria




Sono molto contenta per il successo di critica ottenuto da Anime nere al Festival del Cinema di Venezia. Il film lo vedrò appena uscirà nelle sale italiane. Il libro l’ho letto quando venne pubblicato e poi riletto qualche tempo fa. Ho il piacere d’aver incontrato, qualche volta, l’autore della storia, Gioacchino Criaco, che mi fa fatto conoscere ed amare l’eccezionale bellezza di Africo.

Osservo le reazioni su fb, di persone che, come me, non hanno ancora visto il film e che mettono le mani avanti: sì, ci fa piacere il successo di un autore calabrese, ma è mai possibile che la Calabria debba andare in scena solo con storie di ‘ndrangheta et similia, che ne è della nostra immagine?

In realtà, l’immagine della Calabria è deturpata da chi ne ha distrutto la costa, spopolato le montagne, inaridito l’agricoltura, non sviluppato il turismo, impedito lo sviluppo di un’industria compatibile col territorio, dimenticato le bellezze paesaggistiche ed archeologiche, frantumata la cultura, disperse e svuotata l’anima della regione.

Ma chi racconta, con sincera passione, una parte dei suoi mali – oltre l’ovvia considerazione che un libro, un film vanno valutati soprattutto per se stessi – le dà ancora, nonostante tutto, una possibilità di futuro.

Su Zoomsud:




lunedì 25 agosto 2014

Narratori della Calabria nuda





Mi è capitato, all’inizio dell’estate, di esprimere su questo blog e su Zoomsud alcune osservazioni critiche su alcune, ormai molto consuete, modalità di presentazioni di libri.

Forse perché, come si dice in dialetto reggino, ‘u gabbu arriva e ‘a minditta no (le maledizioni non arrivano mai a destinazione, mentre il farsi gabbu degli altri ricade su chi la prova questa sorta di meraviglia a naso arricciato), mi è poi capitato di presentare (insieme ad altri) due libri di autori calabresi.

Sono state entrambe, per me, esperienze gradevoli e per le quali ringrazio chi ha avuto la cortesia di invitarmi.

Esperienze che non hanno modificato le mie perplessità sul rapporto attuali modalità di presentazioni libri/crescita della lettura. Ma che hanno arricchito le mie riflessioni sull’importanza per la Calabria di narratori che, sbrogliando gli aggomitolati intrighi delle abitudini, delle ambiguità, dei cliché, la rivelino a se stessa per quello che attualmente è: nuda.



Le foto si riferiscono alla presentazione, a Lazzaro, di Storie Rriggitane  di Pasqualino Placanica, edito da Disoblio

martedì 19 agosto 2014

Puzza di bruciato intorno ai Bronzi







Premessa. Farei volentieri a meno di occuparmi dello spostamento sì o no dei Bronzi. Ma, nelle attuali discussioni sulla loro (eventuale) gita a Milano, c’è una scia di bruciato, acre e fastidiosa, su cui non è il caso di far finta di niente.

Dunque: A chi appartiene un’opera d’arte? A tutti coloro che la sanno apprezzare.

Ovvero, i Bronzi – come il Giudizio universale della Cappella Sistina, la Nike di Samotracia e l’urlo di Munck – sono patrimonio (potenzialmente) di tutta l’umanità. E il caso, il destino, la provvidenza o chi volete voi li hanno affidati ad un angolo di Calabria affinché se ne prendesse cura in maniera che tutti ne possano godere.

Si possono spostare i Bronzi? Chi può dirlo, se non degli specialisti in materia? A giudicare da quello che decine di esperti hanno sostenuto in questi anni, parrebbe decisamente di no: l’apparenza florida nasconde microfratture che lo sconsigliano caldamente.

Mettiamo che abbiano detto fesserie e che, invece, i Bronzi siano spostabili.

A chi gioverebbe il loro spostamento?

Ai visitatori dell’Expo? Forse.

Alla Calabria e all’Italia, sic stantibus rebus, direi di no.
Alla Calabria perché sembrerebbe certificare che la regione è troppo lontana (e non solo metaforicamente) da essere, oltre che irraggiungibile, anche irrecuperabile (alla civiltà, alla modernità)
All’Italia, che dovrebbe conservare e valorizzare, con cura e attenzione costante e intelligente, l’enorme ricchezza culturale e artistica che il passato le ha lasciato e che, evidentemente, non lo fa: visto che ha bisogno di trasferire da una parte all’altra del paese opere che, se ne creassero le condizioni, sarebbero raggiungibili (da Milano) in un’oretta e mezzo d’aereo (vedendo anche il resto, eccezionale, del Museo, ove mai fosse tutto aperto).





Alla prima (nuova) uscita del signor S., il signor X., (se-dicente) critico d’arte di valore interplanetario alzò le sopracciglia. Alla terza, sbuffò. Alla quinta, esplose: “Basta. Non se ne può più” e convocò i giornalisti amici. Rosso in volto e sudato per la rabbia, gridò: “E’ una vergogna. Perché solo i Bronzi devono andare all’Expo? E la Primavera di Botticelli, il Davide di Michelangelo, la Maddalena del Caravaggio devono restare a casa? E gli affreschi di Giotto?” Il (giovane e inesperto) cronista che osò osservare: “Vabbé per i quadri, ma gli affreschi?” ebbe la risposta che meritava: “Idiota, ignorante… che ci vuole a staccare quel che basta delle pareti della Basilica di Assisi e portarle a Milano?”.

Per non far torto a nessuno, dal ministero immantinente partì la convocazione per tante commissioni (una per opera) di (se-dicenti) esperti mondiali. Tutti, memori del verso dantesco (il ….bel paese là dove ’l sì suona) si affrettarono ad avallare.

Così – mentre alcuni esaltavano la nuova spinta propulsiva dell’ingegno italico e ad altri le vene e i polsi s’ammalavano di ulcere e infarti – mezzo paese cominciò ad essere occupato nell’impacchettamento della Venere del Tiziano, del Cristo Velato di Sanmartino, del Federico da Montefeltro di Piero della Francesca. Tir, aerei, treni pieni di quadri, statue, scatole con polvere di affreschi cominciarono a risalire la penisola, con (ovvio) accompagnamento di (eccezionali) misure di sicurezza. Il resto del paese (quello non occupato in tali trasporti) fu costretto all’immobilità, per assoluta impossibilità di percorrere una strada o di prendere un treno o un aereo.

Ma non era finita. Perché il signor Y., anch’egli (se-dicente) critico d’arte di valore stellare convocò una conferenza stampa e urlò che in l’Italia  bisognava smetterla con le disparità: i monumenti non potevano essere considerati inferiori alle statue e ai quadri. Ergo: Pompei e il Colosseo, come anche le chiese di Noto e i sassi di Matera, dovevano essere smontati e trasferiti, per immediata ricostruzione, a Milano.

Qualche funzionario osò rilevare che era davvero troppo. Ma il ministro fu irremovibile. E, subito, venne insediata l’apposita commissione…