venerdì 28 aprile 2017

La Calabria che non legge








Uno. Dicono i dati Istat presentati a Tempo di Libri che il 69,2% degli italiani del Sud non leggono e che la punta si raggiunge in Calabria con il 73%. Non sono cifre in controtendenza rispetto al resto del paese, piuttosto accentuano il dato, già negativo, che caratterizza l’Italia. Dai dati Doxa pubblicati sul Domenicale del Sole del 23 aprile, sembra, invece, che gli italiani e soprattutto le italiane (senza distinzioni regionali) leggano sempre di più.

Due. Tenendo fermi i dati Istat e aggiungendo che le donne leggono sicuramente più degli uomini, sarebbe interessante conoscere anche tematiche e qualità dei libri letti, perché, spesso, quando si legge un solo libro l’anno, si tratta di un ricettario o delle esperienze di qualche personaggio televisivo del momento. 

Tre. Leggere non è naturale. È un portato culturale e se, non ci si abitua ad esercitarla, questa competenza appresa negli anni di scuola è destinata ad atrofizzarsi: per cui non si legge proprio, oppure, se si legge, non si capisce granché (analfabetismo funzionale: i cui dati, nel nostro paese, sono allarmanti). Un po’ come succede agli studenti del classico, magari bravissimi in greco, che dopo venti o trenta anni, non saprebbero tradurre neppure la frase più semplice.

Quattro. Perché la lettura non viene esercitata? Perché sembra non necessaria: l’informazione passa attraverso la tv e, parzialmente, attraverso internet e non si ritiene di avere il tempo e la testa necessari per approfondire. Né la lettura sembra godere di quell’approvazione sociale che fa accettare o addirittura desiderare di cimentarsi su altre strade.

Cinque. Bisogna aver sperimentato come la lettura apra la mente, allarghi gli orizzonti, sia capace di rilassare e stimolare, di colmare vuoti e di favorire la comprensione degli altri e di se stessi, ovvero che sia premio a se stessa, perché diventi un’abitudine cui non si intende rinunciare. Le donne – in generale, più attente ad ascoltare i loro bisogni interiori e più disponibili all’autoriflessione – sono lettrici di romanzi molto più degli uomini (per dirla tutta, senza le lettrici molti romanzi di successo non avrebbero avuto…lettori).

Sei. Al Sud si legge meno che al Nord perché il Sud, in corrispondenza di una situazione socio-economica più debole (meno lavoro, maggiori tassi di analfabetismo, meno sviluppo complessivo), ha una rete culturale più debole. Quante persone, in Calabria, possono, volendo, frequentare un teatro, concerti di musica classica, mostre d’arte? Quante hanno a disposizione, in uno spazio che non preveda un viaggio, una libreria e, ancor di più, una libreria ben fornita?

Sette. Forse, gli italiani leggerebbero di più se i libri entrassero massicciamente nelle trasmissioni tv, non nei programmi specifici, che raggiungono la nicchia di quelli che già leggono, ma nelle ore e ore di fiction, nei talk show più seguiti. Se si esclude la scuola (che fa un gran lavoro di diffusione della lettura per i suoi allievi), la televisione resta la maggiore agenzia culturale del paese e mantiene una grande capacità d’influenza nell’orientare i gusti degli italiani. (Quanti hanno conosciuto, dalle fiction tv, i Bastardi di Pizzofalcone e il commissario Schiavone?)

Otto. Le istituzioni possono favorire lo sviluppo della lettura con progetti organici che diano respiro alle case editrici, alle librerie, alle associazioni che si occupano della diffusione dei testi. Ma ci sarebbe molto da fare dal basso: dalle parrocchie alle associazioni, sono molti i luoghi che potrebbero promuovere dibattiti e confronti a partire da un libro (non parlo di presentazioni, che, di solito, coinvolgono solo gli adepti).

Nove. Con un mio amico, stiamo da tempo pensando a degli Incontri librari da proporre ai nostri compaesani pellaroti subito dopo ferragosto. Sarà un tentativo, in puro spirito volontaristico. A suo tempo, vi racconterò com’è andata. 

Pubblicato su Zoosud: 

martedì 25 aprile 2017

Quaranta il 25 Aprile







 La pettinatura se l’era fatta sabato, ma lunedì tornò per un ritocco. All’epoca, tutti i parrucchieri erano chiusi di lunedì ma, a mo’ di regalo, le avevano dato un appuntamento speciale. 

Poi andarono al ristorante a portare un cesto con le bomboniere: un garofano rosso, di seta. Uscendo, lei non si accorse della porta a vetri e ci andò a sbattere contro, per cui, arrivati a casa, la costrinsero a tenere il ghiaccio in fronte.

Ogni tanto bussava il postino per qualche telegramma o il fioraio per un mazzo di rose. Arrivò pure una telefonata dall’arcivescovado di Crotone: mons. Agostino non stava bene, non sarebbe stato lui a celebrare le nozze. 

A pranzo, non toccò più di una pastina.

Non ci mise molto a vestirsi, con la gonna, la camicetta di lino e lo scialle, fatti tutti da sua madre. 

Arrivarono nei pressi della chiesa troppo presto. Il padre spense il motore e aspettarono un po’, parlando del più e del meno.

All’ingresso di San Giorgio al Corso, lei prese un’accelerata tale che lo zio prete le disse di frenare il passo.

Al rinfresco erano in pochi, una cinquantina di persone: una dozzina almeno non sono più tra i vivi.

Moltissime cose le ricordo: non solo i fatti, ma le sfumature d’emozioni che li hanno accompagnati. Altre cose non le ricordo. Ero intimamente concentrata sulla novità che stava per iniziare.

E che continua, oggi, da quant’anni.

Sono grata di questi quarant’anni. Con la felicità in più d’aver legato una data così importante della mia vita personale alla più bella della storia italiana.

sabato 22 aprile 2017

Un treno nel Sud di C.Alvaro: le mie recensioni su Zoomsud



Leggo Un treno nel Sud su un treno che da Reggio Calabria sale verso Roma. Come in quello di discesa, le conversazioni che mi arrivano, a pezzi, dai posti intorno sono di insegnanti, sopraattutto donne, ma anche uomini, trasferiti “d’ufficio” al Nord. Un treno non è solo un modo di muoversi, ma contiene racconti che dicono molto della contemporaneità. Corrado Alvaro lo sapeva bene.



Questa è la mia recensione sul suo libro  pubblicata su Zoomsud:

«Tutti i paesi hanno un Sud, voglio dire, il Sud dei problemi sociali, generalmente ad economia agricola, più povero del resto della nazione. (…) L’Italia, a sua volta, è il Sud del mondo, vale a dire quella dimensione sentimentale che significa ancora vita legata alla natura, predominio dell’istinto, antichi mestieri e atteggiamenti, passato e tradizione, una civiltà particolare dove il bisogno crea forme progredite di cultura, e dove la novità della tecnica dà la sua parte alla cultura, o almeno alla tradizione di una cultura. (…) Il Sud così discusso, dai problemi complicati e fastidiosi, offre uno spettacolo in cui lo spettatore d’una società che si reputa superiormente evoluta, compie una specie di “refoulage” psicanalitico. Cioè, tale società rovescia sul Sud i suoi sotterranei rimorsi, i suoi dubbi sul suo stesso modo di vivere, sulle sue responsabilità: sedotta dallo spettacolo d’una vita ingegnosa, che respinge da sé tutto quanto l’uomo civilizzato cova e non riesce a espellere e non ardisce esprimere.»

Scritti tra la fine degli anni 40 e l’inizio dei 50 e pubblicati postumi nel 1958 quale parte conclusiva dell’Itinerario italiano, i racconti di Un treno nel Sud – recentemente editi da Rubbettino, con una illuminante introduzione di Vito Teti – costituiscono un vero e proprio nostos. Ovvero il viaggio di ritorno di Corrado Alvaro in quel Sud visto, nello stesso tempo, come luogo dell’anima, pieno di rimandi anche mitologici e autobiografici, e problema sociale fondamentale del paese.

«Ci trovavamo sul marciapiedi della stazione d’una linea secondaria, in attesa del treno, cioè dell’elettro treno, come si chiama. C’era qualche studente che tornava a casa dall’esame sbrigato presto, un prete, giovani professionisti, avvocati attempati e vecchi notai che andavano alle loro visite settimanali della clientela di provincia, qualche coppia di sposi, di cui una vestita di nero, la donna stretta in una guaina che faceva risaltare la pelle d’un bianco di camelia.»

Il Sud che Alvaro rivede, e, specialmente la Calabria, vive, in quella fase storica, un momento particolare in cui il passato mitico e contadino sembra cedere il passo ad una più variegata modernità: «La Calabria è nel suo momento di mutamento. In pochi anni sono sorti miracolosamente ponti e strade che formavano l’aspirazione di secoli, il mondo nuovo pulsa col suo motore nel più piccolo villaggio. Già qualcuno pensa a un museo di curiosità popolari, che è l’archeologia dei luoghi. Di qui a cinquant’anni, se ai moti esteriori della civiltà risponderanno quelli interiori, la regione sarà una regione totalmente cambiata.»

La fiducia che la questione meridionale potesse essere risolta all’interno di uno slancio di solidarietà e di progresso nazionale non impedisce ad Alvaro di segnalare alcune problematiche che rendevano più deboli le prospettive di sviluppo calabrese.

In particolare, Alvaro indica il lungo retaggio di un potere feudale, cui si sono aggrappati anche i Borbone; gli alti tassi di analfabetismo; la miope debolezza della borghesia; i lavori pubblici «sempre veduti come un rimedio alla disoccupazione stagionale (…) concepiti come palliativo sociale.»; la scarsissima cura del territorio – «la Calabria dà sempre l’impressione d’una terra pericolante in continua riparazione»; la presenza della ‘ndrangheta: «Non è un semplice problema di polizia, né si tratta di mettere sotto accusa e in istato d’assedio una intera provincia. La norma per un’azione seria, potrebbe dettarla l’esame di come si è comportata la classe dirigente da cinquant’anni. Questo non è tutto, ma può essere molto utile.»

Alvaro attacca l’asfittica cultura dei ceti altolocati, tendente all’astrattezza e scarsamente indirizzata alla complessiva crescita culturale della società: «Quasi tutto quello che si legge qui della Calabria, a parte la letteratura dialettale, è rivolto in genere a magnificare una Calabria che non esiste più, e cioè le colonie greche, e Sibari, e Locri. La tendenza è al classico. Il povero bracciante fugge nell’emigrazione, e l’intellettuale fugge nel passato. La retorica sì, quella è nazionale.»

La Calabria ha un particolare bisogno di essere parlata: «… il calabrese “vuole essere parlato”. Bisogna parlargli come a un uomo che ha sentimenti, doveri, bisogni, affetti: insomma, come a un uomo.» La sua forza è nel suo essere una terra errante, nomade: «La fuga è, dunque, oggi, il tema della vita calabrese. Lo è sempre stato in qualche modo, ma oggi si ha l’impressione d’una primitiva tribù che abbandona una terra inospite. E ciò è tanto più crudele in quanto la loro terra è bella. Ho sentito dire da molti stranieri che è una delle più belle d’Italia. Io non lo so perché l’amo. Ma so che si fugge e si rimpiange con la sua pena; si torna e si vuole fuggire: come con la casa paterna dove il pane non basta. (…) Fisicamente o fantasticamente, la Calabria è oggi in fuga da se stessa. Senza dramma, senza rancore, con la forza di un fenomeno della natura, la Calabria reagisce con tutte le sue risorse ad una condizione inferiore o servile. Con tutte le sue dure energie, cerca una condizione in cui l’uomo sia padrone di sé e del suo destino.»

Le scelte del momento saranno decisive per il futuro: «Il popolo calabrese ha virtù generose, ridotte ormai allo stretto mondo familiare, e questa è la leva delle sue conquiste. Ha un senso della giustizia e di rispetto della persona umana e di sé, estrema reazione a quanto di umiliante ha dovuto subire. (…) Può finire in forme di disgregazione sociale, dopo aver tenuto duro per oltre un secolo nelle sue virtù fondamentali, irrimediabilmente. Questo popolo e la sua terra hanno, per tutti quelli che lo hanno veduto da vicino, un fascino, portano l’impronta di una vocazione a tutto quanto nel mondo è più degno di essere vissuto; il paesaggio ha la classicità d’un protagonista di tragedia antica, ha l’impronta delle traversie della terra, un monumento dei secoli tempestosi che pure hanno lasciato angoli di incomparabile gentilezza. Ai suoi uomini è tempo di offrire un compito e una speranza perché diano i risultati generosi che conosce bene chi li ha veduti in guerra e ai lavori sotto tutti i cieli.»

Lo sguardo lucido sulla realtà, un’interpretazione dei fatti mai banale, la prosa da giornalismo alto percorsa da una sensibilità letteraria sobria e raffinata danno a queste pagine di Alvaro un respiro che va al di là del documento storico. Ci sono, ovviamente, rilievi ormai datati. Ma ancor di più si trovano notazioni e spunti che potrebbero anche oggi animare il dibattito sul Sud (se qualcuno volesse farsene carico).