mercoledì 15 aprile 2015

La scatola delle lettere





La voce era troppo allegra per poter annunciare una disgrazia e Francesca respirò forte per addomesticare l’ansia d’uno squillo di telefono inatteso troppo per ora e interlocutore.

Il fatto era – le comunicò Luigi, un lontano cugino – che, in un cassettone tirato fuori per rimodernarlo, aveva trovato un mucchietto di lettere che la comune zia Margherita aveva scritto al marito militare una settantina d’anni prima, anzi di più visto che si concludevano con l’inizio della seconda guerra mondiale.

Lettere belle, d’amore domestico, con tante notizie sui parenti. Magari, lei che scriveva, le potevano interessare. Gliele avrebbe mandate per posta l’indomani.


Da ragazza, Francesca aveva sempre pensato che, un giorno, l’avrebbe scritta la storia della sua famiglia. Raccoglieva particolari sulle vicende dei nonni e aspettava che, crescendo, quel vento confuso che si portava dentro si sarebbe placato in giuste parole.

Più grande, al quel progetto non pensava più. Almeno, quando la mente ci tornava, evitava di soffermarcisi su. Nonostante tutti gli appunti presi, troppo le restava sconosciuto. Avrebbe dovuto saperne cinquemila per scrivere cento cose. Era fatta così. A scuola, sempre voti alti, ma ottenuti con fatica. Quand’era preparata da otto e mezzo poteva spuntare anche il nove, ma nei rari casi in cui era preparata per il sette non rendeva per la sufficienza.

Ogni tanto riguardava gli appunti, le veniva voglia di metterli almeno in chiaro, di lasciarli così per chi sarebbe venuto dopo. Magari, chissà, il nipote di un nipote – se mai avrebbe avuto un nipote – sarebbe potuto tornare indietro di qualche secolo nelle vicende di famiglia, poi si diceva che non era il caso: le memorie valgono per chi ce l’ha già in cuore e, quanto agli scritti, di testi che non valgono niente se ne cade il mondo, inutile aggiungerne altri.

Eppure, ogni volta che – e negli ultimi anni le era capitato spesso – leggeva libri elaborati sulla base di lettere e diari degli avi e delle ave degli autori, le veniva una strizza allo stomaco. Ecco, a lei quello non era dato, perché i suoi avi erano tutti contadini e di lettere e diari neppure a sognarli.


Le lettere arrivarono in una vecchia scatola da stivali, ordinate in mucchietti raccolti in nastrini da bomboniere. Ne aprì una a caso. La grafia rivelava che, chi scriveva, a scuola c’era andata poco, forse fino alla seconda elementare. Gli errori di ortografia non intralciavano il racconto. Chi scriveva, scriveva per dirsi e per dire tutto il loro mondo a chi era lontano, ogni parola era un arco che si tendeva da un’anima all’altra. 

Francesca si fermò a metà del terzo foglietto. Quelle lettere potevano essere la sua piccola miniera. Non era precisamente quello che da piccola avrebbe voluto scrivere ma, a lavorarci un po’, davanti a lei c’era il suo romanzo. 

Si perse nella melodia di questo pensiero solo per un istante, perché si accorse di sentirsi accaldata e di trattenere il respiro. Non era a suo agio. Di più, provava quasi un senso di vergogna come se stesse invadendo un privato che non le apparteneva, come se rimanesse volontariamente ad osservare una nudità che solo per caso le era apparsa davanti. Ripose la lettera nella scatola e trovò per la scatola un posto in fondo all’armadio, dietro i maglioni troppo vecchi per essere indossati, ma che non si sentiva di gettare.

Nessun commento:

Posta un commento