mercoledì 30 agosto 2017

Reggio e quello che potrebbe essere: compiti post -vacanze






«Roma mi ricorda Reggio Calabria, e a volte penso che riesco a sopportarla solo perché arrivo da un posto come quello, un posto abituato a calpestare diritti e a vederli calpestati, un posto che non crede nel bene comune, che non ha il senso della collettività, che crede sia lecito provare a sfangarla in ogni modo, un posto rassegnato, dove chi studia se ne va e chi resta si adegua, un posto corrotto, soprattutto: sciupato.»

In un post su fb, Rosella Postorino – editor Einaudi, autrice, tra l’altro di L’estate che perdemmo dio – per raccontare il poco roseo presente della capitale, paragona Roma a Reggio Calabria.

Le sue sono parole taglienti e precise: autentiche.

Reggio e il reggino – che ha luce senza pari, oasi di stupefacente bellezza, un orizzonte incantato, e abitanti gentili e sapienti – è anche questo: «un posto abituato a calpestare diritti e a vederli calpestati, un posto che non crede nel bene comune, che non ha il senso della collettività, che crede sia lecito provare a sfangarla in ogni modo, un posto rassegnato, dove chi studia se ne va e chi resta si adegua, un posto corrotto, soprattutto: sciupato.»

Parafrasando il bellissimo Quel che resta di Vito Teti, solo partendo da questo dato di fatto, dalla contraddittoria, affaticante e spesso insopportabile, mescolanza di bellezza e rovine (paesaggistiche, ma soprattutto morali, mentali: umane), si può ipotizzare che la Calabria (e non solo) abbia un futuro che non sia accumulo di altre lacerazioni, di altri disastri.

Per chi quella terra la ama,è un po'  l’invito a passare dalla rabbia impotente per quello che è al costante esercizio morale e civile della nostalgia  (pensiero e azione) di quello che potrebbe essere.

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