sabato 28 marzo 2015

Grazie ai ragazzi/e del Liceo Pitagora di Torre Annunziata






Ho passato, ieri, due ore con i ragazzi e le ragazze (a occhio, circa 300) del Liceo Pitagora di Torre Annunziata.

Due ore, bellissime, quasi una sintesi del lavoro di scrittura, realizzato a Nisida lo scorso anno scolastico, e quello di lettura fatto da loro in questi mesi in cui hanno preso in mano il nostro Parole come Pane. La Sintassi di Nisida e l’hanno condiviso come si fa il pane buono. 

Spezzandolo, dividendolo in bocconi, masticandolo, mangiandolo, trasformandolo in energia, forza, vitalità.

Con le loro insegnanti di lettere, coordinate dalla professoressa Lina Fiordoro, hanno letto i dieci racconti e il relativo backstage, ne hanno ricavato video, presentazioni in power point, cartelloni, canzoni e balletti, drammatizzazioni (bellissima la recita del racconto-sceneggiatura Hotel Nisida di Alessandro Gallo) e tante, tante domande.

Domande per conoscere la realtà del carcere minorile e di chi lo abita ma, anche, per interrogarsi sui nostri modelli sociali, sulle storture che condizionano la vita di troppi, sulle responsabilità che ciascuno ha nei confronti della collettività.



L’hanno fatto con una serietà e una passione, una semplicità e una verità – un brillio di occhi – di cui sono grata. Perché hanno raccolto in pieno il senso sotteso a questo come ad ogni nostro libro e ad ogni lavoro di scrittura di Nisida portato all’esterno: il suo proporsi (anche) come piccolo ponte tra il dentro e il fuori. 


I cartelloni si riferiscono ai racconti di Daniela de Crescenzo e Gianni Solla in Parole come Pane. La Sintassi di Nisida, edito da Caracò

domenica 22 marzo 2015

L'addio a Riccardo III, cinquecento anni dopo







Iniziano oggi i cinque giorni di celebrazioni che culmineranno giovedì 26 con la solenne sepoltura delle spoglie di Riccardo III nella cattedrale di Leicester.

Il sovrano inglese – l'ultimo degli York, morto della battaglia di Bosworth il 22 agosto 1485, i cui resti sono stati ritrovati due anni fa in un garage di Leicester – ha suscitato nel tempo forti passioni e intensi dibattiti: grande re per alcuni, personificazione di ogni male per altri.

Shakespeare lo immortalò in una tragedia ripresa poi in molteplici versioni cinematografiche, da quella di Laurence Oliver a quella di Al Pacino a quella di Loncreince.



E non sono pochi a vederne forti riferimenti in una delle serie tv attualmente più apprezzate: “Dopo il Riccardo III di Shakespeare, la riflessione più cristallina sulla fenomenologia del potere, non solo politico, si trova in House of Cards” (Aldo Grasso e Cecilia Penati).




 I disegni sono di Cecilia Latella

Cfr. Zoomsud del 6 febbraio 2013, Il volto di Riccardo III, Cecilia se l’era immaginato così

venerdì 20 marzo 2015

La Calabria che vorrei








Per la festa della ripartenza di Calabria d’Autore, la rassegna ideata da Antonio Calabrò, Marco Mauro e Marco Strati, anche un Io vorrei, ovvero una sorta di La Calabria dei desideri.

C’è chi l’ha fatto dal vivo, chi producendo un piccolo video. Io ho inviato questa notarella.



Vorrei che la Calabria non mi facesse più male al cuore.

È così dolce la sua aria e nessun luogo al mondo – per chissà quale fenomeno fisico o perché Morgana, la fata, vi ha intriso di sé mare e cielo – ha la sua luce

Così belli certi suoi odori, quelli della mia infanzia: il pane caldo, l’olio di frantoio, i petrali natalizi, la zagara dei bergamotti, la bianca dolcezza del latte di mandorla.

Incantevoli certi suoi scorci: conche di mare, colline che s’affacciano come terrazze sull’azzurro, aspre montagne misteriose.

Così umile e forte certo suo passato: gli emigranti che l’hanno dovuta lasciare perché non c’era posto per loro, i contadini che riuscivano a farci crescere il grano e gli olivi e le mandorle, le donne che raccoglievano i gelsomini quando la notte cedeva il passo alla prima alba, i pescatori che conoscevano i venti dello Stretto.

Così commoventi certi suoi ragazzi e ragazze, del recente passato e del presente, che hanno studiato tanto, tantissimo, sognando di poter sì viaggiare per il vasto mondo, ma vivendo e lavorando nella loro terra: e non l’hanno potuto né possono farlo.

Ma non è tutta la bellezza che si persa che mi fa più male al cuore.

Quello che più mi pesa è quel senso di impotenza che sembra attraversarne le ossa e invecchia anche le sue giornate di più giovane bellezza.

Il ritrarsi di chi non ha mai avuto o ha perso la speranza che i mali della propria terra possano essere combattuti e vinti. La rinuncia a fare in prima persona qualcosa, anche una piccola cosa, che dica che la storia della Calabria non è finita.

Le parole trattenute per non farsi sentire da quelli che non avrebbero peso alcuno se non gli venisse confermato dai troppi che si fanno invisibili per non dare né avere fastidi.

La diffusa incapacità di fare gruppo, il restare ognuno per sé, in una forma di solitudine che non è una virtù. Piuttosto, una malattia. Che fa male al cuore.