venerdì 21 luglio 2017

ChiaroScuro di Danilo Chirico








«Sudata. Adesso Reggio gli appare soprattutto sudata di un sudore acido e maleodorante, appiccicoso e tossico. E impaurita, nei sorrisi dei ragazzini che fumano all’angolo della chiesa seduti sulle selle degli scooter. Di quella paura che conosci bene ma non hai ancora imparato a controllare. Sfatta, la trova sfatta nelle prime luminarie che annunciano il Natale. Come una donna che invecchia senza il senso di sé, gonfia e deformata dal lifting. E gli appare arresa, maledizione: arresa di fronte all’ineluttabilità di una vita che non ha scelto, ha pensato di controllare, di cui forse ha cercato di approfittare vigliaccamente. Corrotta nella sua essenza, e tradita, innanzitutto da chi la abita. Mai, davvero mai, l’aveva vista così depressa e ripiegata. Troppo, persino per lui che l’ha lasciata e ha imparato ad amarla con cattiveria e rancore. Lui che in quella città, forse, continua a riconoscersi senza accettarlo.»

Quando torna a Reggio, sua città natale, Federico Principe è un uomo «sconfitto, (…) si sente così da mesi. (…) Ha finto, mentito, occultato. Ci ha provato con tutte le forze, ma non è riuscito a voltar pagina. Ha serrato la porta, dato tutti i giri della serratura. Inutile. La realtà è lì a ricordargli ogni giorno chi è stato, e chi è. Adesso è esausto, e ha solo un insopprimibile bisogno di verità, luce, pulizia. Se è altro dolore il prezzo da pagare, che sia.»

Alcuni mesi prima, brillante magistrato anti ‘ndrangheta, nel corso di un’intervista televisiva condotta da Mario Meliadò (omaggio all’omonimo giornalista: «Mario Meliadò sarebbe certamente un volto popolare di una tv nazionale se non fosse stato costretto a tornare da Milano a Reggio Calabria per stare accanto alla famiglia. Ne ha sofferto, ma ha trovato una dimensione interessante a Tele Calabria e il suo programma è considerato autorevole, nonostante l’orrenda scenografia blu e arancione che meriterebbe di finire in un inceneritore.») si è candidato alle elezioni come sindaco di Reggio.

Ma, nel corso d’una festa in casa Foti, s’è ritrovato con la bella avvocata, Valentina Vadalà, con cui ha appena avuto un rapporto sessuale, ferita al fianco da un colpo partito, forse e chissà come, dalla sua pistola.

Per soffocare il possibile scandalo, ha lasciato la Calabria ed è passato al tribunale di Roma: «Non è più il rigoroso cacciatore di ‘ndranghetisti né l’uomo nuovo che avrebbe cambiato la città. Non è nemmeno la persona felice che da ragazzo sognava di diventare, né ha costruito relazioni o una famiglia che lo realizzino. Sa chi non è mai stato e chi non è più e (…) aspetta di ricominciare a capire chi è adesso.»

Ha trovato sostegno in una donna, Adele, una barista che sogna di fare l’attrice – «Non cercano amore, però. Solo un rifugio. Si siedono sul divano, tirano un grammo di cocaina. Senza piacere. Serve a resistere. Si stringono in un abbraccio di compassione» – e provato a smorzare le sue angosce nel whisky e nella cocaina eleggendo a «infallibile misuratore di felicità» gli spaghetti alla gricia. Fa grande uso di Oki contro il mal di testa e gli capita di vomitare spesso. La scelta delle scarpe, tra le New Balance verdi o blu e le Munich grigie e nere, sono un dilemma esistenziale che si concede.

Le tante fragilità – in larga parte determinate dal dolore per quanto accaduto a Valentina e dalla scoperta della connivenza del padre col sistema ‘ndranghetista – non gli impediscono di lavorare con passione su alcuni casi giudiziari.

Insieme a due colleghe, la reggina Caterina Trapani e la romana Manuela Fiume, comincia a tirare le fila di un’inchiesta che collega la ‘ndrangheta calabrese, il diffuso malaffare della capitale, i traffici di droga che hanno dimensioni internazionali. Sa che l’inchiesta potrebbe essere distruttiva della sua carriera e segnare la sua vita perché i suoi nemici tireranno fuori gli scheletri del suo armadio.

Trova allora la forza di tornare a Reggio per parlare con un vecchio amico giornalista, con cui, partendo, s’erano spezzati i legami di affetto e di stima. A Ivan, Federico consegna la sua storia, con umiltà e coraggio. A dargliene la forza è il sentimento nei confronti di Bianca Conte, sua vecchia compagna di scuola, un’amicizia che non riconoscendosi come amore era finita tanti anni prima e la speranza di poter riprendere con lei una relazione che lo riporti alla verità del suo essere.

Ha ritmo e vivacità il primo romanzo di Danilo Chirico, ChiaroScuro, appena edito da Bompiani, un thriller politico-criminale ambientato tra Reggio Calabria, Roma e New York, il racconto, ha scritto l’autore, «di una generazione irrisolta e senza pace».

Percorso da alcune domande: Quanto contano, nella vita dei figli, le colpe dei padri? Quanto l’errore passato condiziona il presente e il passato? Si può spezzare la maledizione sociale – «In certi posti te la insegnano da piccolo l’ineluttabilità delle cose, l’impossibilità di cambiarle: ti spiegano che probabilmente non vivi nel migliore dei mondi possibili, ma che in fondo non è così male se ti fai i fatti tuoi» – e vivere con una pienezza anche personale mai conosciuta?


giovedì 20 luglio 2017

Gli scavi di Occhio, un groviglio di sterpaglie



 
Foto di Nino Ferrara
Come ben mostra la foto di Nino Ferrara, è in stato di totale abbandono il sito archeologico da cui provengono le anfore di Occhio, che fanno bella mostra di sé al MaRC (vedi post precedente).

Quando venne inaugurato, nella primavera del 2012, così ne scrissi sul mio blog e su Zoomsud:

«Tra i due torrenti Filici, all’inizio di Occhio, percorrendo la Statale 106 da Pellaro verso Reggio, nel 1975, scavando le fondamenta per costruire una casa, si scoprì una tomba a camera, con iscrizioni a caratteri greci, con il nome del padrone, dello schiavo e dell’autore dell’incisione. Fu l’inizio di alcune campagne di scavo, tutte condotte da Rossella Agostino, che hanno portato al rinvenimento di ambienti databili al II e III secolo a. C., riconducibili probabilmente ad una necropoli arcaica – il che direbbe che l’abitato costruito dai primi colonizzatori di questa parte della Magna Grecia doveva essere collocato più a nord, nell’attuale Mortara – nonché anfore di tipo protocorinzie e pitecusano, un gioiello di fattura egizia e una fornace a pianta circolare (è risaputo che Pellaro, in epoca romana, ha prodotto molti oggetti in ceramica, dalle anfore alle lucerne). (…)

Ce ne sono tante, in Calabria, scoperte casuali, come quella del sito archeologico di San Leo: tracce di un passato che ha disseminato – parrebbe inutilmente – il nostro territorio di piccoli, grandi tesori, che potrebbero essere anche ricchezza del presente.

Che questo piccolo spazio, di grande suggestione incastrato tra palazzotti moderni, i resti delle campagna e la vicina spiaggia – un gioiellino – sia stato oggi restituito alla città, con l’inaugurazione ufficiale cui ha preso parte anche il sindaco Arena è un bel segno. Se si riuscirà a non farle restare pietre che raccontano solo al vento la storia, sarà un gran bel segno.»

Speranza del tutto disattesa: il sito è un groviglio sterpaglie: imbavagliato e muto anche per il vento.

Non ne usciremo finché di fronte a simili scempi (e, questo, in fondo, rispetto a tanti, è solo un piccolo scempio) la risposta dei più sarà un’alzata di spalle con a fior di labbra uno sconfortato e complice Rriggiu non vindiu mai ranu.

martedì 18 luglio 2017

Le anfore di Occhio







Non so è un ricordo vero o un’invenzione della mia memoria.
Nella mia mente il termine dialettale si spantana – letteralmente si allarga, esce dai margini – si lega al termine cuore: mi si spantana il cuore. Il che potrebbe succedere anche per l’eccesso di dolore, ma, nel mio ricordo, è legato solo alla gioia che trabocca.

L’espressione mi è tornata in mente al MaRC.


Dove il cuore batte per il più piccolo reperto, si riempie di gioia per i pinakes e si spantana per due anfore: che non sono né più belle, né più grandi, né più qualunque cosa di altre, ma hanno un particolare: sono state rinvenute a poca distanza da dove sono nata e da dove sono cresciuta.

Parlano di un’antica capacità di creare bellezza che, nonostante il troppo non bello che l’ultimo mezzo secolo ha stratificato, continua ad affiorare qui e là.

Un filo sottile di speranza. Solido e dolce come un pugno di mandorle ‘nturrate regalate con amore.