domenica 27 novembre 2016

La felicità dell'Avvento








Il periodo più forte dell’anno liturgico cristiano è la Quaresima. Ma, in realtà, noi viviamo sempre, anche quando non lo sappiamo, ce ne dimentichiamo, facciamo di tutto per nasconderlo, in una permanente quaresima: perché ogni giorno siamo o possiamo essere da un momento all’altro intrisi della morte e dell’assenza di noi stessi e di chi più c’è caro.

Per questo, il periodo liturgico che amo di più è l’altro periodo forte, Avvento. Che è un po’ la primavera che si fa strada nell’inverno fino ad esplodere, poco dopo l’equinozio, proprio quando le notti sono più lunghe e buie, nell’estate del Natale.

L’Avvento mi dà un’allegria raccolta e intensa. Sento come dei trilli di campanelli che suonano nel cuore. Chiamano alla vita, alla bellezza, alla continua rinascita. Dicono che la vita può essere, nonostante tutto, continuamente nuova. Che nulla è del tutto compiuto. Che c’è dato, ancora, un altro tempo: per capire meglio, per amare di più.

E niente è più operoso dell’attendere. Quando si attende qualcuno, ci si mette in ordine, si mette in ordine la casa, si preparano i cibi più buoni. Attendere è dare il meglio di sé.

mercoledì 23 novembre 2016

Lettera a Giovanni



 

 

Essere se stessi è una virtù che appartiene solo ai bambini, ai matti e ai solitari poiché nessuno di quest’ ultimi ha bisogno di compiacere un’altra persona con il proprio agire ....

Come altri ragazzi, anche Giovanni ama postare aforismi.

Mi sentirei quasi obbligata a rispondergli – da docente ad allievo – perché mi sembra che cerchi, anche attraverso la discussione su quelle frasi, la sua strada. Eppure, non trovo le parole immediate per farlo, come uno strumento come Fb pretende.

So che per essere se stessi, Giovanni intende dire essere una persona libera dai condizionamenti che vengono da un ambiente sociale-economico-culturale inquinato di elementi illegali-immorali, sostanzialmente inumani. Essere, cioè, una persona perbene, senza soccombere di fronte allo strapotere degli ufficialmente disonesti e dei falsamente onesti.

Non bisognerebbe mai essere soli in questo cammino – e, in fondo, non lo si è mai perché, anche quando si resta isolati, tanti altri, magari da altre parti, in altri luoghi stanno facendo la stessa cosa. Ma una buona dose di solitudine è giusto metterla in conto, imparare a sopportarla con serenità.

In un recente, bellissimo intervento che riguarda un diverso argomento (i commenti pieni di ignobili falsificazioni sull’ultima lettera apostolica di papa Francesco), Claudio Magris ha scritto delle parole che mi sembrano appropriate anche per il nostro discorso.

«Il senso della vita, come dice il titolo di un libro di Camus, è quello di “resistere all’aria del tempo”, agli idoli in quel momento regnanti. Resistere senza pregiudizi e senza rifiuti aprioristici; resistere elasticamente, criticamente e autocriticamente, cercando di capire quando il mondo ci fa più liberi e intelligenti e quando ci fa più beoti e più schiavi. Molte opinioni, gusti, scelte e convenzioni oggi prevalenti sono inganni, a cominciare dallo stupido e tirannico pensiero unico il quale ribadisce che l’attuale ordine — o disordine — che regge il mondo sia l’unico sistema possibile, destinato a durare per sempre, e che le innominabili diseguaglianze tra gli uomini siano immutabili.»

sabato 19 novembre 2016

The Young Pope di Paolo Sorrentino



 

 

Non ho perso neppure un minuto delle dieci ore di The Young Pope di Paolo Sorrentino. 

Concentrata soprattutto su alcuni episodi, ma con linee di fondo che continuano a ripercuotersi di puntata in puntata dandole una sostanziale, anche se non completa, unità, la serie è certamente tra le più belle e interessanti mai prodotte. Una sigla da applausi, una fotografia eccezionale, musiche adeguate, un attore protagonista perfetto e attori comprimari bravissimi, alcune figure indimenticabili, a cominciare dal cardinale Voiello interpretato da Silvio Orlando (la sua apparizione in maglietta e calzoncini del Napoli è da cineteca) e così via elencando per ogni aspetto tecnico-spettacolare.

Non ho capito alcuni riferimenti, altri li ho trovati infastidenti, ma, nel suo complesso, la serie mi è sembrata avere un valore spirituale raro nelle attuali messe in scena cinematografiche.

Porta, infatti, al centro, Dio: e pone – e fa porre allo spettatore consapevole – domande sulla fede e, in particolare, sulla sua comunicabilità in un mondo desacralizzato.

Come ha scritto Gennaro Mattino su La Repubblica «ciò che emerge è se sia ancora possibile annunciare Dio all’uomo di oggi. La corte papale, la curia con le sue contraddizioni restano sullo sfondo, benché facciano da palcoscenico della narrazione, per dare spazio a dialoghi suggestivi, per lo più monologhi propri di chi cerca faticosamente risposte dentro di sé, di chi è ancora interessato alle questioni ultime sull’esistenza, sul suo fine e il suo perché oltre la storia. Sorrentino sceglie come suo primo interlocutore un papa giovane ma già vecchio, uomo di potere, presuntuoso e debole di affetto, bello ma fragile di poesia, come la nostra epoca, un vicario di Cristo vestito di inquietudine, un uomo di Dio che più degli altri dovrebbe conoscerlo, ma che più degli altri è provocato dal dubbio, un uomo che va oltre il personaggio, icona di un tempo in cui domina l’immagine su tutto, ma dove in assoluto vince la decadenza. Anche nella Chiesa, ma oltre le sue mura, uguale e peggio, si staglia il potere della mediocrità afflitta dal bisogno di uscire dall’anonimato con ogni mezzo e a ogni costo. Sorrentino risponde alle domande sul senso della vita, sulla storia, sul perché delle ingiustizie, del dolore, della sofferenza mettendo sulla bocca del papa parole che dovrebbero essere dell’uomo pioniere di senso, parole che furono dei grandi medioevali che, tra eresie e dogma, tra roghi e canonizzazioni, resero possibile la nascita della libertà di parola, di quelle grandi idee che fecero nuova l’Europa e il mondo. È un papa che ritorna a parlare di Dio e lo fa con la sofferenza della ricerca, con i chiaroscuri della psicanalisi, con la volontà di non mortificare l’intelligenza e permettere all’uomo comunque di restare uomo, non fantoccio, non caricatura, sempre in piedi senza servilismo, senza infantilismi, senza sovrastrutture mitiche e superstiziose. Dov’ è Dio, dove la sua misericordia, ma dove sta andando l’uomo, le domande di sempre ma la novità sta proprio nel rimettere al centro del mondo e del suo destino quella ricerca spirituale e intellettuale senza la quale, oltre la risposta e benché la diversa risposta, il destino del mondo è condannato alla barbarie. Domande che fanno paura, che non fanno audience, ma grazie all’invenzione di un genio della cinepresa possono di nuovo interessare il grande pubblico. Ci vuole coraggio nello spodestare il parlare facile e vantaggioso di una Chiesa semplice agenzia caritativa, interessante solo se fa il bene e non dice il perché, che si sporca le mani per i poveri e spesso tradisce, ma non si capisce la sua scelta. Perché in verità parlare di Dio e di fine ultimo, cercare l’uomo pensante, forse non conviene neppure alla Chiesa, non fa audience e non procaccia clienti. (…) Sorrentino mette in scena Dio, lo afferma, lo nega, lo cerca, lo rifiuta, lo invoca, lo bestemmia, ma Dio rimane il protagonista e con Lui l’uomo e le sue domande.»

Ps. Mi sono più volte chiesta il senso del tanto insistere sull’essere orfano del papa (e di altri protagonisti della serie), ovvero di persone che, professando una religione che ha come preghiera fondamentale il Padre Nostro, non dovrebbero viversi, anche se privi dei genitori, come davvero orfani. Ma rimando ad eventuale altro post le mie considerazioni in merito.